Famiglie valdesi nelle persecuzioni. I Bastie: la fede più forte di ogni altra cosa (2a parte)

La fortezza di Ceva disegnata circa cento anni dopo la prigionia dei Valdesi

(segue dalla 1a parte) 

Mathieu Bastie, nato nel 1656, come tutti i valdesi viene battezzato, istruito sulla Bibbia e nella fede, che conferma da adolescente, e a 26 anni d’età, nel 1682, sposa Marie Parise, anche lei valdese di San Giovanni. Il matrimonio è presto allietato dalla nascita di due figli: Michel nel 1683 e Esther nel 1685.

Ma incombe una sciagura ancora peggiore di quella del 1655: lo stesso anno in cui nasce Esther, il Re di Francia Luigi XIV revoca l’Editto di tolleranza religiosa di cento anni prima e perseguita spietatamente i protestanti francesi. Poi induce il suo parente e alleato minore, il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II a fare lo stesso contro i Valdesi, fornendogli anche, nell’aprile 1686, 5000 soldati che si aggiungono agli altrettanti del Duca. L’eroica resistenza valdese è vana e in giugno (vedi la nostra Cronologia Valdese) i persecutori massacrano almeno 2000 valdesi, incluso donne e bambini.

Mathieu e famiglia, insieme a circa 8000 altri valdesi, “si affidano alla clemenza del Duca” e sono così imprigionati in una delle fortezze dei Savoia (Miolans, Verrua, Ceva, Mondovì, Torino, Carmagnola, Asti, Trino, Vercelli, Cherasco, Fossano, Saluzzo), per non aver abiurato la loro fede. Le condizioni di reclusione sono terribili: cibo scarsissimo e pessimo, ambienti malsani e sovraffollati, dove la gente si ammala, muore, donne partoriscono. E dove Mathieu e Marie hanno con sé anche i loro due bambini di tre e un anno. Difficile immaginare un posto così e ancora più difficile capire che in ogni momento avrebbero potuto lasciare questo luogo spaventoso se solo avessero abiurato la loro fede, ma non lo fecero. Continuavano invece a pregare chiedendo a Dio di liberarli miracolosamente o di rafforzare la loro fede rendendoli capaci di non desistere fino alla morte come tanti e tanti dei loro fratelli di prigionia. Già più della metà erano stati vittime di malattie e privazioni e i loro corpi erano stati affidati ai carcerieri per portarli via, certo con ben poco riguardo…

Così, sei mesi dopo il loro imprigionamento, Mathieu e Marie Bastie, con i loro figli Michel e Esther, chiusi nella fortezza in pieno inverno in condizioni estreme a causa delle quali circa i due terzi dei loro fratelli in fede sono morti, non hanno ragione umana per sperare di sopravvivere.

Ma nel mese di gennaio del 1687 nella fortezza giunge la notizia per la quale avevano tanto pregato: saranno liberati. Non potranno però tornare alle loro case nelle amate Valli abitate da tempo immemorabile dalle loro famiglie, ma dovranno andare in esilio in Svizzera. Ringraziano Dio e si preparano a un’altra terribile prova: percorrere a piedi circa quattrocento chilometri, che includono il valico delle Alpi, forse con il supporto di qualche carro, in pieno inverno. Un’impresa che richiede diverse settimane e che costa la vita a circa trecento dei meno di tremila sopravvissuti, già provati all’estremo dalla prigionia. Lungo la strada e all’arrivo incontrano tanti parenti e amici, rallegrandosi reciprocamente di essere ancora in vita. Di molti altri apprendono la morte, di altri ancora non ci sono notizie.

ll 15 febbraio 1687 giungono a Payerne, cantone di Vaud. Ma i patti tra il Duca di Savoia e i cantoni svizzeri prevedono che gli esiliati vengano allontanati il più possibile per prevenire ogni velleità di ritorno nelle Valli. Così, prima della fine dell’anno, i Bastie si devono trasferire nel cantone di Zurigo e nell’ottobre 1688 ancora più in là, nel cantone Sciaffusa, salvo poi tornare ancora a Zurigo. Nel maggio 1689 lasciano Zurigo e perdiamo momentaneamente le loro tracce.

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