Quando i protestanti facevano i protestanti

Calvino, Zwingli, Bullinger, Vermigli scrivevano ai potenti non per sottomettervisi ma per riprenderli

Lettera di Ulrico Zwingli a Francesco I, Re di Francia (1525)

“Illustre Re… per molto tempo siamo stati così schiacciati dalle oscure macchinazioni di uomini avidi che abbiamo dovuto sopportare ogni cosa, come il popolo d’Israele ha sopportato la schiavitù egiziana. Ma il Creatore di tutte le cose ha avuto riguardo all’afflizione dei nostri cuori come ha avuto per i loro affanni, e ha portato la luce della sua parola, per mezzo della quale possiamo determinare l’identità e il carattere delle cose che finora ci hanno imposto in modo così funesto… Non percepiamo la marea crescente di follia delle nazioni e dei re? L’avidità non confonde tutte le cose…al punto che nulla più si salva o è sicuro in suo potere? L’avidità indirizza le sue mire verso la provincia o il regno di un altro, poi mette in campo tutte le sue forze e non suona in ritirata finché non distrugge completamente se stessa o distrugge completamente ciò che brama, poiché nessun sequestro dei beni altrui è mai avvenuto senza la distruzione di una parte o dell’altra. Ma siccome i prìncipi debbono anzitutto guardarsi dall’ingiustizia, e poiché una guerra iniziata così avventatamente non può essere portata a termine senza ingiustizia, e poiché gli stessi prìncipi sono di solito gli artefici delle guerre, chi non vede che è necessario che il Signore ponga la lampada della sua Parola finalmente in mezzo a noi, affinché anche il popolo possa distinguere se la condotta dei loro avidi prìncipi è dritta o storta, giusta o ingiusta? Ora rivolgerò l’attenzione alla grande massa di umili cristiani. Voi vedete quanto sono depressi? E vedete che hanno molte ragioni per esserlo? In primo luogo, considerate, vi prego, quante e quanto pesanti sono le estorsioni, i tributi e le tasse con cui sono oppressi da prìncipi avidi che, passando sui loro corpi e tutti i loro averi, si fanno strada per raggiungere gloria e ricchezze, facendolo in modo così leggero che persino il terribile Annibale sembra aver tenuto più conto di un suo elefante di quanto questi tengano conto di moltitudini di esseri umani. Sebbene ne distruggano a migliaia, per loro questo non significa nulla, purché raggiungano ciò che bramano… Poiché, quindi, siamo costretti ad ammettere che il mondo intero è talmente corrotto, malvagio e spudorato che deve assolutamente essere riformato… e poiché vediamo che Dio ha inviato la Sua Parola per sanare questa vecchia piaga e strapparci dalla distruzione, chi non alzerà il capo alla voce del Signore? Chi può non vedere che il giorno del Signore è vicino? – non quell’ultimo giorno in cui il Signore giudicherà il mondo intero, ma il giorno in cui dovrà correggere l’attuale condizione delle cose… Il suo Vangelo, che a nostro danno è stato a lungo nascosto, anche se la sua lettera non era nascosta, ora Egli ha riportato alla luce… La Parola di Dio non è mai stata disattesa impunemente. Poiché, quindi, ora vediamo e sentiamo che la vera parola del vero Dio è fiorente, non la ignoreremo affatto impunemente… Avete nel vostro regno una classe di uomini dotti, la cui abilità è nelle cose celesti, non umane, e possiedono tutto ciò che è importante… abilità nelle lingue, semplicità di carattere e santità di vita. Amate questo genere di persone e non abbiate nulla di così prezioso come questi uomini… Ora prego per la sicurezza di Vostra Altezza e di tutti i vostri sudditi. Il regno è del Signore”.

Scrivendo a Sigismondo Augusto (Re di Polonia) nel 1549, Giovanni Calvino lo istruì a sottomettersi alla signoria di Cristo e alla sua parola-legge, piuttosto che alle immaginazioni degli uomini:

Forse questo potrebbe essere un ulteriore incoraggiamento a Vostra Maestà, la quale è già impegnata nella restaurazione del regno di Cristo, e a molti che vivono sotto la Vostra sovranità perché facciano avanzare la stessa opera. Il Vostro regno è vasto e rinomato, e contiene molte eccellenze, ma la sua felicità avrà un fermo fondamento solamente se prende Cristo quale Governatore supremo per essere difeso dalla sua fede e della sua protezione. Sottomettere a lui il Vostro scettro non è contrario all’alta posizione in cui siete posto, ma sarebbe molto più glorioso di tutti i trionfi del mondo. Poiché tra gli uomini si sostiene che la gratitudine sia una virtù appropriata per un grande e nobile spirito, cosa sarebbe meno appropriato per i re, che dimostrarsi ingrati al Figlio di Dio per mezzo del quale sono stati elevati al posto d’onore più alto? È perciò, non solo onorevole, ma un servizio più che regale, che ci eleva al rango degli angeli, quando il trono di Cristo è eretto tra di noi cosicché la sua Voce celeste solamente diventa la regola per vivere e per morire, egualmente per i più nobili come per i più umili. Benché la professione di obbedienza al governo di Cristo sia fatta oggigiorno da quasi tutti, pure, pochi sono quelli che gli mostrano l’obbedienza di cui si vantano.Ora, questa obbedienza non può essere resa, a meno che l’intera religione sia formata in accordo con l’infallibile governo della sua sacra Verità. Ma su questo punto nascono strani conflitti, quando gli uomini, non solo gonfiati dall’orgoglio, ma anche stregati da mostruosa pazzia, danno meno considerazione agli immutabili insegnamenti del Maestro celeste che alle loro vane invenzioni.Giovanni Calvino, Commentario all’epistola di Paolo l’apostolo agli Ebrei, traduzione di John Owen (1549; 1853) inCalvin’s Commentaries (22 vol, Grand rapids, 1993) xxii, p. xx-xxi.

PIETRO MARTIRE VERMIGLI SUL DOVERE DEL MAGISTRATO DI IMPLEMENTARE LA PRIMA TAVOLA DELLA LEGGE

Primo, ho detto che il magistrato è il difensore della legge divina, la quale include non solo la seconda tavola, ma anche la prima. Perciò egli è il difensore di entrambe, l’una e l’altra. Ho pure menzionato le parole di Agostino il quale ha detto che sia i privati che i re dovrebbero servire il Signore. È scritto nei Salmi: “Quando popoli si riuniscono e regni, per adorare il Signore”. In un altro posto: “Ora, perciò, O re, siate saggi; accettate la correzione, O giudici della terra. Servite il Signore con timore e con tremore”. Agostino aggiunge che un privato serve il Signore confessando il suo nome e vivendo rettamente. Questo, però,non è sufficiente per un re o un magistrato. Egli dovrebbe servire il Signore con la sua autorità e col suo potere punendo quelli che si oppongono a Lui. Se non lo fa, il magistrato da l’impressione di dare il suo assenso alla blasfemia e all’eresia. Quando il re vede questi uomini e li tollera, si unisce a loro e promuove le loro opere vergognose. Quando Nabukadnetsar pervenne alla conoscenza di Dio per la prima volta, propose un decreto che comminava la pena di morte per chi avesse bestemmiato contro il Dio di Daniele. Dario, più tardi, fece un simile decreto. I nostri magistrati dovrebbero soffocare ogni idolatria, blasfemia e superstizione. […] La legge di Dio dice che i bestemmiatori dovrebbero essere messi a morte non per mano di privati cittadini o per mano di sacerdoti, ma dal magistrato. [Levitico 24:16]Pietro Martire Vermigli: “Of a magistrate, and the difference between civil and ecclesiatical power” (1561) in W.J.T. Kirby editore: The Zurich connection and Tudor political theology (Leidenand Boston 2007), pp. 116-117.

Scrivendo a re Edoardo VI d’Inghilterra nel 1550, Enrico Bullinger gli parlò della necessità per i re di sottomettersi al potere sovrano di Cristo e di obbedire le sue leggi regali:

Avendo perciò il mio garante nella parola di Dio, oso audacemente confessare, che fioriranno e saranno in una felice condizione quei re che completamente danno e sottomettono se stessi e i loro regni a Gesù Cristo, l’unigenito di Dio, essendo Egli il Re dei re, e il Signor dei signori; riconoscendo che Egli è il principe ed il monarca più potente di tutti, e loro i suoi vassalli, soggetti e servitori: i quali, in definitiva, non seguono in tutti i loro affari la loro propria mente e il proprio giudizio, le leggi degli uomini che sono contrarie ai Comandamenti di Dio, o le buone intenzioni di uomini mortali; ma seguono sia essi stessi proprio le leggi del Re e monarca più potente, sia fanno in modo che siano osservate in tutto il loro regno, riformando se stessi e tutti quelli che appartengono loro, alla luce e per mezzo del governo della santa parola di Dio. Poiché nel fare così il regno fiorirà in pace e tranquillità, e i re di esso saranno più ricchi, vittoriosi, longevi, e felici. Poiché così parlò la bocca del Signore, la quale non può mentire: “quando siederà sul trono del suo regno, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, … e la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere l’Eterno, il suo DIO, e a mettere in pratica tutte le parole di questa legge e questi statuti, affinchè egli non devii da questo comandamento né a destra né a sinistra, e prolunghi così i suoi giorni nel suo regno, lui e i suoi figli” [Deuteronomio 17]. Ed ancora “Questo libro della legge, non si diparta mai dalla tua bocca” ( Giosuè, o tu, chiunque sia tu che hai un regno), “Ma meditalo, giorno e notte, avendo cura di agire secondo tutto ciò che vi è scritto, perché allora farai prosperare la tua via, e allora avrai successo”. È certamente vero, perciò, confermato dalla testimonianza del Dio Verissimo, e pronunciato in chiare parole, che la prosperità di re e di regni consiste in vera fede, ascolto diligente, e fedele obbedienza alla parola o legge di Dio: mentre la loro calamità e totale rovina segue il contrario.Henry Bulliger: Fifty godly and learned sermons divided into the five decades containing the chief and principal points of Christian religion, ed. Thomas Harding (1849-52 Parker edition, 4 vol. grand rapids, 2004), ii, 4-5.

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