TORINO. TRAGICOMMEDIA VALDO-GAY IN QUATTRO ATTI

1) Il Comune fa pasticci e autorizza insieme la marcia degli evangelici e il gay pride.

2) Gli evangelici si dispiacciono con il Comune, ma dicono “rispettiamo i gay”.

3) Il gay pride li accusa di voler “restringere i diritti”.

4) La Chiesa Valdese attacca gli evangelici: “più evangelici i gay”.

I pastori valdesi di Torino, Paolo Ribet e Luca Maria Negro, con l’incondizionato appoggio dei vertici, hanno scritto un’altra pagina imbarazzante per la nostra antichissima chiesa che nei secoli era stata un esempio di coerenza evangelica e che potrebbe oggi essere per questo un punto di riferimento unificante per la variegata e a volte caotica galassia evangelica italiana. Invece hanno approfondito la divisione tra i seguaci di Cristo in nome della solidarietà con i gay.

I due pastori, già noti ai lettori di questo sito, sono infatti intervenuti – non richiesti da nessuno – in una vicenda in cui non c’entravano per nulla, se non che dei credenti evangelici si erano permessi di ricordare la differenza tra seguire il vangelo di Gesù Cristo e sostenere la pratica dell’omosessualità e il matrimonio gay. Tra il richiamo al vangelo di Gesù Cristo e l’ ”orgoglio gay” non hanno esitato a correre in soccorso del secondo. Ecco i quattro atti di questa tragicommedia.

ATTO I

Anche quest’anno, un gruppo di chiese evangeliche di Torino aveva organizzato la marcia “Torino io ti (amo)” (in riferimento all’amore di Dio), nella quale cortei da diversi punti della città dovevano convergere su Piazza Castello, dove si sarebbero svolti canti, danze e giochi rivolti ad adulti e bambini, allo scopo di portare tanti torinesi a incontrare Gesù e venire a contatto con il suo Evangelo.

ATTO II

I funzionari del Comune di Torino, cui gli evangelici di “Torino io ti…”, avevano chiesto le autorizzazioni necessarie, non avvertono gli organizzatori che nelle stesse ore, nelle strade attigue e forse in qualche caso nelle stesse, si sarebbe svolto il Torino Pride, la manifestazione torinese dell’orgoglio “delle comunità GLBT” (gay, lesbiche, bisessuali e transessuali). Gli evangelici, per bocca del responsabile organizzativo Nicola Giardiello, si dispiacciono di non essere stati avvertiti di questa concomitanza e pur sottolineando che “rispettiamo i gay”, ricordano che “siccome siamo fedeli attuatori della Bibbia, la questione per noi non è accettabile. La Bibbia è chiara… Fatta eccezione per la maggioranza dei valdesi – spiega Giardiello – che la pensano diversamente, noi evangelici siamo contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, una delle richieste del Pride”.

Commento. A nessun organizzatore di manifestazione fa piacere la concomitanza con altre: sovraffollamento, intoppi reciproci, possibile confusione tra l’una e l’altra da parte della gente e persino di chi vuole partecipare. I partecipanti alla manifestazione ecologista non gradiscono si pensi che sfilano per il lancio del nuovo SUV o per andare al concerto pop e viceversa. È una delle ragioni per cui la legge prevede la segnalazione alle autorità delle manifestazioni o la loro autorizzazione. Mai si autorizzerebbero due cortei politici di tendenze diverse troppo vicini l’uno all’altro. I funzionari del Comune di Torino, invece, hanno fatto il pasticcio non solo di autorizzarli, ma anche di non avvertire gli organizzatori. Più che legittimo, perciò, il rammarico degli organizzatori evangelici, anche se al posto del Gay Pride ci fosse stata qualsiasi altra cosa. A maggior ragione, in questo caso dove le istanze dell’altro evento sono contrarie ai principi del primo. Gli evangelici l’hanno sottolineato senza mancare di rispetto ai gay, ai quali hanno solo ricordato quanto dice la Bibbia che – salvo le acrobazie dei saltimbanchi della teologia che ben conosciamo – non lascia dubbi al riguardo.

ATTO III

Gli organizzatori della “giornata dell’orgoglio delle comunità gay, lesbiche” ecc. ecc., pur non essendo l’oggetto delle lamentele degli evangelici, rivolte al Comune, non hanno perso l’occasione per far parlare di sé e hanno diffuso un comunicato in cui c’era un lato dall’apparenza molto mite: “la mescolanza che si creerà sabato 16 sarà per noi motivo di orgoglio”. Ma tenevano anche a sottolineare la loro superiorità morale poiché essi sono “per allargare i diritti, con la convinzione che i diritti si conquistano per tutte le persone, non solo per alcune”, mentre ci sono “coloro che invece lottano per restringere i diritti, decidendo chi ne è degno e chi no: la sola famiglia eterosessuale, meglio se sposata in chiesa, con figli, con la cittadinanza italiana”.

Commento. I signori del gay pride partono dall’idea secondo la quale il matrimonio sarebbe un diritto personale, come la libertà di parola o il diritto al giusto processo, indipendente dalle condizioni, e non una istituzione a garanzia di diritti e doveri delle coppie che desiderano formare una famiglia, cioè generare figli e prendersene cura. Si potrebbe obiettare che allora occorrerebbe anche garantire il diritto al matrimonio alle persone che non hanno un compagno di vita, forse procurando loro un coniuge o consentendo loro di sposare se stessi e poter fruire delle detrazioni per il coniuge a carico e cose simili. Questo modo di ragionare è legittimo ma implica di squalificare l’opinione opposta. Come se in una trattativa per l’acquisto di una casa il venditore rivendicasse il “diritto” ad ottenere una determinata somma in nome della garanzia costituzionale sulla proprietà privata, e l’acquirente reclamasse il “diritto” di poter avere quella stessa casa con il denaro che ha, in nome dell’eguaglianza anch’essa garantita dalla costituzione. La seconda parte del comunicato, infatti, implicitamente accusa gli evangelici non solo di omofobia ma anche di intolleranza religiosa (“sposati in chiesa”) e di razzismo (“di cittadinanza italiana”). La parola, o il concetto, di “omofobia” è molto insidiosa, quando usata sia a proposito dei delinquenti imbecilli che picchiano a sangue un ragazzo perché gay, sia di coloro che sono contrari ai matrimoni gay con reversibilità della pensione. E questo uso può davvero diventare aggressivo.

ATTO IV

Un pastore che votò la condanna sinodale contro di noi, perché usiamo “un nome che può confondersi con quello dei siti ufficiali della Chiesa”, attacca gli evangelici che non vogliono confondersi con i manifestanti gay

Di fronte a questo confronto tra evangelici che citano la Bibbia e ribadiscono il rispetto per i gay, senza lamentarsi di loro, ma solo dei pasticci del Comune, e i Lesbo-Gay-Bisex-Transex che li accusano di voler “restringere i diritti”, alcuni insigni valdesi, due in particolare, non richiesti da nessuno, si schierano senza esitazione per questi ultimi!

I pastori valdesi di Torino, Paolo Ribet e Luca Maria Negro, diffondono subito un comunicato che, fin dal titolo, accusa gli evangelici di non essere buoni cristiani: <Gesù non ha esitato a “mescolarsi”>, tutto giocato sul titolo dell’articolo del quotidiano torinese La Stampa, “Non possiamo mescolarci con i gay”. Nel testo del comunicato, improntato a uno sdegno neo-perbenista “politicamente corretto”, si legge infatti “speriamo che le parole virgolettate del titolo dell’articolo… non siano mai state pronunciate. Esse sarebbero infatti il segno di un atteggiamento quanto mai lontano dallo spirito dell’Evangelo di Gesù Cristo – il quale non esitò a “mescolarsi” con chiunque. Una cosa è certa: la Bibbia è per tutti i cristiani la fonte della fede e dell’etica, ma viene letta in modi molto differenti. Ed è proprio dalla Bibbia che le Chiese come quelle valdesi, luterane, battiste e avventiste traggono il principio del rispetto della dignità della persona e del diritto di veder riconosciuto il proprio modo di essere. Vorremmo ricordare che il Sinodo della Chiesa valdese si è interrogato sulle benedizioni delle coppie dello stesso sesso, come di una richiesta al Signore di accompagnare con la sua benedizione una relazione stabile e fondata sull’amore e non ha mai parlato di “matrimonio”. Accanto a questo atteggiamento di apertura, si richiede che lo Stato, laicamente, riconosca i diritti di tutti i suoi cittadini… In questa situazione, paradossalmente, ci sembra più evangelica la risposta degli organizzatori del Gay Pride, aperta al confronto e alla vicinanza, che quella di coloro che tale prossimità rifiutano. Eppure, già nel Nuovo Testamento si parla di due cortei che si incontrano e da questo incontro rinasce la vita (Luca 7:11 e ss.). E’ provocatorio pensare che fosse nella volontà di Dio che i due cortei si incontrassero, sabato a Torino?

TORINO PRIDE 2012

Commento. I lettori di questo sito già conoscono le figure dei pastori Paolo Ribet e Luca Maria Negro, che in questo episodio emergono per la loro coerenza.

Il pastore Ribet ebbe la cortesia di rispondere alla nostra lettera in cui si chiedevano – a chi avesse votato (ricordiamo che avendo la nomenklatura valdese fatto diventare il Sinodo – contro il suo regolamento – un’assemblea a porte chiuse è stato anche introdotto – di fatto – il voto segreto) l’ordine del giorno del Sinodo 2011 di condanna per questo sito le ragioni di quel voto.

Nella sua lettera citava, tra gli altri, come elementi degni di condanna sinodale il fatto che lui, Ribet, non può “sopportare il piagnisteo da minoranza oppressa” (cioè aver lamentato di esser stati censurati dagli organi di informazione e ignorati dai vertici). Oggi però gli vanno benissimo le lamentele dei manifestanti gay, che in questo caso non sono “piagnistei”, ma sacrosante richieste di “diritti”.

Un altro motivo per condannarci, secondo Ribet, era che la benedizione delle coppie dello stesso sesso non sarebbe una questione “su cui cade o sta la chiesa”. Oggi però la questione del matrimonio gay gli sembra così importante da attaccare dei fratelli evangelici perché si sono permessi di dissentire.

Ragione più grave per condannarci, continuava Ribet, era che “non mi pare corretto che il sito usi un nome che può confondersi con quello dei siti ufficiali della Chiesa valdese”. Già: non tollerava che noi, valdesi, sostenitori della confessione di fede della Chiesa Valdese – ci definissimo “valdesi” in un libero sito di informazione. Non voleva che ci “confondessimo”, che ci “mescolassimo” a loro, che pretendono il monopolio del glorioso nome di “valdesi”, salvo rinnegare ciò che i valdesi hanno sostenuto da tempo immemorabile. Allo stesso tempo, quello degli evangelici che non vogliono essere confusi con i manifestanti gay è “un atteggiamento quanto mai lontano dallo spirito dell’Evangelo di Gesù Cristo”! Potrebbe venire il sospetto che anche quello di condannare noi, valdesi, perché ci chiamiamo “valdesi” pur non essendo il sito “ufficiale”, sia un atteggiamento “quanto mai lontano dall’Evangelo”, o anche dalla semplice verità dei fatti. Ma, certamente, Ribet e Negro avrebbero una qualche convincente spiegazione al riguardo, che distinguerebbe con chiarezza le due cose, anche se ciò che si evidenzia a prima vista è che in entrambi i casi i due hanno tenuto la posizione che più faceva loro comodo: quando sono loro a non volersi confondere con dei veri valdesi, ciò è cosa buona e giusta, quando sono altri a non volersi confondere con le marce gay, dicono che Gesù non esitava a farlo.

Una ulteriore ragione che il pastore Ribet citava per votare la condanna sinodale nei nostri confronti era il biblico “divieto di menzogna”, che uno dei promotori del nostro sito avrebbe violato, ma non nel sito stesso, bensì nel votare al Senato un documento menzognero. Anzi, diceva che questa persona “si accingeva a votare” un tale documento: evidentemente si attribuiva anche capacità divinatorie. A parte il fatto che è davvero curioso che un esponente di spicco della chiesa “dell’accoglienza e dell’accettazione” condanni un sito per una cosa che due mesi dopo, uno dei suoi promotori “si accingeva” a votare. Viene in mente la favola del lupo e dell’agnello, dove però il lupo non arrivava ad usare come pretesto ciò che l’agnello “si accingeva” – secondo lui – a dire, ma si limitava ad inventare una menzogna sul passato. Il problema peggiore infatti era che il documento, che secondo Ribet quel nostro fratello si accingeva a votare, non è mai esistito. Insomma, nel tirare a mano il “divieto di menzogna”, ha detto una… diciamo una “cosa non vera”. Non ci stupiamo molto, e ci dispiace non stupirci, di constatare che oggi venga fuori con un comunicato tutto giocato sul presunto rifiuto di “mescolarsi” da parte di quegli evangelici torinesi, quando il verbo “mescolarsi” non c’è nelle parole che La Stampa, citata come fonte, non attribuisce al coordinatore della manifestazione evangelica se non nel titolo. Ma ci rattristiamo, perché questa volta tira in ballo l’Evangelo di Luca e Gesù. Il quale, affermano i due pastori, “non esitò a ‘mescolarsi’ con chiunque”. Certo, si “mescolò” anche ai mercanti nel tempio, ma per prenderli a sferzate, non perché fosse contrario al commercio, ma perché non voleva confondere il commercio con il culto dell’Eterno. Se i due pastori di Torino l’avessero visto, avrebbero emesso la loro sentenza su un comportamento “quanto mai lontano dallo spirito dell’Evangelo”, specialmente se fra i mercanti c’era qualche gay. Gesù si “mescolò” ai peccatori, ma non per peccare insieme a loro o benedire i loro peccati, ma per chiamarli alla conversione. E poi, ricordando che il fratello evangelico bersaglio della reprimenda dei due pastori non ha mai detto di non volersi “mescolare”, va detto che semmai ha tenuto a non “confondere” una manifestazione evangelica con qualcosa di diverso.

Quanto al pastore Luca Maria Negro, direttore del settimanale Riforma, abbiamo visto con quale zelo abbia tenuto a “non mescolare” le responsabilità del periodico con la nostra inserzione a pagamento del 2010 che promuoveva l’Appello alla fedeltà alla nostra confessione di fede: affermando che dicevamo cose che “non risultano”, quando invece erano del tutto vere. Addirittura, per “non mescolarsi con noi” rifiutò di pubblicare una notizia, anche a pagamento, e poi rifiutò di pubblicare le inserzioni che segnalavano l’esistenza del nostro sito, anzi, demandò la decisione a un fantomatico consiglio di amministrazione che mai ci rispose. Nello stesso tempo, però, sempre secondo l’ “atteggiamento di apertura” invocato per le coppie dello stesso sesso, pubblicava tranquillamente lettere contenenti attacchi personali contenenti anche attribuzioni a persone di atti mai compiuti.

I due pastori (stavamo per scrivere “la coppia di pastori”, ma non vorremmo essere fraintesi) poi affermano solennemente che “proprio dalla Bibbia le chiese come quelle valdesi” ecc. ”traggono il principio del rispetto della dignità della persona e del diritto di veder riconosciuto il proprio modo di essere”. La parola “principio” è molto forte nel linguaggio dei teologi valdesi, poiché hanno messo al bando la parola “valore”. Ma quale sia in concreto questo principio è un po’ vago. Cos’è di preciso “la dignità della persona”? È ciò che fa dire all’apostolo Paolo (I Corinzi 6:18-19) che il corpo è il tempio dello Spirito e dunque va evitata la fornicazione, oppure è riconoscere il valore intrinseco della persona umana, cosa che nessuno si sogna di negare, ma assai diversa dal rispettare qualunque cosa una persona umana faccia? E il “riconoscimento” deve consistere per forza in speciali liturgie, quanto alla chiesa, e nella pensione di reversibilità, quanto allo Stato? E che cosa sarebbe questo “modo di essere” cui dare tale “riconoscimento”? Essere prepotenti e arroganti, ad esempio, è certamente un modo di essere, ma perché dovrebbe meritare un “riconoscimento” ? Lo stesso si può dire dell’essere adulteri, ma anche dell’essere generosi, esuberanti, buoni amici, appassionati di calcio o di cucina, ubriaconi o salutisti, raffinati o grossolani… Ci vuole un riconoscimento per tutti? Viene il sospetto che la generica ma aulica espressione del “principio del rispetto della dignità” ecc. ecc. in realtà sia solo un pomposo giro di parole per parlare della benedizione alle coppie dello stesso sesso e della concessione di diritti fino ad oggi riservati ai contraenti matrimonio. Cose ormai fondamentali per la Chiesa Valdese tanto da spingere due importanti pastori a scagliarsi contro fratelli evangelici colpevoli di non accettarle. Mentre lo scorso Sinodo respinse l’ordine del giorno a favore dei cristiani perseguitati nel mondo! Non male anche il passaggio secondo il quale lo Stato – sempre secondo quel principio “tratto dalla Bibbia” – dovrebbe “laicamente” riconoscere questi diritti. Ma com’è che lo Stato dovrebbe “laicamente” riconoscere, a spese di tutti, un principio “tratto dalla Bibbia” ? Altro mistero. Oppure per “laicamente” intendono che non si deve guardare al comportamento delle persone secondo una etica di qualche religione ? Ma qui non c’entra la religione: la differenza tra una coppia uomo-donna e una dello stesso sesso è oggettiva poiché la seconda non può generare figli. Anche i governi pagani, atei e anti-religiosi, come quelli comunisti, non accennarono mai a riconoscere matrimoni gay. Certo, una coppia dello stesso sesso può educarne, ma educare figli non vuol dire essere coniugi, altrimenti dovremmo ritenere gli insegnanti di una scuola o di un collegio tutti sposati fra di loro (con tanto di reversibilità!).

Fa pensare anche la citazione di Luca 7:11, quando “due cortei si incontrano e nasce la vita”, ricordando l’episodio in cui Gesù e i suoi discepoli si incontrano con il corteo funebre di un ragazzo, che il figlio di Dio resuscita e tutti “glorificavano Iddio”. Cosa immaginavano i due pastori? Che i manifestanti lesbo-gay-bi-trans si convertissero e glorificassero Iddio ? Sembra di no, visto che si schierano dall’altra parte. Forse pensavano che questi evangelici – così fastidiosi nello specificare che andavano in piazza per parlare di Gesù Cristo e non per altre cose – si convertissero miracolosamente al verbo lesbo-gay-bi-trans, e glorificassero il vitello d’oro della Laicità ?

Ovviamente anche questo incontro, benché solo virtuale, è avvenuto per “volontà di Dio”: “Due passeri non si vendono eglino solo un quattrino ? pur nondimeno l’un d’essi non può cadere in terra, senza il volere del Padre vostro. Ma quant’è a voi, eziandio i capelli del vostro capo son tutti annoverati”. Ma la ragione per cui questo incontro sia avvenuto non è nella mente e negli interessi degli uomini e delle donne, anche se ciascuno può immaginarsi la sua. Ad esempio, potrebbe essere avvenuto più che altro per dare un’altra triste prova della degenerazione della Chiesa Valdese.

“Dio non è un Dio di confusione, ma di pace” (I Corinzi 14:33).

 

 

 


 




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