Sinodo Valdese. La parola di Dio al centro della predicazione Ma per Riforma il problema sembra essere “aggiornarsi”

La parola di Dio e la necessità assoluta della Sua opera sono state al centro della

predicazione del culto di apertura del Sinodo Valdese 2016: “Al di fuori o aldilà del servizio che dobbiamo rendere a quella Parola e – solo attraverso di essa – al nostro prossimo più in difficoltà, non abbiamo futuro.” Questa ci è parsa la frase più importante di questa domenica sinodale e probabilmente tale era anche nell’intenzione del pastore Gianni Genre, ex moderatore. Gli va reso dunque merito, benché in un qualsiasi culto valdese ciò dovrebbe essere scontato. Ma di questi tempi non lo è di certo. Difficile dire se la scelta di affidare a lui questo importante atto è stata fatta con questa intenzione o no. Forse era solo perché, un anno prima, un anno dopo, “toccava a lui”, certamente uno dei migliori predicatori valdesi in servizio, “benché” non donna, non gay,  non autore di affermazioni estreme, e per di più marito di una sola moglie.

Purtroppo, l’articolo di Riforma su questa predicazione, redatto dall’autorevole mano del direttore Alberto Corsani, non sottolinea questo punto, o lo fa per sottinteso, talmente sottinteso che difficilmente si intende. Addirittura, in una delle prime frasi fa capire esattamente l’opposto: “E questa è la sfida coinvolge da sempre coinvolge le piccole, tenaci chiese evangeliche italiane, che tante vicissitudini hanno passato sopravvivendo. Esse sopravvivono, ma perdono consistenza, e devono saper aggiornare la loro presenza in una società che ha bisogno di interventi di tipo sociale e assistenziale, che riconosce e apprezza quello che gli evangelici italiani mettono in opera (per esempio con i corridoi umanitari attivati da Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Tavola valdese e Comunità di S. Egidio).” Di aggiornamento Genre non ha proprio parlato! Proseguendo la lettura scopriamo che il punto di riscatto dalla condizione di sofferenza, per Riforma, sarebbe il seguente: “le chiese devono saper dire che, nonostante tutto, la vita è bella, in quanto dono di Dio”. Sommessamente, ci pare che le chiese debbano saper dire che la vita è bella se donata a Dio, se vissuta nel suo sentiero e al suo serivizio. E ci pare che questo intendesse anche il pastore Genre. Possiamo pensare che il direttore Corsani abbia voluto sottolineare punti più veicolabili all’esterno, come si vede dalla citazione del messaggio del presidente Mattarella, ma temiamo che, comunque sia, un po’ di torto al predicatore l’abbia fatto.

Ciò che conta, però, è ciò che il pastore ha affermato con chiarezza.

Al di là di chi vuole qualcosa di diverso, voglia Iddio che la centralità della Sua parola si affermi nella vita della Chiesa e di tutti noi credenti e non solo in qualche affermazione.

Leonista

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