Il vaticanese anche su ‘Riforma’

“Pellegrinaggio in Terra Santa”. Ecco il titolo di Riforma a proposito di un in contro a Gerusalemme, Betlemme e presso il Mar di Galilea.

Milleduecento anni dopo che il vescovo Claudio (fino a 150 anni fa considerato un anticipatore dei valdesi se non un valdese – da lui viene il nome dell’editrice Claudiana), negava il valore dei pellegrinaggi e che cose inanimate potessero essere definite sante.

Per capire bene le parole usate da Riforma  occorre tenere presente che il Vaticano ha riconosciuto lo Stato d’Israele solo nel 1993, ben 45 anni dopo le Nazioni Unite (e quattromila anni dopo la promessa fatta ad Abramo!) e tutt’ora evita sempre di nominarlo. Dunque,  quando “il Santo Padre” va in quell’area, ricevuto, protetto e scortato dagli israeliani, la diplomazia vaticana parla di “pellegrinaggio in Terra Santa”. Mentre non lesina il nome “Palestina”, che non ha ricevuto il riconoscimento di stato, e che peraltro è quello che per sfregio diedero i Romani alla Terra d’Israele, in epoca post-biblica, dopo indicibili massacri e deportazioni, per far sparire anche la memoria degli Ebrei. Contemporaneamente eressero un tempio pagano nel luogo del Tempio e imposero a Gerusalemme il nome di Aelia Capitolina.

Ora anche ‘Riforma’ si accoda e nell’intero lungo articolo l’increscioso nome biblico “Israele” non compare neppure una volta.

 

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