Movimento o istituzione?

La fede cristiana era originalmente ed essenzialmente “movimento” e tale doveva rimanere. La sua istituzionalizzazione in strutture ecclesiastiche è venuta solo più tardi ed esse si sono consolidate per ragioni sociali e politiche ad imitazione delle istituzioni di questo mondo. Questo è stato giustificato con argomentazioni tratte dal Nuovo Testamento ma, molto spesso, distorcendo il significato di “chiesa” per conciliarla con le ambizioni dei suoi leader e alla conformità con le tradizioni di questo mondo. Tutto ciò ha avuto il solo effetto di de-potenziare spiritualmente la chiesa cristiana e ridurla al rango di semplice “religione” come tante altre – assoggettata ai poteri di questo mondo.

E’ come se Gesù avesse ceduto alla tentazione di Satana. Ricordate? “Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò, se, prostrandoti, tu mi adori’” (Matteo 4:8-9). La fede cristiana doveva rimanere movimento di discepoli di Cristo riuniti in libere comunità incarnanti il suo stile di vita e con la funzione d’essere sale e luce di questo mondo (Matteo 5:13-15), voce profetica che ne sfida i potentati testimoniando della bontà della comunione con Dio e della conformità alle sue leggi morali, buone e giuste.

Certo, le comunità devono pure organizzarsi, ma rifiutando le logiche di potere prevalenti altrove, come disse Gesù stesso: “I re delle nazioni le signoreggiano e quelli che hanno autorità su di esse sono chiamati benefattori. Ma tra voi non deve essere così; anzi, il maggiore fra voi sia come il minore, e chi governa come colui che serve. Poiché chi è maggiore, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 2:25-27)Per la più gran parte non è stato così, ma i testi biblici profetici e Gesù in particolare, avevano bene messo in guardia il movimento cristiano dal diventare istituzione e quindi “struttura ecclesiastica”. L’istituzionalizzazione avrebbe pregiudicato il suo afflato originale. Avrebbe inevitabilmente “gettato acqua sul fuoco” del suo “stato nascente” assimilandosi alle logiche delle istituzioni di questo mondo. Il potere non più visto come servizio si sarebbe corrotto, se ne avrebbe abusato e generato inevitabilmente problemi di ogni sorta. Sono nate così “le grandi chiese”, ma anche, a loro imitazione, comunità settarie e opprimenti.

Il sociologo italiano Francesco Alberoni, nel suo libro “Movimenti e istituzione“, dopo aver parlato del movimento allo “stato nascente” sostiene come sia inevitabile e necessario che il movimento diventi istituzione. Ma è veramente così?

Audaci riformatori – perseguitati e repressi dalle stesse istituzioni ecclesiastiche – hanno tentato in vario modo nel corso della storia di ristabilire i princìpi biblici originari della “chiesa movimento” ma anche la stessa Riforma del XVI secolo è tornata in gran parte a cedere alle lusinghe dell’istituzionalizzazione stabilendosi come chiese più o meno gerarchiche in competizione con quelle più antiche. Non doveva essere così. Grazie a Dio, però, questo è avvenuto non senza le forti resistenze di gruppi che, al suo interno o fuori d’esse, hanno rivendicato e rivendicano di essere liberi dal controllo di istituzioni centralizzate per vivere in coerenza con l’insegnamento e la pratica della chiesa primitiva, quello stesso che la Riforma aveva proclamato.

Che i cristiani, dunque, siano chiamati ad essere movimento e non istituzione, comunità indipendenti, libere e soprattutto profetiche, non è una pretesa di qualche moderna corrente “anarchica” ma è ampiamente attestato dal perdurare di realtà (ne citiamo solo alcune) come quelle dell’antico movimento valdese, della corrente puritana e congregazionalista della Riforma, e dei principi originari e pratica delle Assemblee dei Fratelli.

Il carattere di chiesa-movimento, infine, è pure ben documentato anche dagli studiosi che hanno investigato il cristianesimo dei primi secoli. Tutto ciò è quanto vogliamo passare in rassegna sommariamente in questo articolo.

Consideriamo il movimento valdese

I valdesi erano nati e cresciuti durante il Medioevo come un movimento con caratteristiche fluide, ministri itineranti, comunità domestiche informali che si riunivano per il culto e la celebrazione della Cena del Signore. Nel 1532, però con l’aiuto e la forza persuasiva della Ginevra di Calvino, si erano costituiti formalmente come chiesa vera e propria, una chiesa riformata, con sinodi ufficiali, regolamenti e dirigenza. In quel momento il valdismo cessava ufficialmente di essere un movimento. Questo è considerato generalmente dagli storici come un consolidamento positivo e necessario. Prima i valdesi avevano avuto un’organizzazione relativamente semplice e decentralizzata. Le comunità valdesi erano composte da gruppi di credenti che si riunivano per pregare, leggere le Scritture e partecipare alle pratiche religiose. Non c’era una gerarchia ecclesiastica centrale che controllasse tutte le comunità, ma ogni comunità era autonoma e si organizzava in modo indipendente. Le comunità valdesi erano guidate da anziani e predicatori locali, che erano scelti dalla comunità stessa. Inoltre, le comunità valdesi erano unite da una comune fede e da un insieme di credenze e pratiche religiose, che erano tramandate attraverso le generazioni, ma ora era subentrata “la razionalizzazione organizzativa”.

Indubbiamente, l’adesione dei valdesi alla Riforma ginevrina era stato un processo complesso e non era avvenuto simultaneamente in tutte le comunità valdesi. Alcuni valdesi avevano adottato le dottrine e le pratiche riformate, mentre altri resistevano e preferivano rimanere legati alle loro tradizioni e usanze. Tra le resistenze opposte dai valdesi all’adesione alla Riforma ginevrina si possono indicare:

  • Radici storiche: i valdesi avevano una lunga storia di resistenza e di identità indipendente, e molti di loro si sentivano legati alle loro tradizioni e alle loro radici. Per alcuni, l’adesione alla Riforma ginevrina significava abbandonare le loro radici e le loro tradizioni secolari.
  • Preoccupazione per l’autonomia: molti valdesi temevano che l’adesione alla Riforma ginevrina avrebbe portato alla perdita dell’autonomia locale delle comunità valdesi, e avrebbe significato sottomettersi a una struttura gerarchica più grande e centralizzata.
  • Differenze teologiche: alcune delle dottrine e delle pratiche riformate erano diverse dalle tradizioni valdesi, e alcuni valdesi avevano difficoltà ad accettarle.
  • Persecuzione: in alcune aree geografiche, i valdesi continuavano a subire persecuzioni e discriminazioni anche dopo l’adesione alla Riforma ginevrina. Alcuni valdesi temevano che l’adesione alla Riforma ginevrina potesse esporli a maggiori persecuzioni da parte delle autorità cattoliche.

I valdesi sarebbero così diventati una chiesa riformata simile ad altre in Europa, con una propria Confessione di fede e regolamenti che ricalcavano quelle delle chiese consorelle.

Consideriamo il Congregazionalismo

Il congregazionalismo è una forma di organizzazione ecclesiastica che mette l’accento sulla responsabilità individuale, l’autonomia locale e la democrazia nel governo della chiesa. In una chiesa congregazionalista, ogni congregazione locale è autonoma e governa se stessa senza essere soggetta a un’autorità centrale: nessun vescovo e nessun sinodo.

Il congregazionalismo ha le sue radici storiche nella riforma protestante e in particolare nel puritanesimo inglese del XVII secolo. In quel periodo, i congregazionalisti inglesi si erano opposti alla gerarchia ecclesiastica della Chiesa d’Inghilterra e sostenevano che ogni congregazione locale dovesse essere autonoma e responsabile del proprio governo. Il congregazionalismo ha avuto come principali proponenti John Robinson e Henry Jacob.

John Robinson era un pastore puritano inglese che guidava una congregazione di Separatisti, un gruppo che cercava di separarsi dalla Chiesa d’Inghilterra e di fondare chiese autonome. Nel 1608, Robinson aveva condotto la sua gente a Leida, nei Paesi Bassi, dove aveva stabilito una comunità indipendente, appunto “congregazionalista”. La sua comunità è diventata nota come quella dei “pellegrini” e nel 1620 navigherà in seguito sulla Mayflower verso il Nuovo Mondo, dove avrebbero fondato la colonia di Plymouth.

Henry Jacob, un altro puritano inglese, aveva stabilito una comunità congregazionalista a Londra nel 1616. La sua chiesa era conosciuta come la Chiesa dei Cristiani Indipendenti e ha avuto un’influenza significativa sullo sviluppo del congregazionalismo inglese.

Il congregazionalismo ha continuato a svilupparsi negli anni successivi, espandendosi in altre parti del mondo, tra cui gli Stati Uniti. Alcune delle principali denominazioni congregazionaliste negli Stati Uniti includono la Chiesa congregazionalista unita di Cristo e la Chiesa evangelica e riformata congregazionale. Diverse fra queste sono confluite in chiese riformate sinodali.

Alla base del Congregazionalismo vi era la Confessione di fede di Savoy. Redatta e adottata dai congregazionalisti inglesi nel 1658, aveva preso il nome dal palazzo di Savoy a Londra, dove era stata sottoscritta ed ha fra i suoi redattori il noto teologo John Owen. La Confessione di Fede di Savoy contiene 30 articoli che definiscono la dottrina e la pratica congregazionalista. Essa afferma l’autonomia locale della chiesa, la responsabilità individuale e la democrazia nel governo della chiesa. Inoltre, la Confessione di Fede di Savoy (adattamento della Confessione di Fede di Westminster, ma con l’omissione dei principi presbiteriani) è stata adottata da molte chiese congregazionaliste in tutto il mondo. Essa rappresenta una delle confessioni di fede più importanti per i congregazionalisti e continua a essere studiata e utilizzata dalle chiese congregazionaliste.

Consideriamo le Assemblee dei Fratelli

Le “Assemblee dei Fratelli“, conosciute anche come “Plymouth Brethren”, o anche “Darbisti”, sono un movimento cristiano evangelico che ha origine nella città inglese di Plymouth nel XIX secolo. Il movimento fu fondato da un gruppo di cristiani che desideravano tornare alle pratiche della chiesa primitiva, e che respingevano la gerarchia ecclesiastica e la tradizione liturgica della Chiesa anglicana e conservava la soteriologia calvinista. Tra i principali esponenti delle Assemblee dei Fratelli vi sono: John Nelson Darby (1800-1882): considerato uno dei fondatori del movimento. Darby era un ex avvocato anglicano che abbandonò la carriera legale per dedicarsi alla predicazione evangelica. Darby sviluppa una visione della chiesa come un corpo di credenti guidato dallo Spirito Santo, e respinge la gerarchia ecclesiastica e la tradizione liturgica come forme di corruzione e di formalismo religioso. George Müller (1805-1898): missionario e filantropo inglese, Müller è noto per aver fondato un’organizzazione che si occupava dell’assistenza ai bambini orfani e ai poveri. Müller era un membro attivo delle Assemblee dei Fratelli, e utilizza la sua influenza per promuovere l’evangelizzazione e l’assistenza sociale tra i membri delle comunità locali.

I “Fratelli” criticavano l’idea che la chiesa dovesse essere guidata da una gerarchia di ministri ordinati come i vescovi o i sacerdoti /pastori, che avrebbe potuto mediare tra Dio e il popolo. Inoltre, respingevano l’idea che la chiesa dovesse basarsi su una serie di regole e tradizioni umane, come la liturgia o i sacramenti, che avrebbero potuto soppiantare la centralità di Cristo come unico fondamento della fede. Invece, le Assemblee dei Fratelli enfatizzavano l’importanza della Bibbia come unica fonte di autorità per la chiesa e promuovevano la pratica dell’assemblea dei credenti, in cui essi si riuniscono in maniera semplice per pregare, leggere la Bibbia, condividere la loro fede e partecipare alla cena del Signore senza la presenza di un sacerdote o di un pastore. Le assemblee dei Fratelli possono essere considerate quindi più un movimento che una chiesa organizzata. Esse, infatti hanno avuto origine come un movimento di riforma cristiana che mirava a tornare alle pratiche e ai principi del cristianesimo primitivo, come la semplicità del culto, la predicazione biblica e l’importanza della comunione spontanea tra i credenti.

La ricerca storica sulla chiesa primitiva

Ci sono diversi famosi studiosi e teologi che hanno espresso l’opinione che Gesù di Nazareth non abbia mai inteso stabilire una chiesa formale e strutturata come la conosciamo oggi. Sono stati di fatto e rimangono studiosi controversi perché contraddicono le aspirazioni delle “grandi chiese” con papi e vescovi a considerarsi risalenti alla chiesa antica in modo ininterrotto e equiparare la loro attuale struttura gerarchica e istituzionale a quella dei primi secoli (come fanno per esempio i cattolici-romani quando asseriscono che Pietro sia stato “il primo Papa”). Inoltre essi vengono considerati “liberali” dai cristiani evangelici conservatori e quindi non degni di attenzione. Le loro opere, però, non possono essere ignorate! Consideriamone alcuni:

Adolf von Harnack (1851-1930), teologo e storico tedesco, scrive nel suo libro “Che cos’è il cristianesimo?” (1900) che Gesù non aveva intenzione di fondare una nuova religione organizzata, ma che il cristianesimo è stato creato in seguito dai suoi seguaci, in particolare da Paolo di Tarso.

Albert Schweitzer (1875-1965), teologo e filosofo tedesco, ha sostenuto nel suo libro “The Quest of the Historical Jesus” (1906) che Gesù di Nazareth non aveva intenzione di creare una nuova religione organizzata, ma piuttosto predicava un messaggio di amore universale e di giustizia sociale.

Rudolf Bultmann (1884-1976) – In diversi scritti, tra cui “Il cristianesimo primitivo del suo contesto primitivo” (1956) e “Gesù Cristo e la mitologia” (1958), Bultmann sostiene che Gesù non aveva intenzione di fondare una chiesa organizzata, ma piuttosto di promuovere una trasformazione radicale nella vita spirituale dei suoi seguaci.

John Dominic Crossan (nato nel 1934), storico del cristianesimo e studioso dell’ebraismo e del cristianesimo primitivo, ha scritto in diverse opere, tra cui “The Birth of Christianity” (1998), che Gesù non aveva intenzione di fondare una nuova religione organizzata, ma piuttosto di creare una comunità di seguaci impegnati a vivere i suoi insegnamenti.

Ce ne sono altri, ma, in sintesi, questi autori hanno tutti sostenuto che Gesù di Nazareth non avesse intenzione di creare una nuova religione organizzata o stabilire una chiesa formale come la conosciamo oggi, ma che questi sviluppi siano stati il risultato delle attività dei suoi seguaci successivamente sulla base di diverse motivazioni e che poi hanno poi cercato di giustificare la loro ecclesiologia interpretando l’insegnamento del Nuovo Testamento in maniera loro funzionale.

Movimento o istituzione: pro e contro

Indipendentemente dalle considerazioni dottrinali che hanno spinto e spingono chiese e denominazioni a giustificare sé stesse facendo appello all’insegnamento delle Sacre Scritture ed alle tradizioni, ma anche a considerazioni pragmatiche, l’esperienza di tanti cristiani nella storia ed oggi è stata quella che le istituzioni ecclesiastiche in q uanto tali, grandi o piccole che siano, causano più danni che vantaggi sia alla missione e testimonianza cristiana che alla salute del cristiano intesa in senso lato.

Si potrebbe dire che questi abusi e conseguenti danni siano eccezioni che non pregiudicano la loro bontà, che siano risolvibili con adeguati controlli e una maggiore vigilanza, oppure che siano di interesse solo a persone “ribelli” che sfuggono alla disciplina ecclesiastica (si sente anche questo). Non sono infatti pochi quelli che ritengono che gli abusi di potere nelle organizzazioni ecclesiastiche si possano risolvere con un maggiore e più energico esercizio del potere e della disciplina (questo era praticato un tempo e lo si riscontra ancora oggi soprattutto nelle organizzazioni religiose rigoriste con tendenza settaria – e questo per piegare il dissenso e ridurre le persone meno suscettibili “a più miti consigli”. In effetti, come ci sono personalità gregarie disposte a sottomettersi all’autorità e conformarsi al gruppo, anzi che ne sentono il bisogno, vi sono pure persone più individualiste che lo rifuggono e tendono ad essere ribelli ed indomabili (semmai sia giusto “domarle”). Ma vi sono anche persone nelle istituzioni che ambiscono al potere e riescono a conseguirlo proprio in un’organizzazione ecclesiastica (grande o piccola che sia) e che amano comandare e dominare! “A ciascuno il suo”, si potrebbe dire.

Per quanto vi siano inconvenienti anche in un movimento non organizzato e in raggruppamenti liberi e spontanei che non forzano la conformità a regole (umanamente) stabilite, l’esperienza storica dei movimenti cristiani non istituzionalizzati o comunque con un minimo di regole sembrano a noi preferibili (anche se qualcuno guarderà la cosa con orrore…). Essi sono più in linea sia con la “libertà nello Spirito” di cui parla la Scrittura come pure all’appello che dice: “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della schiavitù” (Galati 5:1) [1]. Come rispettare questo? Sulla base del concetto espresso da Gesù che nel regno di Dio l’autorità vera è quella che umilmente si mette al servizio degli altri, … ed allora sarà molto più facile pure sottomettersene!

Non sosteniamo necessariamente una concezione “anarchica” del movimento cristiano o siamo contrari alle chiese organizzate, ma rimangono indubbiamente questioni aperte.

  • Se è vero com’è vero che ogni organizzazione ecclesiastica, anche quelle meglio intenzionate, sono soggette alle dinamiche corruttrici del potere che sono comuni ad ogni organizzazione umana ed ai conseguenti danni e questo nonostante che spesso vantino la presenza in loro dello Spirito Santo che li preserverebbe dall’errore… come ovviare a tutto ciò?
  • Come preservare la funzione profetica dei cristiani e della comunità cristiana che guarda criticamente alla realtà di questo mondo e la denuncia?
  • Questo, infatti, spesso viene frustrato proprio dalle chiese stabilite e dai movimenti organizzati che fanno compromessi con il potere politico ed economico. Perciò: come trattare le commistioni (e i concordati) con gli stati e la politica, che asserviscono le chiese ad interessi estranei.
  • Come avere a che fare con la dinamica del potere all’interno di organizzazioni cristiane piccole e grandi che causa abusi ed ingiustizie? Che cosa può efficacemente prevenirlo o combatterlo?
  • E’ veramente necessario per una chiesa o un movimento avere registri di membri, regolamenti, statuti o confessioni di fede da sottoscrivere e che ne impegnano i firmatari, causando per altro l’ipocrisia di chi li sottoscrive ipocritamente e che di fatto non li applica o non intende applicarli? Possiamo farne a meno?

Senza pretendere di avere esaurito tutte le questioni che riguardano movimento ed istituzione nell’ambito cristiano, possiamo così aprire in merito una necessaria discussione.

Note

(1) L’apostolo Paolo scrive: “Ora, il Signore è lo Spirito e dov’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà” (2 Corinzi 3:17). In questo passo, l’apostolo Paolo sta parlando della differenza tra la legge data da Mosè e la nuova alleanza stabilita da Gesù Cristo. Questo significa che, per Paolo, lo Spirito di Dio (che è il Signore) è colui che dona la vera libertà, non solo dalla schiavitù della legge mosaica, ma anche dalla schiavitù del peccato e della morte. Nel contesto della lettera ai Corinzi, Paolo sta sottolineando che, grazie alla fede in Cristo, i credenti hanno accesso alla libertà e alla grazia di Dio. Questa libertà non viene concessa attraverso l’osservanza della legge, ma attraverso lo Spirito Santo che abita in loro e che li guida sulla via della giustizia e della santità. In sintesi, il verso vuole indicare che la presenza dello Spirito di Dio conferisce vera libertà, liberando l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte e permettendo di vivere in conformità alla volontà di Dio.

(2) “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della schiavitù” (Galati 5:1). In questo passo, l’apostolo Paolo sta esortando i credenti galati a non lasciarsi schiavizzare di nuovo dalla legge mosaica e a vivere in libertà come Cristo ha liberato loro. Questo significa che, secondo Paolo, la morte e la risurrezione di Cristo hanno liberato i credenti dalla schiavitù del peccato e della legge mosaica e hanno aperto la via per una vita libera e piena di grazia. Nel contesto della lettera ai Galati, Paolo sta mettendo in guardia i credenti dal rischio di tornare ad osservare la legge mosaica come un modo per ottenere la salvezza. Egli afferma che la salvezza viene solo attraverso la fede in Cristo e che tentare di ottenere la salvezza attraverso l’osservanza della legge porta soltanto alla schiavitù. In sintesi, il versetto vuole indicare che i credenti sono stati liberati dalla schiavitù del peccato e della legge mosaica attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Pertanto, essi devono rimanere saldi nella fede e non lasciarsi di nuovo imprigionare da leggi o regole che non portano alla vera libertà.

Paolo Castellina, 9 marzo 2023

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