Sinodo Valdese /Assemblea 2022 – Due valutazioni critiche

Il Sinodo ieri e oggi, a cura  della AIVV Risveglio valdese Associazione Valli Valdesi
Il Sinodo Valdese del 1693 è il primo Sinodo di cui ci restano gli atti ufficiali, benché si abbia testimonianza di sinodi regolari da circa 300 anni prima, perché la tremenda persecuzione del 1686, che arrivò vicinissima ad annientare i Valdesi, portò alla distruzione dei documenti precedenti. Ebbene, nel 1693 i membri del Sinodo furono 31: 11 pastori e 20 “laici” eletti dai membri di chiesa.
Dunque il 64,5% erano eletti. Va anche detto che nel 1693 la situazione nelle Valli valdesi era drammatica: persone tornate dall’esilio e dalle micidiali fortezze savoiarde avevano dovuto riprendere quell’agricoltura di sopravvivenza sugli scoscesi campi alpini, e ricostruire case distrutte. Eppure il Sinodo era per due terzi eletto, tutti conoscevano i nomi dei suoi componenti e tutti i membri di chiesa vi potevano assistere.
Oggi, meno della metà sono eletti, non c’è un elenco pubblico dei componenti e non si può assistere ai lavori se non attraverso riprese televisive. Quel che è peggio è che oggi c’è sempre meno Evangelo.
Il Sinodo Valdese, che fino una trentina d’anni era definito nei documenti ufficiali “venerabile”, è la massima autorità della Chiesa Valdese, intesa come insieme delle chiese locali valdesi e metodiste. Questo del 2022 ha luogo congiuntamente ai battisti dell’Ucebi, che di battisti di una volta non hanno più nulla, una realtà schiacciata sull’attualità politico-sociale, come ci dice il comunicato ufficiale.
L’ideologia del politicamente corretto ha preso il posto di quella marxista degli scorsi decenni che a sua volta aveva già emarginato il vero compito della Chiesa: “la Chiesa professa le dottrine contenute nell’Antico e nel Nuovo Testamento e formulate nella sua Confessione di fede”, dicono le discipline valdesi. Invece si vede chiaramente che ormai il liberalismo, quello teologico, con tutte le ideologie e le aberrazioni che si porta dietro, è il nuovo loro dio.
Meno male che non tutti i valdesi siamo così.

(P)ATTO DI (DIS)INTEGRAZIONE
a cura di Leonardo Ragazzi
Cosa si sia concretamente deciso nell’Assemblea-Sinodo di Valdesi-Metodisti e Battisti non è ancora dato precisamente di sapere. Alle domande i rappresentanti delle varie chiese sono evasivi e generici. Tutto lascia supporre che, come al solito, non ci sia niente di nuovo su quel fronte, ma che si siano ricordate per l’ennesima volta le insanabili divergenze sul battesimo, sulla concezione della chiesa (chiesa sinodale o chiesa congregazionalista) e sulle posizioni teologiche di fondo.
I battisti nel resto del mondo sono evangelicali e per certi versi fondamentalisti. In Italia hanno un passato progressista e uno spessore teologico di rilievo, che però dopo Gangale e Chiminelli è andato lentamente e inesorabilmente sbiadendosi.
I battisti italiani sembrano in questo momento compressi tra due estremi: riscoprire un’anima (ana)battista che li porta a dialogare con gli evangelicali e a contrapporsi al luterismo valdese, oppure confluire nel gruppo valdometodista, con il pericolo però di essere fagocitati in un programma che li vorrebbe solo subalterni e quindi accessori all’agenda valdese. Attanagliati da questi dilemmi essi sono impegnati in un questo momento in una sorta di diatriba interna che si cristallizza simbolicamente attorno alla questione storiografica sulla Riforma.
Il progetto di un protestantesimo storico unitario in Italia naufraga sempre sullo stesso scoglio da circa un secolo e mezzo, ossia su quello che definirei il “totemismo valdese”. Il primato valdese è stato ed è il principale ostacolo all’unità. Questo primato ha assunto nel tempo le sembianze di un vero proprio totemismo. Per spiegare la realtà valdese contemporanea non c’è bisogno di teologia (che si esprime in libretti di appendice autocelebrativi), ma di antropologia culturale alla Levi-Strauss. La formula di questo totemismo è la seguente: pretendere che le altre confessioni presenti in Italia si inchinino, si prostrino al primato valdese ed entrino in un sistema provinciale e totemistico che produca omologazione e depauperamento culturale. Le conseguenze di una tale omologazione in una nazione ricca e varia come l’Italia sono catastrofiche. Meglio rimanere divisi, meglio il colosso cattolico romano che almeno è rispettoso di varietà e di ricchezza. Il paradigma totemistico non è mutato, anzi rispetto a un secolo fa i valdesi si presentano forti del loro ottopermille milionario e non solo della loro esperienza museale. I battisti, ben consapevoli dei rischi di questa unità, vedendo concretamente cosa è avvenuto ai metodisti, hanno assunto un atteggiamento scettico e temporeggiatorio, che probabilmente ha significato la loro salvezza. Tra i vaghi comunicati si parla di “patto” e quasi ci si nasconde dietro a un glorioso termine teologico che nel presente significa poco o nulla. Come poco o nulla diranno i vari rappresentanti (dalle conoscenze storiche imbarazzanti) tra tante parole affastellate e intrise di propaganda spicciola. Questo è l’eloquio ecclesiastico dei protestanti, sempre più vicino a quello della politica italiana e sempre più artefatto.

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