La piantina che ha sete

di DMS

Le centinaia di terrazzamenti che s’incontrano risalendo la montagna verso il Serre della Sarsenà (Bobbio Pellice) sono stupefacenti. I muri venivano costruiti ovunque, anche sulle rocce o a fianco di esse, per permettere di recuperare anche solo un metro di terreno. Il paesaggio è molto esposto al sole, e gli alberi stessi non sono così rigogliosi come in altre zone dove il terreno è più profondo. La montagna sale ripida, tanto da permettere una visuale panoramica eccellente della valle sottostante.

Su questi terrazzamenti si coltivava, in altri tempi, il grano saraceno, che si presume sia stato introdotto dai Saraceni, dai quali, si dice, deriva il termine  “Sarsenà”, così chiamata la borgata costruita sulle rocce sovrastanti l’ampia valle. Il grano saraceno si diffuse sulle montagne a quote piuttosto alte, sopra i mille metri, per il suo ciclo di vita breve, dalla primavera all’autunno, che ne consente la coltivazione dove il frumento ed altri prodotti non riuscivano a giungere a maturazione. La polenta saracena costituiva, in alternanza con le castagne, il piatto unico per le famiglie locali.

I fiori del grano saraceno sono decorativi. È una pianta rustica, resistente ai climi freddi, e difficilmente attaccabile dai parassiti, era utile per sfruttare i terreni nei mesi estivi, nel periodo di riposo dopo il raccolto invernale di segala e patate. La coltivazione sui pendii o sui terrazzamenti è faticosa.

La semina del grano saraceno avviene a spaglio (si gettano i chicchi a piccole manciate sul terreno arato) e la raccolta si svolge a partire dalla seconda metà di ottobre o poco più tardi. L’operazione è laboriosa. Con un falcetto si tagliano gli steli, si legano e si lasciano asciugare, poi si battono con un attrezzo fatto con due bastoni legati a una estremità. La farina di grano saraceno un tempo era considerata poco pregiata, buona soltanto per la cucina dei contadini.

Qui si racconta che la piantina di grano saraceno avesse bisogno di poca acqua e che, se veniva coltivata in un terreno fecondo, non avrebbe prodotto i chicchi. Tante volte anche noi abbiamo sete, passiamo per delle difficoltà e l’aridità si fa sentire, ma spesso è proprio in quelle condizioni che Dio ci usa per portare frutto.

J’ai soif de ta présence, / Divin chef de ma foi;

Dans ma faiblesse immense / Que ferais-je sans toi? 

Des ennemis dans l’ombre / Rodent autour de moi;

Accablé par le nombre / Que ferais-je sans toi?

Pendant les jours d’orage, / D’obscurité, d’effroi,

Quand faiblit mon courage / Que ferais-je sans toi

Chaque jour, à chaque heure, oh! j’ai besoin de toi.

Viens, Jésus, et demeure Auprès de moi.

(Innario “Psaumes et Cantiques”, n. 126).

 

Ho sete della tua presenza, divino Capo della mia fede; nella mia debolezza immensa che farei senza di te?

I nemici nell’ombra si aggirano intorno a me; oppresso dal loro numero che farei senza di te?

Durante i giorni di tempesta, di oscurità, quando vien meno il mio coraggio che farei senza di te?

Ogni giorno e in ogni ora, ho bisogno di te, Vieni, Gesù, e dimora vicino a me. 

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