\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

Ignazio Di Lecce controreplica a Paolo Castellina: “Deluso dall’atteggiamento di rifiuto”

Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

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Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, information pills la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, approved essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, medicine ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit,co è una operazione  
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, information pills la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, approved essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, medicine ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit,co è una operazione  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, more about la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità rischia severe punizioni, come spesso accade a chi pratica il cristianesimo, ma questo non suscita molta riprovazione tra i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gi omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare! 
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, information pills la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, approved essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, medicine ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit,co è una operazione  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, more about la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità rischia severe punizioni, come spesso accade a chi pratica il cristianesimo, ma questo non suscita molta riprovazione tra i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gi omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare! 
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, story la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Il settimanale delle chiese battiste, page metodiste e valdesi Riforma, click nel numero del 7 giugno, side effects ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, information pills la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, approved essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, medicine ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit,co è una operazione  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, more about la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità rischia severe punizioni, come spesso accade a chi pratica il cristianesimo, ma questo non suscita molta riprovazione tra i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gi omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare! 
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, story la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, capsule la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, shop essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

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Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
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Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.

Lo racconta Riforma

Il settimanale delle chiese battiste, store metodiste e valdesi Riforma, buy nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che, nel suo significato più ampio, vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
Il settimanale delle chiese battiste, sildenafil metodiste e valdesi Riforma, nel numero del 7 giugno, ci informa che nella chiesa battista di Mottola si è parlato della “teologia queer che vede nell’incarnazione un ‘travestimento’ di Dio, un Dio che è un Dio della Liberazione”.

L’articolo non spiega che cosa sarebbe la teologia queer. Queer è una parola che nel suo significato più ampio vuol dire “strano” o “obliquo”, ma nel passato era usato come dispregiativo per “omosessuale”. Un po’ come l’italiano “finocchio”, parola di per sé non negativa indicando un ortaggio con ottime qualità nutritive. Negli Usa, però, questo termine è stato rivendicato proprio da omosessuali più ideologizzati, con una sfumatura più raffinata, che avrebbe qualcosa a che fare con la teoria dei generi, secondo la quale, detto approssimativamente, essere uomo o donna è una questione di influenza ambientale ovvero scelta che non ha nulla a che fare con l’essere fisicamente maschio o femmina. Quanto alla teologia queer, secondo Wikipedia è quella che “cerca di indagare e di esplorare la sessualità umana e le identità di genere (gay, lesbiche, bisex, transessuale, transgender, ecc) e il loro rapporto con Dio”. e “si pone l’obbiettivo di far nascere una riflessione su Dio a partire dal contesto queer”. Mah!

Tra le “conquiste” di questi “teologi” vi è la “bibbia gay”, detta anche la Queen James Version. In inglese la traduzione più nota della Bibbia è nota come King James Version, cioè la versione del Re Giacomo, da James I. Secondo questi “teologi”, il Re Giacomo, che pure ingravidò la moglie almeno dodici volte, aveva anche relazioni sessuali con maschi, e veniva perciò chiamato Queen James, cioè Regina Giacomo. In realtà il nome di Regina deriva da un’accusa politica, secondo la quale il suo predecessore, Elisabetta, aveva governato da re, e lui – troppo debole – da regina. Questa cosiddetta nuova traduzione, è in realtà uguale alla versione del Re Giacomo, con la sola eccezione dei passi dove si condanna, esplicitamente o implicitamente, l’omosessualità. Pertanto, in Genesi 19, dove gli abitanti di Sodoma chiedono a Lot di portare fuori i due angeli “affinché li possiamo conoscere”, il verbo “conoscere”, lo stesso che in tutte le altre circostanze viene indicato per rapporti sessuali del tutto consenzienti, viene “tradotto”, o meglio falsificato, con “stuprare e umiliare”. L’argomento, insomma, sarebbe che gli abitanti di Sodoma sono stati puniti da Dio non perché volevano avere rapporti sessuali con gli angeli ospiti di Lot, ma perché volevano averli in modo non paritario e con la sopraffazione. Ma, salvo pensare che gli angeli non vedessero l’ora di fornicare con i sodomiti, nessuno aveva mai dubitato che il pericolo paventato da Lot era per l’appunto una violenza, peraltro evidentemente omosessuale, con l’ulteriore aggravante di avere come vittime degli ospiti, per di più angeli. Non c’era bisogno di fare una traduzione falsa per questo.

Molto più interessante, per il totale dispregio della verità, è la traduzione del passo di Levitico 18, “Non giacer carnalmente con un maschio: ciò è cosa abominevole”, falsificato con “Non giacere carnalmente con un maschio davanti all’altare di Moloch: ciò è cosa abominevole”. Un goffo tentativo di sostituire la proibizione di rapporti omosessuali con un monito contro l’idolatria. Sarebbe come sostituire “Non rubare” con “Non rubare per poi dare i soldi al tempio di Baal”, o “Non uccidere”, con “Non fare sacrifici umani agli idoli”, e certamente come sostituire “Non commettere adulterio” con “Non praticare la prostituzione sacra”.

Gli stessi trucchetti sono usati anche per gli altri passi che condannano l’omosessualità, ma ciò non soddisfa i curatori della “bibbia gay”, che preannunciano ulteriori falsificazione perché “la Bibbia è ancora piena di affermazioni che vanno contro al principio di eguaglianza e contraddizioni di cui non ci siamo ancora occupati”. Sembra di sentire certi “teologi”, e “teologhe” valdesi. Altro dettaglio interessante: mentre tutti le altre versioni della Bibbia sono presto consultabili su internet, questa si deve comprare.

L’articolo di Riforma si riferisce anche che nella riunione è stato “intenso… il momento in cui è stata recitata la confessione di fede di Bangkok”. Addirittura “recitato”! E pensare che noi, proprio su RIforma siamo stati ferocemente attaccati perché sosteniamo troppo la confessione di fede. E questi addirittura la recitano in un momento intenso. Peccato che non ci sia verso di sapere che cosa sia questa fantomatica confessione di fede di Bangkok, di cui l’unica menzione nell’oceano di internet è proprio nel resoconto della memorabile riunione di Mottola. Poiché queste cose, però, accadevano in una chiesa battista, vale la pena di citare la frase iniziale di quella che è tuttora conosciuta come “la confessione di fede battista”, quella del 1689:

“La Sacra Scrittura è l’unica, bastevole, certa e infallibile regola di ogni conoscenza di salvezza, di fede e obbedienza.”

Sospettiamo che la confessione di Bangkok dica ben altro.
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, price la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, order essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, erectile ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, information pills la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, approved essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, medicine ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Un grazie a Paolo Castellina! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit,co è una operazione  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, more about la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità rischia severe punizioni, come spesso accade a chi pratica il cristianesimo, ma questo non suscita molta riprovazione tra i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gi omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare! 
di Paolo Castellina

Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, story la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Un grazie a Paolo Castellina! E una scusa per chi scrive per non aver trovato una cosa con il nome sbagliato! Nel corposo documento si trova anche una invocazione, che probabilmente è quella “recitata” a Mottola. Eccola:

“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci. Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci. Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci. Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari cristiani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Prima che qualcuno ci dia degli ignoranti, capsule la “Confessione di Fede di Bagkok” è propriamente detta: “Dichiarazione ed Appello di Bagkok” ed è stata prodotta nel 2009 dalla Conferenza Ecumenica Globale su Giustizia per i Dalit” del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Con il sottotitolo “Comunità giuste ed inclusive”, shop essa mira a difendere la dignità dei Dalit. Paria o dalit (o erroneamente intoccabili, ma la traduzione corretta è oppressi) sono definiti i fuori casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. Gandhi si riferì ai dalit più poveri ed emarginati come agli Harijan, cioè “figli di dio”. Il diffuso termine paria è il singolare della parola paraiyar che sono il gruppo etnico dalit più cospicuo nel Tamil Nadu. Il termine “dalit” (in sanscrito dal significa “spezzare, spaccare, aprire”). Il movimento gay la utilizza strumentalmente per affermare che gli omosessuali sono una casta oppressa la cui dignità ed uguaglianza è da affermare. Il documento completo si trova nel sito del Consilgio Ecumenico delle Chiese.

Paolo Castellina

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“Possa Dio nella cui immagine siamo tutti stati creati, guidarci.

Possa Gesù che mangiò insieme all’impuro, che tocco l’intoccabile e che non conosceva caste, incoraggiarci.

Possa lo Spirito Santo il cui potere ha soffiato attraverso genti di molte nazioni affinché tutti comprendessero nel loro proprio linguaggio e altri chiedessero “Sono tutti costoro dei Dalit?”, ispirarci.

Preghiamo affinché tutti noi possiamo camminare nella luce, legati da reciproco amore e proclamare queste parole scritte nella fuliggine – Gesù vive!”

Tutte cose condivisibili, ma di certo non è e non si chiama “confessione di fede”. Il fatto di scambiarla per tale indica idee non chiarissime. Come ben dice Paolo Castellina, poi, che c’entrano i Dalit con gli omosessuali, per lo meno nelle società occidentali? Infatti in molti paesi, soprattutto islamici, chi pratica l’omosessualità, così come i chi pratica il cristianesimo, rischia crudeli punizioni ma questo non interessa i sacerdoti del politicamente corretto. Infatti, per costoro è piuttosto sconveniente condannare società anti occidentali: “è la loro cultura”, “bisogna capirli”, “è una reazione al colonialismo e ai cattivi missionari crisitani”, dicono.

Per cui, poco importa che gli omosessuali e i cristiani in Iran e altrove rischino la pena capitale e siano comunque emarginati. Il vero problema sono i matrimoni gay che in Italia non si possono fare!  In Italia molti “Dalit” dichiarati sono celebrati e ricchissimi stilisti, cantanti, attori, influenti leader politici… Metterli sullo stesso piano di coloro che erano i più miseri fra i miseri persino quando la morte per fame in India era una piaga diffusa anche tra coloro che non erano Dalit, è una operazione complicata!  
Purtroppo la replica del pastore Castellina mi ha profondamente deluso, page soprattutto per l’atteggiamento di rifiuto di qualsiasi prospettiva di confronto, sales seppur da posizioni diverse e lontane.

Non nego certo di aver criticato la tesi del suo scritto, healing cioè che le posizioni di uno degli esponenti più noti in Italia del pensiero reazionario possano costituire un corroborante del Protestantesimo “classico” (chissà cosa vorrà poi dire “classico” riferito al Protestantesimo, se non idolatrizzazione  di una specie di “fermo-immagine” nello scorrere della Storia),  in modo da “ripensare in modo intelligente i principi della tradizione”.

Qualsiasi cosa significhi per il pastore Castellina “tradizione protestante” non sarà mai assimilabile al pensiero della “Tradizione” a cui si riferisce il Veneziani in decine di libri e che, come chiunque sa o dovrebbe sapere, va da De Maistre a Evola, attraverso innumerevoli nomi come Lamennais, de Bonald, Schmitt o Heidegger, tutti atei o cattolici tradizionalisti e nessuno protestante. Questa era e resta la mia critica. Si tratta di un fatto che chiunque può controllare su qualsiasi libro di storia o di storia della filosofia e a cui mi attendevo risposta controfattuale sul piano delle argomentazioni razionali. Quindi non ha senso che il pastore Castellina mi accusi di aver citato Evola a sproposito; altrimenti potremmo sospettare che non abbia mai letto i libri di Marcello Veneziani, che ha iniziato - e continuato - la sua carriera di pubblicista proprio con Julius Evola, di cui non è solo studioso, ma aperto e dichiarato ammiratore.

Dato un così scarso rigore argomentativo, nella replica del pastore Castellina non trovo che uno stravolgimento stizzito delle mie argomentazioni, e uno sforzo di etichettare il sottoscritto come “tipico esempio” di un movimento esecrabile perché (ritiene Castellina) sovvertirebbe ogni Articolo del Credo Apostolico.
Non vedo nessuna prospettiva di confronto, neanche polemico. A questo punto temo che il pastore Castellina non abbia mai avuto… nessuna intenzione di aprire confronti; in tal caso il mio intervento sarebbe da considerare sicuramente fuori luogo. Chiaro segno è quel termine “pseudo-ortodossia” riferito alle posizioni di Karl Barth che sconcerta qualunque semplice lettore di libri di teologia, trattandosi, con Bonhoeffer, del più grande teologo del XX secolo, riconosciuto universalmente, non solo dai “liberali” che ossessionano il pastore Castellina. Che il Castellina ignori che Barth ha criticato duramente proprio la teologia liberale o che egli si ritenga, nella sua compulsiva ricerca di purezza “neo-calvinista”, l’unico, nel nostro scellerato tempo, dotato di intelligenza teologica? (Ma dove vedrà poi questa grande espansione “neo-calvinista” oggi? La Sociologia della Religione ci fornisce solo i dati preoccupanti di un’unica forma di Cristianesimo avanzante nel mondo, quella carismatica-sincretistica).

Entrando nello specifico di ciò che scrive il pastore Castellina, osservo brevemente, per quel che può valere, che si ha l’impressione che egli, pur avendo colto perfettamente il mio riferimento a Plymouth, non ne abbia capito le motivazioni. Io intendevo solo dire che la Chiesa valdese, per profondità di tradizione storica, non è certo assimilabile a singoli momenti cristallizzabili fuori dal tempo come certe tendenze che hanno esaurito la loro parabola storica in meno di un secolo. Non volevo certo trovare modi “eleganti” per attribuire ad altri degli epiteti fastidiosi, come egli invece pensa.

Sorvolo sul fatto che il pastore Castellina sembra non conoscere il significato del termine “scientista”, oppure usarlo in un’accezione tutta ideologica, se mi attribuisce un’adesione a tale visione del mondo da cui, lo rassicuro, sono lontanissimo. Di certo ciò non farà mai di me un nemico della scienza, di cui riconosco tutta la funzione di liberazione dalle miserie delle condizioni materiali dell’esistenza. Del resto anche il pastore Castellina, se pubblica suoi scritti su Internet, si avvale delle conquiste scientifiche e tecnologiche, almeno quando accende la luce in casa, scrive sul suo computer, compie viaggi o, ahimè, magari è costretto, Dio non voglia, ad andare dal medico. Altra cosa, però, è lo scientismo.

Sorvolo anche sul fatto che il pastore Castellina mi definisca del pari “molto entusiasta… degli sviluppi contemporanei della globalizzazione”. Evidentemente egli non crede, come me, che i grandi fatti della Storia vadano governati, per quanto si riesce, e si illude che basti condannarli o esorcizzarli per poterli bloccare o invertire.

Ciò che mi ha creato veramente un profondo disagio è l’invettiva finale, terminante nella profezia dello smascheramento del “falso evangelo”.

Avevo capito che il gruppo di valdesi raccolto attorno al sito www.valdesi.eu si sentisse vittima di un atteggiamento di chiusura da parte della nostra Chiesa, o meglio del suo Sinodo, e che il pastore Castellina, dall’esterno della Chiesa valdese, volesse sostenere questa legittima istanza di maggiore considerazione fraterna, nonostante il loro, altrettanto legittimo, atteggiamento critico verso la conduzione della Chiesa.

Ma se un episodio di chiusura c’è stato, si dovrebbe cercare di risolverlo mostrando con grande carità atteggiamenti di ascolto e di confronto, sia pur difendendo anche strenuamente le proprie posizioni. Almeno al catechismo mi hanno insegnato così.

L’impressione che se ne ricava è ben altra. Le invettive, le accuse di apostasia, le condanne per “falso evangelo” ci ricordano solo il buio, rischiarato da fiamme sinistre, di persecuzioni che vorremmo esserci lasciate alle spalle e non hanno nulla da insegnarci o da rammentarci. Non possono certo condurci a ritrovare gli “antichi sentieri valdesi”, se per disgrazia li avessimo perduti. Forse anche il pastore Castellina, se studiasse con più attenzione la storia valdese, se ne renderebbe conto.

Se alcuni gruppi di valdesi possono aver trovato ragioni di disagio o subito torti nel recente passato, non servirà a nulla adottare questi atteggiamenti. Meglio cercare un confronto aspro, se necessario, ma fra persone che si riconoscono come fratelli in Cristo, soprattutto per non lasciare scusanti ad eventuali momentanee sclerosi del tessuto vitale della Chiesa, piuttosto che limitarsi a gridare ai quattro venti un’immaginata apostasia della Chiesa valdese.

Per crederci meglio, almeno dal punto di vista metodologico, rileggiamoci certe polemiche sostenute in determinate situazioni da nostri padri come Miegge o Subilia. In modo preventivo, dichiaro che non mi importerebbe nulla se il Castellina li descrivesse come “pseudo-ortodossi barthiani”, e così mi aspetterei che fosse per ogni valdese, altrimenti nella formazione dei nostri membri di chiesa ci sarebbe qualcosa che non funziona.

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3 Responses to “Ignazio Di Lecce controreplica a Paolo Castellina: “Deluso dall’atteggiamento di rifiuto””

  1. Franco scrive:

    Allora Lecce dovrebbe buttare la Bibbia dato che anche lì si parla di un falso vangelo e un falso Cristo.

    2Corinzi 11:4

    Infatti, se uno viene a predicarvi un altro Gesù, diverso da quello che abbiamo predicato noi, o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto, o un vangelo diverso da quello che avete accettato, voi lo sopportate volentieri.

    Galati 1:6

    Mi meraviglio che così presto voi passiate, da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo.

    Galati 1:7

    Ché poi non c’è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.

    Quindi se il solo citare un altro vangelo rievoca “fiamme sinistre ” la Bibbia é un libro pericoloso.

    Quindi vediamo….i primi 5 libri di Mosé li buttiamo, le epistole sono pericolose, i vangeli in realtá non parlerebbero di Gesù come Dio…bhé…ho capito che Lecce si senta chiesa, chiesa nel nome di chi?

  2. Franco scrive:

    Chiesa dell’uomo di certo. Certo pure non si tratti della Chiesa di Cristo.

  3. Audrey Taschini scrive:

    “Qualsiasi cosa significhi per il pastore Castellina “tradizione protestante” non sarà mai assimilabile al pensiero della “Tradizione” a cui si riferisce il Veneziani in decine di libri e che, come chiunque sa o dovrebbe sapere, va da De Maistre a Evola, attraverso innumerevoli nomi come Lamennais, de Bonald, Schmitt o Heidegger, tutti atei o cattolici tradizionalisti e nessuno protestante.”

    Nessuno protestante….? Informatevi meglio su Heidegger, per favore!

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Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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