Nulla sia più forte della vostra fede

GIOSUÈ GIANAVELLO

Per ‘Riforma’ immigrazione e politicamente corretto solo “la Parola”

Volevo vericare se Riforma , il “settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi”, finanziato con 264mila euro nel 2020 con l’8 per 1000 valdese, era sempre quello di una volta, nel senso degli scorsi anni, e avevo sott mano il numero del 19 febbraio. Ed ecco cosa ho trovato.

In prima pagina:

  • la lodevole iniziativa a favore dei senza casa, anche se alla fine ci viene detto che secondo la Genesi siamo chiamati ad essere guardiani dei nostri fratelli e delle nostre sorelle; affermazione biblicamente discutibile, anche se qui fatta con l’ottima intenzione di invitare a prenderci cura del prossimo;
  • articolo pro immigrazione;
  • articolo contro la violenza sulle donne, cosa orribile e degna di forte condanna e contrasto, che però qui è totalmente conforme alla versione politicamente corretta secondo cui il fenomeno è in drammatico, pauroso, preoccupante, esponenziale aumento; le uccisioni di donne, dal 2019 al 2020 sono infatti passate da 111 a… 113 e il loro numero è in lenta diminuzione dal 1992; e allora come si fa? si parla di enorme aumento perché la percentuale degli omicidi di donne rispetto agli omicidi in totale è aumentata; il tutto nell’ottica secondo cui l’uccisione di donne è frutto della “società patriarcale”.

Seconda pagina: la rubrica “All’ascolto della Parola”, oasi di chi vorrebbe davvero sentire l’annuncio dell’Evangelo. Ma non si capisce di chi sia questa parola da ascoltare, visto che, partendo da Matteo 13:31-32, quelli della parabola del granel di senape, si fa una lunga tirata sulla “libertà” di un centinaio di righe, dove Dio è menzionato solo nelle ultime 13, e Gesù solo una volta. Bontà sua, l’autore del pezzo ricorda alla fine che è la grazia di Dio che ci fa liberi, ma lo dice così: “la libertà della grazia che ha accolto persone come noi che non avevano alcun documento in regola per essere accolti”, cioè il punto vero è accogliere gli immigrati, infatti “la libertà è finalizzata ad accogliere e ospitare”, e “la nostra libertà è messa in pericolo non dai flussi migratori, ma dalla nostra incapacità di fare della nostra libertà uno strumento di accoglienza”. Che l’albero nato dal granel di senape sia “la libertà” è in contrasto con i due versetti citati dove Gesù dice chiaro che “Il regno di Dio è simile a un granel di senape… che quand’è cresciuto diventa un albero”. L’albero è il regno di Dio, non la “libertà”, neppure quella di accogliere gli immigrati in gran parte musulmani.

Insomma: abbiamo sempre pensato che la domanda cui il predicatore deve rispondere fosse “cosa ci dice Gesù in questo passo biblico?”. Invece per taluni è: “partendo dal fastidioso brano biblico di oggi, come posso buttarla in politica e parlare di immigrati?”.

Terza pagina:

  • conflitto nel Tigray
  • appello a Biden della “Chiesa Unita di Cristo” (denominazione ultraliberale ma non tra le maggiori degli Usa), perché aumenti l’accoglienza di immigrati che richiedono asilo politico.

Per il resto, vita delle chiese e del territorio delle Valli.

In alto e in basso, in tutte le pagine, una striscia arcobaleno, guarda caso quello della bandiera LGBT.

Insomma: Riforma è quella che ricordavamo, e che non ci mancava.

Leonista

La Bibbia è firmata ?

PRIMA PARTE

Nuove sorprese dalla Bibbia, con tanti saluti ai suoi odiatori

Fin “dal principio”…

Mentre molti “teologi” si ingegnano ad affossare in ogni modo l’autorevolezza, la dignità e l’importanza della Bibbia, c’è chi invece – prendendola sul serio – fa scoperte straordinarie.

I primi cinque libri della Bibbia sono generalmente chiamati con il termine greco “Pentateuco”, che significa “i cinque contenitori”, “i cinque rotoli”, ma il nome ebraico è “torah”, che si pronuncia “torà”, e significa “insegnamento, dottrina” più che “legge” come alcuni traducono. Il Pentateuco stesso, altri testi dell’Antico Testamento e Gesù stesso attribuiscono questi 5 libri a Mosè, ma – naturalmente – la cosiddetta critica moderna la pensa diversamente, e spesso concordano con essa anche “teologi” pagati da chiese cristiane (ovviamente anche valdesi) per dare torto

Un complicato schema che spiega la presunta eterogeneità delle varie parti del Pentateuco. Le prime “due tradizioni” sono ritenute separate sulla base del fatto che vengono usati due diverse espressioni per indicare Dio

a Gesù. L’Enciclopedia Treccani, massimo repertorio di autorità culturale italiana spiega: “Si concorda dunque nel ritenere che la composizione dei libri del Pentateuco avvenne per epoche successive, sovrapponendo e mescolando materiale di stile e mentalità diversi, ma improntato a una sostanziale continuità culturale”. Notevole il “si concorda”,  dove, pur nell’ambiguità del verbo impersonale, si dà ad intendere che sono tutti d’accordo sull’eterogeneità dei cinque libri.

Troverete in giro grandi ragionamenti sul fatto che i termini con cui ci si riferisce a Dio sono diversi nelle varie parti del Pentateuco, il che dimostrerebbe che queste non possono essere state scritte dalla stessa persona. Argomento davvero pregevole perché consente di farsi una bella risata, cosa sempre apprezzabile e che fa bene alla salute. Prendiamo un verso della Commedia di Dante:

“fecemi la divina potestate, la somma sapienza e il primo amore” (Inferno, III, 5)

È la scritta sopra la porta dell’Inferno, dove è la porta stessa a parlare e a dire chi l’ha fatta. È evidente che le tre espressioni, “la divina potestate”, “la somma sapienza” e “il primo amore” indicano tutte Dio. Dobbiamo dunque concludere che quel singolo verso è stato scritto da tre persone diverse? Ovviamente nessuna persona sana di mente o in buona fede direbbe una stupidaggine del genere, che – a parte l’assodata certezza che l’autore dell’opera (figurarsi di un singolo verso) è uno solo – è assurda già nel concetto astratto e si scontra con un dato di fatto tecnico, e cioè che le tre espressioni contribuiscono a creare un verso di undici sillabe, come tutti i versi della Commedia. Insomma: grazie per il buon umore.

Si dirà che per il Pentateuco non abbiamo prove come quella appena citata sul verso di Dante. Davvero? Vedremo.

Prendiamo il testo ebraico dei primi versi della Genesi, ricordando che l’ebraico si legge da destra a sinistra. Cerchiamo la prima ת, cioè “t”: la troviamo già alla fine della

I primi cinque versi del libro della Genesi, cioè della “Torah”. I cerchietti rossi indicano le quattro lettere della parola “torah”, separate l’una dall’altra da 49 lettere. Il rettangolo verde evidenzia la parola “bereshit” (“in principio”) che costituisce il titolo ebraico del libro.

prima parola, che significa “nel principio”. Poi saltiamo 49 lettere e troviamo una ו, cioè “o”. Ne saltiamo altre 49 e troviamo una ר, cioè “r”. Saltiamo altre 49 lettere e

troviamo una ה, cioè “ah”. Risultato: “torah”! Dunque, la parola “torah” è nella Torah, e proprio all’inizio.

Per oggi chiudiamo qui e diamo tempo ai detrattori della Bibbia di provare a spiegare che si tratta di una coincidenza fortuita, che non significa nulla, che è già stato dimostrato che questo tipo di ricerca dà risultati casuali del tutto inattendibili, che con questo sistema si trova qualunque cosa ecc. ecc.  Torniamo presto con delle sorprese.

SECONDA PARTE

Semplici “coincidenze”?

Nella prima parte abbiamo visto che nei primi cinque versetti della Bibbia, che sono ovviamente i primi cinque versetti del Pentateuco, chiamato “torah” dagli Ebrei, partendo dalla prima “t” e saltando 49 lettere, poi altre 49 e ancora 49 si trova proprio la parola “torah”.

Coincidenza fortuita? Potrebbe effettivamente essere una coincidenza fortuita. Ma quanto fortuita? Il primo capitolo della Genesi comprende all’incirca 930 lettere. Sono dunque possibili ben 142.758 sequenze di quattro lettere come quella di Torah: 924 sequenze saltando una sola lettera, 921 saltandone due, 918 saltandone tre e poi via via a scendere, fino a 6 sequenze separate da 307 lettere e 3 separate da 308 lettere. Quante sono le probabilità di scrivere una parola di quattro lettere (come “torah”, che in ebraico ha quattro lettere), partendo da dove casualmente si incontra la prima? L’alfabeto ebraico ha 22 lettere, dunque, dopo la “t”, c’è una probabilità su 22 di incontrare la “o”, una su 484 (22×22) di incontrare successivamente anche la “r“, una su 10.684 (484×22) di completare la parola con la lettera “h” (traslitterata in “ah”). Dunque è perfettamente normale che su 142mila combinazioni la cosa si verifichi. Anzi, dovrebbe verificarsi circa 14 volte! “Dunque, niente!” potranno gioire i nemici della Bibbia.

Il fatto però è che questa “coincidenza” è molto più circoscritta. Perché la sequenza non parte da qualunque punto del capitolo, ma dalla prima “t”, che guarda caso è l’ultima della parola che significa “in principio”. Cioè il modo più esplicito e univoco di “mandare un messaggio”. Questo riduce enormemente le combinazioni possibili: da 142.758 a sole 307: una dove si salta una lettera, una dove se ne saltano 2, e così via fino alla sequenza dove si saltano 308 lettere. Dunque c’è solo una probabilità su 34 che una sequenza, partendo dalla prima “t”, componga la parola “torah” (cioè le 10.684 combinazioni delle altre tre lettere diviso le 307 possibilità di realizzare la sequenza stessa).

Va poi aggiunto che l’intervallo di 49 lettere non è un intervallo qualsiasi, poiché 49 è uguale a sette volte sette. E sette è un numero importantissimo nella Bibbia: dai sette giorni della creazione alle sette chiese dell’Apocalisse, sono sette i giorni che passano dall’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme alla sua risurrezione. Il numero 7 ricorre oltre trecento volte nella Bibbia, molto più di qualunque altro numero superiore al tre. Solo il 2 e il 3, di poco, ricorrono più volte, ma per motivi pratici. Non è come se la sequenza fosse stata sulle 19 o sulle 132 lettere. Possiamo ammettere che, oltre all’intervallo di 49, anche quello di 3, oppure 9 (in quanto 3 volte 3) o 7 o 12 sarebbe stato significativo. Dunque: possiamo dire che ci sono solo 4 possibilità su 10.684, come dire 1 su 2137, che partendo dalla prima “t” e saltando un numero simbolicamente importante di lettere (3 o 7 o 9 o 12 o 49) si formi la parola “torah”. Insomma, è già una bella coincidenza.

Ancora però dobbiamo rispondere alle obiezioni dei nemici della Bibbia, con cui abbiamo concluso la prima parte. Lo faremo.

TERZA PARTE

In Genesi e Esodo c’è la parola “Torah”, criptata nell’identico modo

Abbiamo dunque visto che all’inizio della Genesi c’è la parola “torah”, che significa “insegnamento” ed è il nome con cui fin da tempi antichissimi gli Ebrei chiamano il Pentateuco, di cui quei versetti sono l’inizio. La parola, che in ebraico è formata da quattro lettere, si trova partendo dalla prima “t” che si incontra e poi saltando “sette volte sette” lettere ogni volta. Abbiamo visto che c’è una possibilità su 2137 che si tratti di un caso, ma può essere un caso, tanto quanto vincere il primo premio alla lotteria di paese. Fin qui nulla di particolarmente rilevante, solo una curiosità.

Ma, a proposito di curiosità, andiamo a vedere se nel libro dell’Esodo accade qualcosa di simile.

I primi cinque versetti del libro dell’Esodo, il secondo della “Torah”. I cerchietti rossi indicano le quattro lettere della parola “torah”, separate l’una dall’altra da 49 lettere. Il rettangolo verde evidenzia la parola “shemot” (“nomi”) che costituisce il titolo ebraico del libro. E’ la stessa cosa che accade in Genesi

La prima ת, cioè “t”, diversamente da quel che accade in Genesi, la troviamo non nella prima parola, ma nella seconda, “shemot”, che però non solo è il primo sostantivo, come in Genesi, ma è anche, come in Genesi, la parola con cui gli Ebrei chiamano il libro. Essi infatti chiamano le parti del Pentateuco con la prima o una delle prime parole del libro. L’Esodo, che è parola greca, lo chiamano “Shemot”, cioè “i nomi”: “Or questi sono i nomi dei figli d’Israele che vennero in Egitto con Giacobbe”. Saltiamo 49 lettere e troviamo – sorpresa ! – una ו, cioè “o”. Precisiamo: si tratta della lettera ebraica vav che, in ebraico può valere per il suono “o”, ma anche per “u” oppure – come in questo caso – per “v”. Sta di fatto che per scrivere “torah” ci vuole una vav e qui, nella stessa posizione che abbiamo visto nella Genesi, c’è appunto una vav, nella parola “viyehudah”, che significa “e Giuda”. Saltiamo 49 lettere e troviamo una ר, cioè “r”, nella parola “yerech”, cioè “lombi”, i lombi di Giacobbe da cui uscirono i suoi discendenti. Altre 49 lettere e arriviamo – nella parola “hahu”, che significa “quello” riferita a “generazione” che in ebraico è maschile ma viene tradotto “quella” – alla lettera he, una ה, cioè “ah”, che completa la parola “torah”.

Diremmo che la casualità è a questo punto esclusa. Partivamo da quella una probabilità su 2137 che il fenomeno si verificasse una volta in Genesi: c’è una probabilità su 47.014 (2137×22, il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico) che, in aggiunta, anche alla prima “t” dell’Esodo segua una “o”. E poi la stessa cosa si verifica per la terza e la quarta lettera della parola “torah”. Facendo 47.014x22x22 arriviamo a una possibilità su 22 milioni (precisamente 1 su 22.754.776). Insomma, è più facile vincere il primo premio alla Lotteria nazionale di Capodanno comprando un solo biglietto. Chiariamo: è tanto facile che questo accada per caso, quanto il fatto che tu che leggi queste righe vinca quest’anno la lotteria nazionale, comprando un solo biglietto. Oppure è come lanciare un dado da gioco dieci volte e avere sempre lo stesso numero. E – per capire meglio – ricordiamo che, a differenza dei biglietti della lotteria e dei dadi da gioco, di Bibbia ne abbiamo una sola.

Viene naturale, a questo punto, andare al terzo libro del Pentateuco, il Levitico, per vedere se la cosa si ripete. Ebbene: la cosa NON si ripete. Né si verifica negli altri due libri, Numeri e Deuteronomio. Noi siamo un po’ delusi, mentre gli odiatori della Bibbia gioiranno, diranno che abbiamo giusto giusto rilevato una stranezza, una curiosità, ma non significa nulla. Ma voi, lettori di entrambe le fazioni, non perdete la prossima parte, perché riserva sorprese più grandi di queste prime tre.

QUARTA PARTE

Anche in Numeri c’è la parola “Torah”, ma…

Nelle parti precedenti abbiamo visto che partendo dalla prima “t” del libro della Genesi e dalla prima “t” dell’Esodo, saltando 49 lettere ogni volta si trovano le altre tre lettere che formano la parola “torah” che – per l’appunto – è il nome ebraico del Pentateuco. Abbiamo visto che c’è una possibilità su 22 milioni (precisamente 1 su 22.754.776) che si tratti di un caso.

Ora, lasciamo da parte il Levitico, dove questo non accade, e andiamo a vedere il quarto libro del Pentateuco, Numeri. Neanche qui si trova – in quel modo – la parola “torah”, ma qualcuno non si è perso d’animo e ha provato a cercarlo scritto all’incontrario, cioè “ah-rot” (“ah” si scrive in ebraico con una sola lettera, cioè ה, che si chiama “he”. In ebraico: הרות anziché תורה. Con la prima lettera ה non si trova nulla, ma con la quarta lettera ה ci siamo davvero:

I primi tre versetti del libro dei Numeri. Nel rettangolo verde la parola “bemidbar”, il nome ebraico del libro. Nei quadrati gialli le lettere “he” del primo versetto, da cui non si compone la

I primi tre versetti del libro dei Numeri. Nel rettangolo verde la parola “bemidbar”, il nome ebraico del libro. Nei quadrati gialli le lettere “he” del primo versetto, da cui non si compone la parola “torah”. Nei cerchietti rossi le quattro lettere che formano, saltando 49 lettere dall’una all’altra, la parola “torah”, al contrario

parola “torah”. Nei cerchietti rossi le quattro lettere che formano, saltando 49 lettere dall’una all’altra, la parola “torah”, al contrario.

saltando ogni volta 49 lettere troviamo nuovamente la parola “torah” sia pure scritta a rovescio. Perché, mentre questa particolarità in Genesi e Esodo si verifica alla prima lettera, in Numeri la troviamo alla quarta? Non lo sappiamo. Forse perché, visto che la Torah è “insegnamento”, l’insegnamento è che si deve cercare a fondo, “addirittura” più di tre volte, tenendo presente che il numero 3 nella Bibbia è spesso segno di completezza.

Il punto è: può essere un caso che all’inizio di Numeri di trova la parola “torah”, sia pure a rovescio, partendo da una delle “he” del primo versetto? Vediamo: che da una delle 6 lettere “he” del primo versetto, saltando le solite 49 lettere, si trovi una “r”, c’è una probabilità su 3 e 2/3. Molto poco: potrebbe facilmente essere del tutto casuale. Però, le probabilità che, oltre a questo, dopo altre 49 lettere ci sia una lettera “o”, sono solo una su 80, e che poi, dopo altre 49 lettere ci sia proprio la “t”, fino a formare la parola “torah”, sono solo una su 1774. Un fatto notevole, non eccezionale. Ma che questo avvenga casualmente dopo che è già successo in Genesi e Esodo ha una probabilità pari a 1 su 38 miliardi, numero che possiamo dimezzare visto che, considerando la parola “torah” sia scritta nel modo normale, sia all’incontrario. Insomma una probabilità su 19 miliardi. All’incirca le stesse probabilità che al Superenalotto vengano estratti gli stessi 6 numeri, nello stesso ordine, per due volte di seguito.

QUINTA PARTE

Dopo aver trovato la parola “torah” criptata, saltando 49 lettere ogni volta, nei libri di Genesi (prima e seconda parte) e Esodo e poi, sempre con l’intervallo di 49 lettere ma all’incontrario, anche in

Numeri, è ora naturale andare a vedere che succede all’inizio del libro del Deuteronomio, il quinto e ultimo del Pentateuco, della Torah. Innanzitutto, partendo dalla prima “t” e saltando 49 lettere non si ottiene la parola “torah”, né nel normale ordine delle lettere, né in quello inverso. Ma, saltandone 48, e dunque usando la quarantanovesima, questo accade, di nuovo con la parola scritta al

I primi tre versetti del libro dei Numeri. Nel rettangolo verde la parola “bemidbar”, il nome ebraico del libro. Nei quadrati gialli le lettere “he” del primo versetto, da cui non si compone la parola “torah”. Nei cerchietti rossi le quattro lettere che formano, saltando 49 lettere dall’una all’altra, la parola “torah”, al contrario

I primi dieci versetti del Deuteronomio. Nel rettangolo verde c’è la parola “hadvarim” (“le parole”), che è il titolo ebraico del libro. Le 38 lettere “he” di questi versi sono sottolineate in arancione. Nei cerchi rossi, con 48 lettere di intervallo, le quattro lettere che formano la parola “torah”.

contrario, come in Numeri. Ma questo non accade partendo dalla prima lettera “he” ma dalla diciannovesima, che si trova al versetto 5.

Viene allora da chiedersi se tale occorrenza possa essersi verificata per caso.

Vediamo. Di lettere “he”, nei primi dieci versetti (diciamo dieci perché parliamo del versetto 5, dunque raddoppiamo l’ambito della ricerca per avere un margine adeguato) ce ne sono 38. È dunque normale che, a una certa distanza da questa “he” si trovi una “r”: è più probabile che ciò succeda anziché no: ci sono 38 possibilità su 22 lettere. Se poi aggiungiamo che il numero di lettere da saltare non è quello che abbiamo verificato in Genesi, Esodo e Numeri, ma uno in meno, le possibilità si triplicano, perché poteva essere lo stesso numero, uno in più o uno in meno. Abbiamo così 114 possibilità su 22 lettere: dunque è del tutto normale che questo accada. Ma il fatto è che, dopo altrettante lettere troviamo la “o” e dopo altre 48 lettere troviamo la “t”. Fatti i conti, verifichiamo che c’è una sola possibilità su 93 che, partendo da una delle 38 “he” dei primi dieci versetti e saltando o 48, o 49 o 50 lettere si arrivi a formare la parola “torah”. Dunque tutt’altro che scontato. Ma le probabilità che questo accada insieme, cioè nella stessa Bibbia nella quale si è verificato quanto abbiamo letto a proposito di Genesi, Esodo e Deuteronomio, sono solo 1 su 1 trilione e 775 miliardi. Pensiamo che ogni giorno affidiamo la sicurezza della nostra carta Bancomat a un codice di sicurezza di cinque cifre, con tre tentativi a disposizione. Ebbene, ci sono le stesse probabilità di indovinare il PIN di tre Bancomat di seguito rispetto a questa serie di “coincidenze”.

In realtà, però, la “he” del quinto versetto da cui si parte, è tutt’altro una “he” qualsiasi. Si tratta dell’articolo (che in ebraico è composto di una sola lettera, una “he” appunto) di quale parola? Della parola “torah”, per di più: “Di là dal Giordano, nel paese di Moab, Mosè cominciò a spiegare questa torah, dicendo…”. In pratica è il titolo del Pentateuco! Quanto al passaggio dal salto di 49 lettere al salto di 48 lettere, si può dire che corrisponde ad utilizzare la 50a e la 49a lettera. Due numeri contenuti nel precetto del giubileo: passano sette “settimane” di anni (in ebraico “settimana” si dice “shavua”, una variazione del numero sette, “sheva”, senza quel concetto di giorni, “-mane”, contenuto nella parola italiana), cioè 49, e poi il 50° è l’anno giubilare. Queste considerazioni aumenterebbero di un centinaio di volte l’improbabilità che tutto questo sia casuale. Ma noi ci accontentiamo che ci sia 1 probabilità su 1,8 trilioni, in attesa di vedere la cosa più straordinaria: quella che si verifica nel Levitico, il libro centrale della Torah.

SESTA PARTE

Come abbiamo detto nelle parti precedenti, esattamente all’inizio di Genesi e Esodo si trova la parola תורה , cioè “torah”, nome ebraico del Pentateuco, scritto nel modo normale, cioè da destra a sinistra, saltando 49 lettere dalla prima “t”, e – molto vicino all’inizio di Numeri e Deuteronomio, la si trova scritta a rovescio, saltando rispettivamente 49 e poi 48 lettere. Come avevamo già anticipato, in Levitico non si osserva questo fenomeno. Ma qualcuno ha cercato e cercato, ha “investigato le scritture” (Giovanni 5:39), e nel terzo libro del Pentateuco ha trovato qualcos’altro. Ha trovato il nome di Dio nell’Antico Testamento, il “quadrilittero sacro”, quella parola, che si scrive יהוה , che gli Ebrei non leggono, dicendo invece “Adonai”, cioè “il mio signore” quando la

Il primo verso del Levitico. Nei cerchietti rossi, la parola “Yahwe”, con sette lettere di intervallo tra una lettera e l’altra

incontrano. Se pronunciata come si scrive dovrebbe essere “yahwe”, la stessa parola da cui i Testimoni di Geova prendono il nome, con una vocalizzazione errata. E dove si trova questa parola? Partendo dalla prima י, “yod”, pronunciata “y” del primo capitolo, poi saltando sette lettere ogni volta fino ad arrivare a alle quattro lettere della parola, come si vede nell’immagine qui a fianco. È evidente che l’intervallo di sette lettere è molto significativo. Sette è il numero biblico per eccellenza e 49, l’intervallo che si è riscontrato in Genesi, Esodo e Numeri, è sette volte sette. In Deuteronomio troviamo un intervallo di 48 lettere, ma questo vuol dire che ogni volta si deve leggere la quarantanovesima (7 volte 7).

Il messaggio è fortissimo: come proviamo a evidenziare nella figura qui a fianco, quattro dei cinque libri del Pentateuco convergono a indicare quello centrale. In altre parole al centro dell’insegnamento (questo è il significato proprio di “torah”, che molti traduttori rendono con “legge”; in entrambi i casi la cosa funziona benissimo), c’è Dio.

Vediamo quante probabilità ci sono che si tratti di un’ulteriore coincidenza. Proviamo ad essere il più severi possibile e diciamo che la parola “yahwe” che si trova in Levitico non è l’unica che possiamo immaginare, in quella posizione, anche se è difficile pensarne una più appropriata. Potrebbe forse esserci “elohim”, altra parola usata per indicare Dio, o un’altra parola ancora. E aggiungiamo che l’intervallo di 7 lettere è una possibilità in più rispetto a 49: in altre parole, se l’intervallo fosse stato di 49 lettere l’avremmo considerato lo stesso significativo. Nonostante questo, la probabilità che si verifichino le quattro particolarità che abbiamo visto nei precedenti capitoli in Genesi, Esodo, Numeri e Deuteronomio, e in più quella illustrata in questa parte a proposito del Levitico, è una su 3200 trilioni (una su 3.200.000.000.000.000). Che tu compri un solo biglietto della Lotteria d’Italia e vinca, e poi tu faccia la stessa cosa l’anno prossimo è 12 volte più probabile che accada rispetto a questo.

Insomma: NON È UN CASO. È chiaramente un fatto voluto. Rimasto nascosto migliaia di anni, finché un gruppo di studiosi l’ha scoperto circa 70 anni fa.

Nella prossima e ultima parte vedremo quali sono le implicazioni di questo.

 

Sentieri Antichi Valdesi canta in Italiano tutti i Salmi del Salterio di Ginevra

L’eresia del riduzionismo “evangelico” – La signoria di Cristo deve essere applicata ad ogni sfera della vita umana

di Paolo Castellina

Uno dei più grossi problemi (ed irrilevanza) di tanto evangelicalismo contemporaneo è il suo palese riduzionismo, ridurre, cioè, ogni cosa ad una visione estremamente limitativa dell’Evangelo fatta solo di spiritualità e di salvezza individuale. Tipico è l’appunto che ripetutamente mi si fa, quando mi occupo di politica, ma anche di altri aspetti della cultura: “Pastore, torni a predicare e lasci perdere la politica”; oppure “Si occupi piuttosto di evangelizzazione: tutto il resto è una distrazione dal nostro compito principale”. Chi si esprime in questo modo, però, tradisce l’influenza di una sorta di eresia moderna molto radicata che non solo riduce ma anche confonde Evangelo con “salvezza” e i cui effetti sono molto negativi su tutta la testimonianza cristiana. Tant’è vero che molti oggi, più che “evangelici” andrebbero piuttosto chiamati “salvazionisti” o “soteristi”.

Fa parte dell’approccio storicamente riformato alla fede cristiana, che mi caratterizza, infatti, non solo occuparsi della “salvezza delle anime” ma interessarsi attivamente di politica, cultura, istruzione, arte, musica, medicina, scienza, ecc. sul presupposto che la signoria di Cristo deve essere applicata ad ogni sfera della vita umana. Il proposito di Dio con l’Evangelo di Cristo è redimere non solo “l’anima” delle persone (e proiettarle magari ad un regno di Dio futuro ed ultraterreno), ma redimere l’intero complesso della cultura umana contaminata e rovinata dal peccato. Il vangelo e la salvezza sono costituiti da molte sfaccettature e possono – e devono – essere affrontati da molte prospettive. Limitarla a una o due prospettive significa distorcere il quadro biblico multidimensionale. Gran parte della chiesa che vorrebbe essere fedele alla Bibbia degli ultimi 100 anni ha tristemente ristretto il vangelo così come è presentato nelle Sacre Scritture e di conseguenza fallisce nel suo compito di rivendicazione culturale, un aspetto indispensabile dell’Evangelo biblico. Chiariamo quindi i termini, e lo farò sulla base dell’articolo: “Gospel or Salvation?” di P. Andrew Sandlin in “Culture Change” pubblicato nel suo Blog il 22 gennaio 2021[1].

Che cos’è la Salvezza

Il termine “salvezza” traduce ciò che il Nuovo Testamento esprime in greco con soterìa. Significa liberazione, ricupero, incolumità, salvezza, ed anche salute[2].

Il significato di “salvezza” appare forse in modo più sorprendente nel contesto di 1 Tessalonicesi 5: 9, dove l’apostolo, rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, afferma: “Poiché Dio non ci ha destinati all’ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. L’affermazione è preziosa in quanto non solo indica il significato di salvezza, ma anche il mezzo: l’opera compiuta da Gesù Cristo. Dal resto della Bibbia apprendiamo, infatti, che Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci salva dalle conseguenze temporali ed eterne del peccato, cioè dalla sua giusta “ira”, quella che condanna il peccato e chi lo commette.  Come? Mediante la morte espiatoria e vicaria (sostitutiva) sulla croce di Gesù, il Cristo. Questo messaggio sta al centro della Bibbia, non meno nell’AT che nel NT. I sacrifici che venivano offerti a Dio nel contesto dell’antica alleanza rappresentavano la morte di Gesù Cristo e fornivano temporaneamente l’espiazione fino a quando egli non fosse venuto per offrire sé stesso come espiazione finale e definitiva. Questa è una parte importante espresso nel Nuovo Testamento dall’epistola agli Ebrei. Si può dire che la salvezza sia quadruplice: siamo salvati dalla pena, dal potere, dalla presenza e dal piacere del peccato. Senza soteria (salvezza), si svuota la Bibbia dal suo messaggio di fondo: nessun ricupero, nessuna speranza – nessun vangelo. Senza soteria rimaniamo “morti nei falli e nei peccati” (Efesini 2:1). La  soteria  effettuata da Gesù è la gloria del vangelo. Questo è il motivo per cui Paolo scrive in Romani 1:16 che l’evangelo di Cristo … è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”.

Che cos’è l’Evangelo?

Per quanto fondamentale, però, “salvezza” non è equiparabile tout court a Evangelo, perché quest’ultimo è un concetto molto più vasto: la comprende ma non lo esaurisce. Questo tanti oggi non lo comprendono ed operano un riduzionismo che ne pregiudica il messaggio. L’Evangelo non è salvezza dal giudizio di Dio, ma ciò che rende possibile tale salvezza.

L’Evangelo, in greco euangelion, significa buona novella, buona notizia. È affascinante considerare come gli antichi greci usassero la parola euangelion. Era strettamente associato al culto imperiale. L’imperatore emetteva una buona notizia, il suo evangelo. Lui stesso incarnava la buona notizia. L’imperatore era ritenuto in un certo senso divino. “Guariva”, compiva miracoli, era “il salvatore del mondo”. A tanto ammontavano le sue pretese! Come un dio proteggeva lo Stato. Grandi segni avevano accompagnato la sua nascita e la sua vita. Le sue parole erano diventate come scritture sacre. Concedeva un grande potere agli esseri umani sotto le sue cure. Non c’è da stupirsi che la sua vita, le sue azioni e le sue parole fossero celebrate come vangelo. L’imperatore stesso era una buona notizia!

L’uso del termine Evangelo da parte della Bibbia è simile, sebbene purificato. Possono essere rilevati almeno cinque significati sovrapposti nel Nuovo Testamento del termine Evangelo. L’evangelo, però, inizia nell’Antico Testamento.

Il primo messaggio evangelico della Bibbia si trova in Genesi 3:15, e Dio è il primo predicatore del vangelo al mondo: “E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno”. Dio farà uso del “seme della donna” (Gesù, il Cristo) per “schiacciare il seme del serpente”, vale a dire di Satana e dei suoi servi. In effetti, questo è spesso chiamato proto-evangelo, letteralmente, il primo vangelo. Dal proto-evangelo edenico alla fine del Nuovo Testamento, la buona notizia è che Dio in Gesù Cristo sta sia definitivamente e gradualmente schiacciando l’Avversario di ogni bene, Satana, il mondo, la carne e il diavolo, sia ristabilendo e sviluppando gloriosamente l’ordine creato dal peccato e dalle sue conseguenze.

Proprio perché l’umanità è la creazione suprema di Dio, il suo “portatore di immagine”, il recupero e la restaurazione dell’umanità è la dimensione centrale dell’Evangelo. Questo è il motivo per cui gran parte delle epistole paoline, ad esempio, è dedicata alla soteriologia individuale. C’è però molto di più di questo, nonostante il fatto che così tanti lettori non sembrano riconoscerlo.

Poiché la cattiva notizia (peccato, anti-vangelo) ha un impatto su tutte le aree della creazione, così la buona notizia (vangelo) è intesa a rimodellare tutto il creato.

Gli evangelici di oggi (“persone del vangelo”) hanno spesso ridotto la soteriologia alla soteriologia individuale e, ancora più erroneamente, l’hanno equiparata all’Evangelo. E’ così che, quando ascoltano la parola  Evangelo comprendono: “salvezza dai miei peccati e, positivamente, nuova vita in Gesù Cristo”. Questa è una parte irriducibile del vangelo biblico, certo, ma è molto più che questo! Questi “evangelici” sono essenzialmente riduzionisti e così si tarpano le ali, mentre potrebbero usarle e “volare molto più in alto”.

Conseguenze della confusione dell’Evangelo con la salvezza  individuale

Quali sono le conseguenze di confondere il Vangelo con la salvezza e ridurre il primo a quest’ultimo? Eccone tre:

In primo luogo, la soteriologia individuale esclude altri aspetti vitali della Fede. L’Evangelo è la buona notizia di redenzione cosmica, ma la salvezza (quasi sempre definita come salvezza individuale) riguarda il salvataggio dei peccatori, non della creazione  in toto, come richiede la Bibbia: “nella speranza che la creazione stessa venga essa pure liberata dalla servitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Infatti noi sappiamo che fino ad ora tutto il mondo creato geme insieme ed è in travaglio” (Romani 8: 21-22).

Ciò significa che l’istruzione, la scienza, l’economia, la musica, la tecnologia, l’ambiente e la politica sono, nel peggiore dei casi, lasciati a sé stessi, il che significa: lasciati all’opera dei non credenti; e, nella migliore delle ipotesi, si presume che siano aree di vita “neutre” su cui sia i cristiani che i non cristiani possano arrivare a un accordo di buon senso. Il fatto che queste aree della vita che incidono in modo decisivo sul nostro mondo siano infestate dal peccato e necessitino di redenzione così come il singolo peccatore non si combina facilmente con il paradigma di una salvezza individuale quasi esclusiva. Il paradigma della salvezza (individuale) in contrasto con il paradigma del vangelo (onnicomprensivo) abbandona vaste aree del mondo allo sviluppo e al dominio del peccato.

Oggi abbiamo a che fare con un sistema educativo radicalmente secolare e un’arte rivoltosa (e rivoltante) e una scienza atea, in gran parte perché nell’ultimo secolo e mezzo i cristiani hanno ridotto l’Evangelo alla salvezza individuale (soterismo).

Sarebbe un errore, tuttavia, supporre che questo riduzionismo sia di epoca storica recente. Ha avvelenato tutti i settori della chiesa, già molto presto.

Il cattolicesimo romano. In Occidente, la chiesa romana ha adottato una soteriologia sacerdotale – salvezza mediata dall’istituzione ecclesiastica per mano dei sacerdoti nei sacramenti. Questo allontanamento dalla Bibbia non è stato prevalentemente accompagnato da alcuna preoccupazione distintamente cristiana per la cultura al di fuori della chiesa. Tutto al contrario. In epoca medievale, la chiesa aveva abbracciato la distinzione natura-grazia. La grazia, ridotta in gran parte alla salvezza individuale, era monopolizzata dalla chiesa, mentre il mondo al di fuori della chiesa era governato dalla “legge naturale” (= filosofica) a prescindere da ogni verità distintamente biblica. Col tempo, la cultura è stata de-cristianizzata e la società tenuta insieme solo a causa dell’elevata considerazione e del predominio culturale della chiesa. La chiesa è stata sacramentalizzata e la cultura secolarizzata.

La Riforma protestante ha ristabilito la verità biblica della salvezza (individuale) mediante la mediazione esclusiva di Gesù Cristo e per sola fede. Tuttavia, per la maggior parte, non ha messo in discussione l’idea occidentale del predominio del soterismo. Ha semplicemente reindirizzato quel soterismo dalla strumentalità della chiesa alla strumentalità della fede. Inoltre, l’esperienza di Martin Lutero di sollievo dal peso del suo peccato e l’imminente giudizio di Dio sono diventate il problema principale dell’uomo che la croce e la risurrezione risolvono. Nell’immagine biblica, però, la croce e la risurrezione risolvono un problema cosmico: una creazione infestata dal peccato, di cui l’uomo è il primo esempio. Il Cristo è pure colui per il quale “sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili” e che si è proposto di “riconciliare a sé, per mezzo di lui, tutte le cose, tanto quelle che sono sulla terra come quelle che sono nei cieli” (Colossesi 1:15-20)[3]. Non tutto è riconducibile alla salvezza individuale e questo non dev’essere l’unica sfera di testimonianza e di operare del cristiano.

In secondo luogo, quando equipariamo il Vangelo alla salvezza, degradiamo la visione del mondo creativa della Bibbia. I soteristi hanno poche ragioni per interpretare la salvezza (o anche l’Evangelo in termini di creazione, ma la creazione è precisamente ciò che il vangelo è calcolato per redimere. Ciò che è stato inquinato nel Giardino dell’Eden viene purificato dalla croce e dalla risurrezione. Il Secondo Adamo inverte il peccato e le conseguenze del primo Adamo.

Ma il soterismo non è la visione del mondo creazionale. Tende a un dualismo, anche allo gnosticismo, secondo il quale le questioni del corpo e di questa vita presente sono secondarie; e l’anima umana, definita (erroneamente, come nel platonismo) come parte interiore, immortale, immateriale, “spirituale” dell’uomo, è primaria. La salvezza proviene dal peccato individuale e porta così alla santificazione in questa vita e dall’imminente fuga e sollievo nella prossima. Ma questo è del tutto limitativo, ed anche alienante!

In questa prospettiva, il creato non è particolarmente importante nel piano di Dio, se non come il teatro in cui mostrare la sua grazia nel salvare i peccatori. L’idea che anche il teatro stesso debba essere riscattato non è un vero problema. E questo significa che qualsiasi lavoro incrementale per portare la verità cristiana all’interno dell’ordine creato diventa nel migliore dei casi un progetto accessorio e nel peggiore dei casi una distrazione dalla chiamata principale del cristiano: l’evangelizzazione personale e la santificazione individuale.

In terzo luogo, quando riduciamo il Vangelo a salvezza, tendiamo a ignorare gran parte e neutralizzare l’applicazione complessiva della Bibbia. Vero, uno dei temi centrale della Bibbia è la salvezza individuale e senza di essa non potremmo avere fede cristiana. Ma la Bibbia parla molto di più di questo, e certamente molto di più che della salvezza, come si intende di solito. La Bibbia semplicemente non è un libro soterista.

La Bibbia è la parola di Dio, e non è la parola di Dio solo in questioni soteriche relative alla chiesa, alla preghiera e all’evangelizzazione. Il fatto è che la Bibbia ha molto da dire su questioni evangeliche più ampie del soterismo, comprese le istruzioni (la sua legge) su tali argomenti, così tante che sembra quasi che si debba faticare intenzionalmente per mancarle. La legge di Dio copre argomenti culturali diversi come cibo, cucina, abbigliamento, pulizia personale, politica, istruzione, agricoltura, edilizia, musica, denaro, economia, guerra, salute, matrimonio, criminalità, penologia, aborto, omosessualità, abuso di sostanze e molto altro ancora, molto di più. Il problema non è che la Bibbia tace su argomenti culturali. Il problema è che molti cristiani  questi argomenti semplicemente li ignorano o li trovano insignificanti.

Conclusione

Da quando la riduzione del “vangelo” alla “salvezza” si è intensificata negli ultimi 150 anni in Occidente, la chiesa è diventata sempre più emaciata e inefficace. È facile incolpare gli effetti dei grandi mali gemelli dell’Illuminismo del XVIII secolo e della sua reazione del XIX secolo nel Romanticismo, nonché delle ideologie in crescita nel secolo scorso: darwinismo, marxismo, esistenzialismo, statalismo, modernismo e postmodernismo. E hanno davvero inferto colpi pesanti alla Fede. Coincidente con questi nemici, però, è stato il restringimento, la riduzione dell’Evangelo a salvezza individuale, uno sviluppo storico profondamente radicato il cui pericolo diventa più evidente man mano che la cultura diventa più depravata. Gli effetti dell’eresia sono sempre più pericolosi in retrospettiva che in prospettiva. E mentre l’equazione del vangelo con la salvezza non è un’eresia come  tale, come è stata storicamente definita, le sue conseguenze non sono state meno disastrose per il mondo di molte eresie reali. Dobbiamo quindi recuperare il cristianesimo evangelico complessivo, non solo il cristianesimo soteriologico. Si tratta della necessità più urgente del momento in cui viviamo.


[1] https://pandrewsandlin.substack.com/p/gospel-or-salvation

[2] http://www.laparola.net/vocab/parole.php?parola=swthr%85a

[3]Egli è l’immagine dell’invisibile Dio, il primogenito di ogni creatura, poiché in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili: troni, signorie, principati e potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. Egli stesso è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli è il principio, il primogenito dai morti, affinché abbia il primato in ogni cosa, perché è piaciuto al Padre di far abitare in lui tutta la pienezza, e, avendo fatta la pace per mezzo del sangue della sua croce, di riconciliare a sé, per mezzo di lui, tutte le cose, tanto quelle che sono sulla terra come quelle che sono nei cieli” (Colossesi 1:15-20).

La Bibia Piemonteisa – Leture bìbliche për Dominica 27 ëd Dzèmber 2020 – Prima dòp Natal

Letture bibliche: Salmo 147; Isaia 61-62:1-3; Galati 3:23-25; 4:4-7; Giovanni 1:1-18

Leture bìbliche: Salmo 147; Isaia 61-62:1-3; Galat 3:23-25; 4:4-7; Gioann 1:1-18 con le vos ëd Pàul Castlin-a, March Moretti, Màssim Marietta, Anin Ferrero, Gianni Marietta.

Grassia e Vrità a son ëvnùe a nojàutri ‘d manera ùnica e suprema ant la Përson-a e l’euvra dël Signor e Salvator Gesù Crist. Cola-lì a l’é l’arvelassion definitiva che gnente a-j peul esse giontà o gavà vìa. Costa a l’é la confession ëd fede fondamental ch’a tèrmina la letura dël vangel ëd costa duminica. A l’é nen che cost’arvelassion a pija ‘l pòst ëd tut lòn ch’a l’é rivane da le Scriture Sante ebràiche, nò, ma a lo pòrta a compiment e a n’é l’integrassion. La “grassia” as opon pa a la “lege” (Torah), ma a l’é chila midema un tèrmin giurìdich ch’as relassion-a ‘d manera ch’as peul nen separeje. Ël Crist an salva da le conseguense ‘d nòstre trasgression a la Lege ‘d  Nosgnor e an deurb la stra a n’arnovà e gioiosa ubidiensa. Tut sossì a l’é selebrà ant le càntiche ‘d làude dla prima e sconda letura d’ancheuj, e dëspiegà ant la tersa. Apress d’avèj ëscotà coste leture, che Nosgnor av daga ‘d fonghé ancreus ant ël mëssagi ch’a dan.

I. Salm 147 – Che bel ch’a l’é canté ‘d làude a nòst Dé!

Ël mond dij mischërdent a fa finta ‘d nen savèj o a meprisa ‘l Dé ver e viv ch’a l’é arvelasse an Gesù Crist tut a travers ëd le Scriture Sante dël Testament Neuv e del Testament Vej. Coj che Nosgnor a l’ha salvà dal pecà e da soe conseguense, contut, a l’han tante rason per laudelo e ringrassielo per sèmper. Lor a l’han, an efet, fàit l’esperiensa concréta ‘d coma Nosgnor a-j variss l’ànima e a buta ‘n pé për lor ëd realità neuve. Con Nosgnor a l’han un rapòrt ëstrèit perché chiel a-j conòss për nòm. A l’han tocà con man soa providensa e l’abondansa dij sò don. Lor a lo làudo dzurtut për la sapiensa ‘d soa Paròla ch’a-j dà conossensa e sicurëssa për soa vita ‘d lor. Coste-si a son ëd ròbe ch’a trasparisso da cost Salm.

“Laudé Nosgnor! Che bel ch’a l’é canté ‘d làude a nòst Dé! A dà pròpi ‘d piasì! La làuda a-j conven. Nosgnor a l’é ‘n camin ch’ arcostruv Gerusalem e ch’a ‘rpòrta a ca j’esilià. A guariss coj ch’a l’han ël cheur dësfàit e ‘mbinda soe ferìe. A conta le stèile e a-j ciama tute për nòm. Quant ch’a l’é grand Nosgnor! Sò pòdej a conòss gnun confin! Soa sapiensa as peul nen mzuresse! Nosgnor a

I Valdesi, assediati a Roccapiatta nell’inverno 1689/90 trovano miracolosamente del grano sotto la neve e possono produrre del pane

sosten ij crasà ma a sbat a tèra ij gram. 7Canté vòstra ‘rconossensa a Nosgnor! Canté ‘d làude a nòst Dé con l’arpa! A l’é Chiel ch’a quata ‘l cél con ëd nìvole! A l’é Chiel ch’a pronta la pieuva për la tèra! A l’é Chiel ch’a fà chërse l’erba an sle colin-e! A l’é Chiel ch’a dà da mangé a le bestie servaje e ch’a nuriss ij croass quand ch’a crijo. Nosgnor a pija gnun piasì ‘nt la fòrsa d’un caval o ‘nt la potensa d’un guerié. Nò, Nosgnor a l’ha ‘d piasì an coj ch’a l’han ëd riguard për chiel an coj ch’a l’han fiusa ant sò amor ch’a ven mai a manché. Dà glòria a Nosgnor, òh Gerusalem! Canta ‘d làude a tò Dé, òh Sion! Përché Chiel a l’ha rinforsà le protession dij tò porton e a l’ha benedì ij tò fieuj ch’a stan al sicur ant la sità anvironà da murajon. A l’é Chiel ch’a sicura la pas ëd toa nassion e ch’a pasia toa fam con ël mej frument. Nosgnor a manda ij Sò òrdin për ël mond – quant ch’a l’é lesta Sòa Paròla! A l’é Chiel ch’a manda la fiòca tanme ‘d lan-a molzin-a. A l’é Chiel ch’a spatara la brin-a an sla tèra tanme ‘d sënner. A l’é Chiel ch’a tira le nos ëd tempesta tanme ‘d pere. Chi é-lo ch’a podrìa ‘rziste a Sò frèid? E peui, quand ch’a dà ‘n comand, tut as ëslingua. A manda ‘l vent e la giassa a fond. A l’é Chiel ch’a l’ha ‘rvelà Soa Paròla ai fieuj ëd Giacòb, ij Sò decret e Soe decision ai fieuj d’ Israel. A l’ha fàit tut sossì për gnun-e d’àutre nassion. Lor a conòsso nen Soe régole. Laudé Nosgnor!”.

II. Isaìa 61:10-11-62:1-3

La giustissia dont a parlo le Scriture Sante a l’é motobin da pì e ‘d mej ëd lòn che ‘l mond a ciama: “giustissia sossial” o lòn ch’i spetoma ch’an rendo ij tribunaj…

Për lesi tut. A i’é ëdcò la registrassion da scoté, con la musica! – Leggi tutto. C’è anche l’audio, con la musica!

Liberi dalla Legge? (Galati 3:25-27; 4:4-7) – Culto di domenica 27 dicembre 2020

Prima domenica dopo il Natale

Letture bibliche: Salmo 147; Isaia 61-62:1-3; Galati 3:23-25; 4:4-7; Giovanni 1:1-18

Essere sottoposti a delle leggi è un fardello intollerabile? Dipende, soprattutto se si tratta di leggi umane discutibili. In Galati 4:4 le Sacre Scritture ci dicono: “Quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, sottoposto alla legge, perché riscattasse quelli che erano sotto la legge”. Il Salvatore Gesù Cristo ci libera dall’asservimento alla legge? Quali leggi e come? Che cosa intende? E’ quello che cercheremo di comprendere nella riflessione di oggi.

Nascere e vivere in questo mondo significa essere sottoposti inevitabilmente a diversi tipi di legge. Non possiamo in alcun modo sfuggirvi né scegliere diversamente. Vi sono le leggi che Dio ha stabilito per il funzionamento del creato, come la legge di gravità, quelle che comunemente sono chiamate: “leggi di natura”. Vi sono poi le leggi della nazione in cui viviamo. Che siamo d’accordo con esse oppure no, non osservarle vuol dire incorrere inevitabilmente a conseguenze per noi negative, secondo la legge della causa e dell’effetto.

Nel testo biblico sul quale riflettiamo quest’oggi, tratto dalla lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani della Galazia, l’Apostolo parla della nascita del Salvatore Gesù Cristo in questi termini: “Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, sottoposto alla legge, perché riscattasse quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5). Di quale legge si parla? Sentiamo quel testo nel suo più ampio immediato contesto.

“Ora, prima che venisse la fede noi eravamo custoditi sotto la legge, come rinchiusi, in attesa della fede che doveva essere
rivelata.
Così la legge è stata nostro precettore per portarci a Cristo, affinché fossimo giustificati per mezzo della fede. 
Ma, venuta la fede, non siamo più sotto un precettore (...)  quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, sottoposto
alla legge, perché riscattasse quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione. 
Ora perché voi siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori che grida: «Abba, Padre». 
Perciò tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede di Dio per mezzo di Cristo” (Galati 3:23-25; 4:4-7).

In questo testo, l’Apostolo ribadisce la verità fondamentale della fede cristiana, cioè che Dio, o meglio, l’eterno Figlio di Dio (che fa parte dell’Essere di Dio), è entrato in questo mondo come essere umano nascendo da una donna, quella che i vangeli identificano come Maria di Nazareth…

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La Bibia Piemonteisa – Leture bìbliche për Dominica 13 ëd Dzèmber 2020 – Tersa d’Advent

Leture bìblicheSalm 126Isaìa 61:1-4, 8-111 Tessalonicèis 5:16-24Gioann 1:6-8,19-28  con le vos ëd Pàul Castlin-a, March Moretti, Màssim Marietta, Anin Ferrero, Gianni Marietta.

La càusa dla gòj e dl’arconossensa për la vnùa dël Signor e Salvator Gesù Crist a arson-a ant le leture bìbliche ‘d costa tersa duminica d’Advent. As trata ‘d na gòj ch’a marlipen-a a peudo comprende coj ch’a l’han mai fàit l’esperiensa dl’euvra dël Crist an soa vita ‘d lor. Pura, sto-sì a l’é n’anvit a doverté ‘l cheur a la maravìja ch’a l’é manifestà ant ël Salm 126 ch’i androma a lese. A l’era la maravìa ch’a l’avìo coj ch’a l’ero restà a boca doverta quand ch’a l’avìo vëdù l’artorn, ant la tèra dla promëssa, dij deportà. A l’é na promëssa ‘d na consolassion génita e ‘d varision për l’euvra dël Salvator, parèj coma ch’a l’é testimonià da la professìa d’Isaìa 61. A l’é l’invit a fé nòstra l’euvra ‘d Col ch’a ‘rsan-a tut an nojàutri: ànima, spirit e còrp, coma a lo nunsia l’Epìstola. Cost-sì a l’é ‘l mëssagi ch’a ‘rson-a, a la fin ëd nòstre leture, dal profeta darié, Gioann Batista, ch’an parla ant la letura dl’evangelista Gioann. Sentoma anlora.

I. Salm 126

An cost Salm, l’autor a làuda Nosgnor, ch’a l’é fedel a Soe promësse, për le maravije che Chiel a l’ha fàit për sò pòpol an fasend-lo artoné ant la tèra ch’a l’avìo arseivùa an ardità. A-j smijava nen

Il ritorno degli esiliati valdesi nel 1689

possìbil che cheicòsa parèj a podèissa capité, ma a l’é compisse pròpi coma a l’era stàit nunsià. Costa sì a l’é ‘l midém sens ëd maravija ch’a ciapa ‘l cristian quand ch’a vëdd rivé a la conversion a Gesù, ëd gent ch’as l’avìa mai pensasse. E a l’é ‘dcò la maravìja ‘d coj ch’a vëddo ‘l bon ésit ëd soe fatighe al sërvissi ‘d Nosgnor.

A në smijava nen vera ‘d vëdde j’esilià arportà da Nosgnor a Sìon. I j’ero pien d’alegrìa e i cantavo ‘d gòj. J’àutre nassion a disìo: “Che grande còse ch’a l’ha fàit për lor Nosgnor!”. Sensa dubi Nosgnor a l’ha fàit ëd còse maravijose për noi. I j’ero beà! Òh Nosgnor, fane torna vëdde la prosperità ‘d Sìon parèj ëd l’eva dij torent ch’a torna a dé vita al desert. Coj ch’a pioro për la fatiga ch’a fan për travajé la tèra, al mësson a crijeran ëd gòj. Coj ch’a pioro an portand ël sach ëd la smens për sëmné, a l’é sicur ch’a canteran ëd gòj quand ch’a ‘torneran an portand le gerbe dël forment.

II. Isaìa 61:1-4, 8-11

Coste antiche paròle dël profeta Isaìa a vëddo an prospetiva stòrica l’euvra dël Mëssìa coma col ch’a salva, lìbera, variss e consòla. La vnùa dël Mëssìa ant la përson-a e l’euvra ‘d Gesù Crist, a l’ha realisà costa professìa. Chiel a porterà a compiment l’euvra ch’a l’ha comensà a fé, an soa sconda vnùa. Sò pòpol a peul, ancheuj e ancora doman, laudé Nosgor con le paròle gioiose ch’a ven-o a la fin ëd cost test-sì.

“Lë Spirit dël sovran Signor a l’é an mi, përchè Nosgnor a l’ha sernume. A l’ha dame la comission ëd porté la bon-a neuva ai pòver, ëd giuté coj ch’a l’han ël cheur crasà, ëd proclamé la liberassion dij përzoné e ch’a vëdran torna la lus coj ch’a son an caden-e; ëd proclamé l’ann ëd grassia ‘d Nosgnor, ël di che nòstr Dé a farà giustissia, e ‘d consolé tùit coj ch’a son sagrinà. A tuti coj ch’a porto ‘l deul për Sion chiel a-j darà na coron-a an leu ‘d sënner, ël përfum ëd la festa an leu dël pior dël deul, ëd ròbe sfarsose an leu dël dëscorament. Ant la giustissia ch’a ‘rseivran, lor a saran coma ‘l grand rol che ‘l Signor a l’ha piantà për arvelé Sò splendrior. […] Përchè mi, ël Signor, i dago ‘n grand valor a la giustissia e i l’hai ‘n ghignon l’ingiustissia e la rapin-a. I arcompenserai mè pòpol përchè i son fedel. I farai con lor un pat ch’a dura për sèmper. Ij sò dissendent a saran famos an tra le nassion, ij sò fieuj an tra ij pòpoj. Tuti coj ch’a-j vëdran a arconosseran che ‘l Signor a l’ha benedije. I sarai pien ëd goj për Nosgnor, mè Dé, përché Chiel a l’ha ‘rvestime con la vestimenta dla salvëssa e festonà con ël mantel ëd la giustissia. I smijo a në spos con soa vestimenta ‘d nòsse, i smijo a na sposa ch’a porta sòa giòja. Nosgnor Dé a mostrerà soa giustissia a le nassion dël mond. Tuti a lo laudran! Soa giustissia a sarà coma ‘n giardin ant ël temp ëd le fior con ëd piante ch’a chërso daspërtut!”.

La Bibia Piemonteisa – Leture bìbliche për Dominica 6 ëd Dzèmber 2020 – Sconda d’Advent

   Leture bìbliche: Salm 85Isaia 40:1-112 Pero 3:8-15March 1:1-8 con le vos ëd Pàul Castlin-a, March Moretti, Màssim Marietta, Anin Ferrero, Gianni Marietta

Ël Dé ver e ch’a viv, col ch’a l’é arvelasse an Gesù Crist e che an Chiel i lo vëdoma ch’a agiss, a l’é pa ‘n déspota sensa pietà e ch’as peul nen prevëdde lòn ch’a farà. Cola lì a l’é la dëscrission ëd le divinità fàusse dij pagan. Nosgnor Dé a l’é gnanca na sòrt ëd Papà Natal, o Vej Talin, Barba st’Inver, bonass e ‘d mània larga. Nosgnor Dé a ten an savent echilibri giustissia e grassia, Lege e Vangel, fòrsa e dosseur. I trovoma cost prinsìpi ant le leture bìbliche d’ancheuj ch’a buto an evidensa le cobie: lege-grassia, giustissia e amor, pentiment e fede. Ëd cost echilibri an Dé i podoma sèmpre fidess-ne përchè Chiel a l’é ‘n Dé fedel. A l’é pròpi sòn ch’a l’é ‘d granda consolassion për ël cristian ch’as rapòrta con Chiel e coj-lì a son i prinsìpi medésim ch’a l’han da caraterisé nòstra vita.

I. Salm 85 – Orassion për la liberassion e ‘l dësvij

Ël caràter ëd Nosgnor Dé, com i lo trovoma arvelà ant ij tèrmin ëd l’Aleansa an tra Chiel e sò pòpol, a l’é dla giustissia la pì àuta. Giustissia a prevëd la sicura aplicassion ëd le sansion dissiplinàrie ch’a son fissà për tuti coj ch’a trasgredisso Soa Lege. An Dé, contut, l’aministrassion ëd la giustissia a l’é mai sensa pietà, ma a l’é sèmpre gropà, balansà, da Soa grassia e da Sò amor. Ël Salm 85 a sélebra cost prinsìpi l’ora ch’a a diciara la relassion ëstrèita ch’a-i é an Dé an tra giustissia, grassia, bontà, vrità, giustissia e pas.

“Nosgnor! Ti ‘t l’has vërsà con bondosità toe benedission su toa tèra; it l’has fàit torna sté bin Giacòb. It l’has përdonà le colpe ‘d Tò pòpol, it l’has ëstendù ‘n vel dzura tùit ij sò pecà. It l’has fàit chité tuta toa furia; it l’has tratnù toa giusta rabia. Adess variss-ne, Nosgnor, nòstr Salvator. Buta da banda toa rabia ancora na vira. Saras-to sèmper anrabià con nojàutri? Seguiteras-to a esse ‘nrabià ‘dcò con le generassion ch’a vniran? An arnovras-to nen la vita ‘ncora na vòlta, parèj che tò pòpol a peussa trové ‘n ti soa gòj? Fane vëdde tò amor fedel. Nosgnor! Acòrd-ne la salvëssa! I scotrai lòn che Nosgnor a l’ha da dì, përché Nosgnor a farà la pas con sò pòpol fedel, ma falo nen artorné a soa folairà. A l’é sicur che la salvëssa a l’é davzin-a a coj ch’a l’han ëd rispet për Nosgnor, parèj che nòstra tèra a sarà ‘mpinìa ‘d soa glòria. Amor sincer e fidelità a son ancontrasse; la liberassion e la pas a son ëvnusse ‘ncontra a l’han dasse ‘n basin. La fidelità a chërs da la tèra e la liberassion a varda dal cel. Èh, Nosgnor a vërserà con abondansa Soe benedission e nòstra tèra a darà sò mësson. La liberassion a marcia dë ‘dnans a Chiel e a-j pronta la stra“.

II. Isaìa 40:1-11 – Nosgnor a consòla sò pòpol

Falosa e trompeusa a l’é a consolassion ch’a ven dal chërde ant un Dé ‘d conveniensa ch’as chërd ch’a tòlera, giustìfica e perdon-a tut, e lolì an sla bàse ‘d n’amor ch’a l’é nen tant precisà. Consolassion génita a l’é cola ch’a ven da ‘l chërde ant un Dé ch’as peul fidess-ne, ch’a rispeta ij pat e, coma ch’a l’é fortì ant le Scriture Sante, ch’a prend an sù chiel medésim le conseguense penaj ëd nòstre trasgression, përchè Soa grassia a peussa ess-ne dàita.Tut sossì Nosgnor a l’ha prontalo travers tuta la stòria dla salvassion, e dël tut sicur a l’é ‘l compiment ëd Soe promësse. Sossì a l’é lòn ch’a proclama ‘l profeta Isaìa ant ël capìtol 40 ‘d sò lìber.

“Consolé, consolé mè pòpol” a dis vòst Dé. Parlé al cheur ëd Gerusalem e nunsieje che ij sò di ‘d servitù a son rivà a la fin, ch’a l’é staje përdonà soe colpe, ch’a l’ha arseivù da Nosgnor na retribussion dobia për tùit ij sò pecà”. Scoté! A l’é quaidun ch’a crija: “Pronté ‘nt ël desert la vìa che ‘l Signor a l’ha da passeje, ant la vàuda spianeje na stra a nòst Dé. Aussé ‘l livel ëd j’avalament, sbassé ij mont e le colin-e; che ij teren rudi a dvento na spianada, che ij vir ëd le stra a sio drissà. Anlora a sarà arvelà la glòria ‘d Nosgnor, e tuti ansema a vëdran che Nosgnor medesim a l’ha parlà”. Na vos a dis: “Fà na crija!“. E n’àutra a rëspond: “Che crija hai-ne da fé?” . “Proclama che tuti a son coma d’erba. Soa blëssa a svaniss tòst tanme le flor ant ij camp. L’erba a sëcca e la fior a anfiapiss sota ‘l bof ëd Nosgnor. Pròpi parèj a l’é con la gent!” L’erba a sëcca e la fior a ‘nfiapiss, vera, ma la paròla ‘d nòstr Dé a dura për sèmper”. Monta an s’ na montagna bin àuta, ti ch’it pòrte ‘d bon-e neuve a Sion; àussa bin fòrta toa vos, ti ch’it pòrte ‘d bon-e neuve a Gerusalem. Crija, gnun-e tëmme! Dije a le sità ‘d Giuda: “Tò Dé a l’é ‘n camin ch’a riva!” . Nosgnor a riva con potensa, con la fòrsa ‘d sò brass chiel a dòmina sovran dzura tute le còse. A lo compagna ‘l frut ëd soa vitòria; a-j van danans ij sò trofé. Tanme ‘n bërgé chiel a pastura sò strop: A pija ‘n brass j’agnej, a-j pòrta strèit al pét, a compagna con soen le feje ch’a dan ël làit, a pòrta a ‘n brass j’agnej, a-j pòrta strèit al pét, a compagna con soen le feje ch’a dan ël làit”.

Për lesi tut. A i’é ëdcò la registrassion da scoté, con la musica! – Leggi tutto. C’è anche l’audio, con la musica!

Il Ministero di Grazia e Giustizia (Marco1:1-8) – Culto di domenica 6 dicembre 2020

Seconda domenica di Avvento

Letture biblicheSalmo 85; Isaia 40:1-11; 2 Pietro 3:8-15; Marco 1:1-8

Il “ministero di grazia e giustizia”. Ecco un abbinamento interessante che pure risponde a criteri biblici. Non vi può essere, infatti, grazia senza giustizia, Evangelo senza Legge, Fede senza Ravvedimento, e viceversa. Quanto spesso oggi si sente proclamare, però, l’uno senza l’altro! Non così l’annuncio dell’Antico e del Nuovo Testamento che vediamo espresso nel testo biblico che esaminiamo oggi: l’appello al ravvedimento che prepara, con Giovanni Battista, quello di Gesù.

La venuta del Salvatore Gesù Cristo non è stata improvvisa ed inaspettata. Il suo luogo ed il suo tempo corrispondono esattamente a quanto il Signore Iddio, nella Sua sapienza, aveva pianificato: “…quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Galati 4:4), cioè arrivato il momento stabilito, quello appropriato, giusto. A quel momento Iddio giunge attraverso un’attenta preparazione. La storia dell’antico popolo di Israele ed il messaggio dei profeti ne segnano le tappe. Tutto è finalizzato all’avvento del Cristo, il Messia: la Legge ed i Profeti, ma anche gli altri scritti dell’Antico Testamento. Giovanni, il battista [cioè il “battezzatore”] è l’ultimo dei profeti, l’ultima autorevole voce dell’Antico Testamento. Il suo aspetto, la sua vita, il suo messaggio inequivocabilmente lo manifestano come tale.

In che modo Giovanni prepara l’avvento imminente del Salvatore Gesù Cristo nella sua generazione? In che modo egli prepara il cuore e la mente delle persone all’annuncio dell’Evangelo, la buona notizia della grazia di Dio per tutti coloro che accolgono la Persona di Gesù Cristo? Ascoltate come lo descrive, sinteticamente ma in modo efficace, l’evangelista Marco.

“Il principio dell’evangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Come sta scritto nei profeti: «Ecco, io mando il mio messaggero davanti alla tua faccia, il quale preparerà la tua via davanti a te. Vi è una voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”». Giovanni comparve nel deserto, battezzando e predicando un battesimo di ravvedimento, per il perdono dei peccati. E tutto il paese della Giudea e quelli di Gerusalemme andavano a lui, ed erano tutti battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Or Giovanni era vestito di peli di cammello, aveva una cintura di cuoio intorno ai lombi e mangiava locuste e miele selvatico. E predicava, dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno neppure di chinarmi a sciogliere il legaccio dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo»”.

Giovanni, predica “un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati”. Egli mette chiaramente davanti al suo uditorio, ribadendolo, ciò che Dio esige da tutti nella Sua legge morale. E’ la stessa Legge morale impressa (ma soffocata) nella coscienza di ogni creatura umana e proclamata in modo sintetico dal Decalogo. Giovanni fa prendere loro coscienza delle loro gravi inadempienze del suo uditorio, delle fatali conseguenze che comportano. Sono conseguenze che nessuno può evitare o rimediare da solo senza uno speciale intervento di Dio…

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La Bibia Piemonteisa – Leture bìbliche për Dominica 22 Novèmber 2020 – Ël Crist a l’é Rè – Última Duminica apress la Pancòsta

Leture bìblicheSalm 100Esechiel 34:11-24Efesin 1:15-23Maté 25:31-46 con le vos ëd Pàul Castlin-a, March Moretti, Màssim Marietta, Anin Ferrero, Gianni Marietta.

A l’é Nosgnor Dé medésim che, an soa sovranità, a stabiliss, conform a sò caràter, lòn ch’a l’é ver, giust e bon. Dé a lo diciara e a na da la definission e, ëd conseguensa, a l’é Chiel ch’a stabiliss lòn ch’a l’é fàuss, cativ e nen giust. Da lòn, Chiel, an soa santità, as na dësferensia. A l’é për lòn che, dàit che chiel a l’ha stabilì ij criteri ëd lòn ch’a l’é ver, giust e bon, Dé a giùdica e a fà ‘d sante discriminassion. L’istess, Chiel a mostra ‘d fé parèj a le creature uman-e, creature moraj e dotà ‘d responsabilità. Ij sò fieuj a l’han, donca, ël dover e ‘l dirit ëd giudiché, ëd fé ‘d distinsion, ëd disserne e discriminé an sla base dij Sò criteri, e lor medésime a saran parèj giudicà. Minca n’esse uman a sarà giudicà da Nosgnor an sla base ‘d coj criteri-lì. Sossì a l’é lòn che Nosgnor Gesù Crist a proclama ant la quarta letura bìblica d’ancheuj, anté che chiel a parla dël Giudissi Darié, ch’a a vëdrà la separassion ëd coj ch’a saran trovà conform a Soe sante Lej e tuti j’àutri. Ant la tersa letura, ciapà da l’epìstola a j’Efesin, l’Apòstol a prega che Nosgnor a daga, ai sò letor, lë spirit ëd conossensa, disserniment e sant giudissi, “ch’av daga ‘d saviëssa spiritual e d’arvelassion për conòss-lo sèmper mej”. Ant la sconda letura, ciapà dal lìber dël profeta Esechiel, i vëdoma coma Dé medésim a farà ‘n giudissi e na discriminassion an tra sò pòpol. A-i é n’arson ëd sossì ant ël Testament Neuv, andoa ch’a l’é scrit: “Përchè a l’é temp che ‘l giudissi a comensa da la cà ‘d Nosgnor. E se a comensa da nojàutri, cola ch’a sarà la fin ëd coj ch’a ubidisso nen a l’Evangeli ‘d Nosgnor?” (1 Pero 4:17). La prima letura a arconòss, an laudandlo, ël dirit ëd Nosgnor Dé a regné e a esse servì con gòj e arconossensa.

I.

Salm 100. Ch’a seurto d’aclamassion a Nosgnor da tuta la tèra!

Ël Salm 100 a l’é ‘n cant pcit ma satì ‘d gòj e d’arconossensa anvers a Dé. An evidensa i-i trovoma l’esortassion:  “Arconòsse che ‘l Signor a l’é Dé!”. A l’é Chiel ël Creator. A l’é Sò ël dirit ëd fé ‘d lege e ‘d giudiché. Tut lòn ch’a fà a l’é bon e giust e ‘l mej për nojàutri as trova ant l’esse an armonìa a soa volontà arvelà.

Ch’a seurto d’aclamassion a Nosgnor da tuta la tèra! Rendije l’adorassion con gòj! Vnì dë ‘dnans a chiel an cantanda d’argiojissansa. Arconòsse che ‘l Signor a l’é Dé! A l’é chiel ch’a l’ha creane, e nojàutri i soma ij sò; i soma sò pòpol, lë strop che chiel a men-a an pastura. Intré për ij portaj ëd sò templi am rendendje grassie! Esaltelo! Benedì sò Nòm. Përchè Nosgnor a l’é brav, e sò amor a dura për sèmper. Nosgnor a l’é fidel për ij sécoj dij sécoj.

II. Esechiel 34:11-24 – Ël bon bërgé

Nosgnor Dé a l’é stàit, a l’é e sèmpre a sarà fedel a tute le promësse ch’a l’ha fàit e ch’a l’ha angagiass-ne. Nen parèj a l’é sèmper con sò pòpol, malgré ch’a sìa stàit ciamà a rende ‘n sërvissi fedel a Dé. Soens, an efet, ël pòpol ëd Nosgnor as dimostra dzubidient e ij sò angagg a-j onora pa. A l’é per lòn che Nosgnor a lo giudica, a lo conda-a e a lo castiga. Nosgnor a l’ha da confrontesse a l’infidelità dij bergé ‘d sò pòpol…

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Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Radio Tempo di Riforma

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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