Nulla sia più forte della vostra fede

GIOSUÈ GIANAVELLO

La Chiesa Valdese di Napoli al Gay Pride. Ecco come si usa la Bibbia

Attraverso Twitter ci arriva questa foto, scattata da un giovane di Generazione Senza Confini, che dice di basare la propria azione su Giovanni 3:16. Un gruppo di membri della “Chiesa Valdese” di Napoli ha ritenuto di partecipare al Gay Pride di Napoli esponendo, a nome dell’intera comunità, questa scritta che evidentemente li rende molto soddisfatti. (Per avere idea della manifestazione basta vedere le fotografie che si trovano in Internet). Abbiamo trovato il gruppetto con la sua scritta anche in altri siti.
Proviamo a capire come viene usata la Bibbia con questa citazione dal quarto capitolo della prima lettera di Giovanni.

Si attribuisce “paura” (“omofobia”, letteralmente vuol dire “paura” di qualcosa indicato come “omo”) a tutti coloro che non approvano la legge sui matrimoni gay o che – conformemente alla Bibbia – ritengono la pratica omosessuale un peccato e dunque non pensano abbia senso benedirla liturgicamente. E il gioco è fatto, a prezzo di molteplici menzogne ed equivoci! Attribuire alla Bibbia il concetto che non si deve avere paura del peccato è una enorme offesa alla logica, per non parlare di ciò che è rispetto alla Parola di Dio. (Va aggiunto che diversi pastori hanno espresso sostegno al disegno di legge sulla “omofobia”, che la punisce con il carcere e che uno di loro ha chiarito che nella Bibbia ci sono passi “affetti da omofobia”).

Se la spiegazione è diversa, invitiamo i lettori a facelo sapere. Non arriviamo al punto di pensare sia una esortazione a non aver paura di praticare l’omosessualità.

Ecco dunque che il nome di “valdesi” viene usato per sconfessare la Bibbia e dare dei cattivi cristiani a chi intende seguirla.

2 Responses to “La Chiesa Valdese di Napoli al Gay Pride. Ecco come si usa la Bibbia”

  1. Daniela Michelin Salomon ha detto:

    L’AMORE INALTERABILE, (che non cambia) per il Signore Gesù Cristo è l’amore per Lui unito indissolubilmente all’osservanza dei suoi comandamenti.

    “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Giovanni 14:15).
    “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama” (Giovanni 14:21).

    Una casa, per essere definita tale, deve avere le mura e il tetto altrimenti non può essere considerata “casa”; e così è dell’ “amore”; non c’è dunque vero amore per Cristo senza il rispetto e l’obbedienza ai suoi comandamenti.

    Nel nostro secolo questa verità non viene rispettata abbastanza perché abbiamo deviato, ci siamo allontanati talmente tanto da non renderci conto che l’amore per Dio è stato diviso dall’osservanza dei suoi comandamenti. Ora, nell’aria di questa era viene cantato un inno dedicato all’amore universale: ciò che conta è l’amore, è sempre e solo l’amore per tutti e per tutto, tanto che, a volte, non ci accorgiamo neanche noi, di essere avvolti da questo concetto e ci lasciamo trasportare sulle ali di questo vento.
    E’ difficile quando si parla di amore andare controcorrente, andare contro a quel “amore” che non divide più la luce dalle tenebre.
    Daniela Michelin Salomon

  2. Andrea Vestrucci ha detto:

    Il Pastore risponde
    Il peccato e l’omosessualità
    CHE COSA È OGGI PECCATO?

    «Mi chiedo spesso che cosa sia oggi «peccato». I pastori del passato ci hanno insegnato chiaramente che cosa era un peccato. Oggi c’è un po’ di confusione, e comunque nessuno teme il giudizio. Sembra quasi che quello che era considerato «peccato», oggi non lo sia più. Per esempio, leggo in Levitico 20, 13: «Se uno ha con un uomo relazioni sessuali (…) tutti e due hanno commesso una cosa abominevole». È così? Se è chiaro il «non rubare», anche questa valutazione è chiara. Oppure no? lo credo che i valori cambiano perché Satana si dà un gran daffare. Ma quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa, vale anche oggi. Oppure la morale cambia a seconda del vento, e la religione si adegua per paura di perdere terreno? lo credo che le scelte etiche debbano essere limpide anche in campo sessuale, e, per il credente, ispirate all’insegnamento biblico. Adattare la Bibbia alle nostre esigenze vuol dire accantonare la parola di Dio. Sinceramente, Lei come la vede?» Anna Sconfietti – Genova

    «Anch’io, come Lei, lettrice Sconfietti, mi chiedo spesso che cosa sia oggi peccato. Stabilirlo sembra la cosa più semplice del mondo, invece è una delle più difficili. Sa perché? Per due ragioni principali. La prima è che molti comportamenti che, un tempo, secondo la morale corrente (condivisa però anche, a torto o a ragione, da tanti cristiani), erano considerati peccati (ad esempio: ballare), oggi non lo sono più, non solo perché i costumi e le mentalità sono cambiate, ma anche perché ci si è resi conto dell’insensatezza di tanti divieti del passato. La prima ragione è dunque questa: tanti peccati semplicemente non erano peccati.
    La seconda ragione è più sottile, ed è questa: una delle caratteristiche del peccato è la capacità di travestirsi, di camuffarsi nel suo contrario. Succede allora che un peccato, addirittura della peggior specie, assume le sembianze di una virtù, e quindi viene lodato anziché essere censurato; e inversamente un’azione esteriormente corretta e persino giusta (pensi al Fariseo della parabola!) si rivela, a uno sguardo non superficiale, un vero e grave peccato. Il peccato, insomma, ci inganna facilmente, per cui ci accade di chiamare peccato ciò che peccato non è, e di non chiamare peccato ciò che invece peccato è.

    Gesù ha più volte richiamato l’attenzione dei suoi interlocutori su questo fatto. Ad esempio in questi termini: «Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: la giustizia, e la misericordia, e la fede» (Matteo 23, 23). Oppure con quest’altra parola, rivolta a coloro che ritenevano peccato mangiare certi cibi: «Non è quello che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo» (Matteo 15, 11).
    Che cos’è peccato? Bella domanda e grosso problema, per niente facile da risolvere. Conosco delle chiese nelle quali è peccato (grave) per una donna mettersi il rossetto (perché nella Bibbia sta scritto che la donna non deve abbellirsi né avere altro ornamento che le buone opere: I Timoteo 2, 9-10);è peccato (grave) portare i pantaloni (perché sta scritto nella Bibbia: «La donna non si vestirà da uomo, né l’uomo si vestirà da donna; poiché chiunque fa tali tose è in abominio all’Eterno; il tuo Dio» -Deuteronomio 22, 5: andatelo a dire agli Scozzesi, con i loro gonnellini!); è peccato (grave) in quelle chiese, sempre per le donne, partecipare al culto senza velo (perché sta scritto nella Bibbia: la donna «si metta un velo» I Corinzi 11, 6). Secondo una certa visione della fede, della Bibbia e della chiesa, questi sono tutti peccati (gravi).
    Per me non lo sono affatto, e forse neppure per Lei, lettrice Sconfietti, anche se sono inequivocabilmente «fondati» sulla Bibbia. Credo sinceramente (Lei mi chiede di risponderLe «sinceramente») che il peccato sia qualcosa di più serio, di molto più serio, che queste futilità.

    Ma allora: che cos’è il peccato? Vede quanto è difficile rispondere alla Sua domanda, pure così elementare, ma anche così importante per la nostra fede. La Sua lettera, comunque, ha il merito di sollevare un problema di prima grandezza: L’ECLISSI MODERNA DELLA COSCIENZA DEL PECCATO. È vero che oggi non si sa più che cosa sia peccato – una parola diventata per molti priva di senso perché priva di contenuto. Un tempo questa parola impressionava, spaventava e sovente angosciava le anime; oggi lascia la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, e forse anche noi, abbastanza tranquilli o indifferenti. Non ci inquieta più, non ci mette più in allarme o in crisi, dobbiamo anzi fare uno sforzo per prenderla sul serio, come merita.

    Difatti, COME SI PUÒ ANCORA SAPERE CHE COS’È SALVEZZA, SE NON SI SA PIÙ CHE COS’È PECCATO? L’eclisse della coscienza del peccato può essere la spia di un’altra eclisse, ancora più grave: quella della salvezza. Ora, il fatto che nel nostro tempo la parola «peccato» sia diventata inconsistente e si sia come svaporata è tanto più sorprendente in quanto proprio la nostra generazione è stata ed è testimone (e complice) di una misura, per così dire, fuori misura di orrori, quindi appunto di peccato, se è vero, come è -vero, che il secolo che sta alle nostre spalle ha superato in crimini, efferatezze ed abomini tutti i secoli precedenti. Non possiamo certo dire che non sappiamo più che cosa sia peccato perché non lo vediamo in giro. AI contrario, lo vediamo dilagare, ma paradossalmente PIÙ CRESCE LO SPETTACOLO DEL MALE NELLE SUE MILLE FORME, PIÙ DIMINUISCE LA COSCIENZA DEL PECCATO. Non basta esserne circondati e quasi assediati, per essere «convinti di peccato» come dice Gesù (Giovanni 8, 46). Per ricuperare la coscienza del peccato occorre ricuperare la coscienza e conoscenza di Dio, della sua Legge e della sua Parola e vedere nel male che dilaga una disubbidienza alla Parola di Dio e una trasgressione della sua Legge. Ma qual è questa Legge? Qual è questa Parola?

    Lei, lettrice Sconfietti, per rispondere a questa domanda e quindi individuare con chiarezza assoluta che cosa sia peccato si è messa su una china scivolosa: quella di citare un versetto della Bibbia. Questo metodo, adoperato da molti cristiani, secondo me non ci aiuta, anzi ci caccia in un labirinto dal quale non si esce. Lei mi cita Levitico 20,13 e ne deduce, ovviamente, che l’omosessualità è un peccato abominevole. E io Le cito Levitico 24,16: «Chi bestemmia il nome dell’Eterno dovrà essere messo a morte; tutta la radunanza lo dovrà lapidare». Oppure Deuteronornio 21,18-21: «Quando un uomo ha un figlio ribelle che non ubbidisce alla voce né di suo padre né di sua madre (…) tutti gli uomini della sua città lo lapideranno sì che muoia».

    Che ne dice, lettrice Sconfietti? Come la mettiamo con questi peccati e le relative punizioni? Anche qui tutto è chiarissimo, ma Lei non è spaventata da questa chiarezza? Io sì. Ma allora è proprio vero che quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa «vale anche oggi», come Lei scrive? Che cosa vale e che cosa non vale? Potrei, come Lei sa benissimo, citare molti altri versetti come quelli ora riportati, ma non lo faccio. Ne ho citati due solo per far vedere la via dei singoli versetti non è percorribile per stabilire che cosa sia veramente peccato. Anzi, è forse proprio percorrendo quella via che, paradossalmente, invece di prendere coscienza di che cosa sia veramente peccato, la si è persa.
    Dicendo questo non mi voglio sottrarre alla sua domanda specifica: Lei mi chiede di dirLe «sinceramente» se l’omosessualità sia peccato, oppure no. Le dirò «sinceramente» che, secondo me non lo è, anche se so benissimo che la Bibbia lo considera tale.

    Ma perché la Bibbia considera l’omosessualità un peccato? Perché gli autori biblici ritenevano che l’omosessualità fosse una scelta. Noi oggi sappiamo quello che gli autori biblici non sapevano e neppure lontanamente supponevano, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma una condizione. E questo cambia tutto il discorso.

    Ma allora, che dobbiamo dire e, soprattutto, fare? Che cosa è peccato? Qual è la Legge divina trasgredendo la quale si commette peccato? Risponderò in due tempi.

    l) In primo luogo la Legge divina sono i Dieci Comandamenti dati da Dio al popolo attraverso Mosè. Trasgredirli è peccato. Ma si tratta dei Dieci comandamenti, e non dei diecimila precetti che abbiamo aggiunto attraverso i secoli. Si tratta, lo ripeto, del Decalogo, cioè di sole «dieci parole» di Dio. Dio non è chiacchierone come noi.
    2) In secondo luogo, sappiamo tutti che Gesù ha dato due soli comandamenti, che poi in realtà ne costituiscono uno solo: amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo come noi stessi. Ed ha precisato: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti» (Matteo 22, 40). L’apostolo Paolo dice la stessa cosa: «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Romani 13, 8). E qui giungiamo al nocciolo della questione.
    Alla domanda: che cos’è peccato? Kierkegaard rispondeva così: «Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede». Il peccato è l’idolatria. La nostra città, cioè la nostra civiltà, è come l’antica Atene, «piena di idoli» (Atti 17, 16). Ma il peccato non è solo adorare altre divinità anziché il Dio di Abramo, dì Isacco, di Giacobbe e di Gesù. È peccato anche la mancanza di amore. Chi non ama, pecca. Il peccato è non amare. Chi invece ama, dimora nell’amore, «e chi dimora nell’amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16).
    Tratto dalla rubrica “Dialoghi con Paolo Ricca” del settimanale Riforma del 26 gennaio 2007

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(Geremia 6:16)

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