\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

UN DEPUTATO PROTESTANTE AL PARLAMENTO DI LONDRA: DAL MATRIMONIO GAY, GRAVI PERICOLI PER LA LIBERTÀ RELIGIOSA

In questi giorni si svolgono numerose manifestazioni per la Giornata della Memoria, sildenafil nel ricordo della Shoah, pharm lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazionalsocialista tedesco e dei suoi alleati. Una ricorrenza certamente non religiosa, visit ma civile. Eppure noi Valdesi abbiamo qualcosa di speciale da ricordare oggi, che mai si dice.

Non ci riferiamo a come e quanto i valdesi delle Valli, e non solo, aiutarono ebrei ai loro persecutori e dunque scampare dagli arresti e dunque dalla morte. Vi sono diversi valdesi tra i “Giusti fra le Nazioni”, cioè fra coloro che si sono distinti in questo nobile impegno: il pastore, poi senatore, Tullio Vinay, Silvia Avondet Malan, le coppie di coniugi Michel e Leontine Avondet, Alfredo e Maria Avondet Comba. Sono ricordati, con un albero e naturalmente con i loro nomi, nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni di Gerusalemme, un luogo di grande suggestione, accanto allo Yad Vashem, che ricorda la Shoah, e al cimitero di guerra con i caduti nelle guerre combattute dallo Stato d’Israele per sopravvivere. Ma sono stati tanti i valdesi che hanno rischiato per dare rifugio agli ebrei. In quel periodo accaddero tanti episodi che andrebbero rievocati con maggiore orgoglio. Accadde anche che degli ebrei morti per cause naturali nelle Valli venissero seppelliti facendoli passare per valdesi, con il pastore che – per così dire – svolgeva le funzioni del rabbino al cimitero leggendo alcuni passi dell’Antico Testamento, cioè della Torah. Accadde che una valdese sposata a un ebreo che cambiava spesso nascondiglio e a volte passava da lei, ai tedeschi e ai fascisti che lo cercavano rispondesse che lo stava cercando anche lei perché da anni l’aveva mollata per un’altra. O che un direttore di banca desse rifugio ai beni degli ebrei consentendo loro di aprire libretti di risparmio al portatore, intestati a nomi di alberi. Si tratta di cose indimenticabili, ma non uniche dei valdesi. Anche altri hanno compiuto questi nobili atti.

Non ci riferiamo neppure al fatto che Ezechiele 37, la profezia delle ossa secche, sembra la descrizione dei cadaveri ammonticchiati nei campi di sterminio: “Il Signore… mi posò in una campagna ch’era piena d’ossa… erano in grandissimo numero”. Né al fatto che dopo la Shoah, e in parte a causa di essa, ci fu la grande aliyah, la “salita”, cioè il ritorno degli Ebrei nella terra d’Israele, compimento di tante profezie dell’Antico Testamento (chi le ha contate dice che sono centonovantatre). Un solo esempio fra i tanti: “i giorni vengono, dice il Signore, che non si dirà più: l’Iddio vivente, il quale ha tratti i figliuoli d’Israele fuor de paese d’Egitto; ma: il Signore vivente, che ha tratti i figliuoli d’Israele fuor del paese di Settentrione, e di tutti gli altri paesi, ne’ quali egli li aveva scacciati; ed io li ricondurrò alla lor terra, che io diedi a’ padri loro” (Geremia 16:14-15).  Questa è una cosa importantissima, ma lo è per tutti coloro che leggono la Bibbia. Dovrebbe esserlo dunque anche per i Valdesi, le cui guide “spirituali” tendono invece a spiegare le profezie bibliche che si avverano con il fatto che sono state scritte dopo che il fatto si è avverato, il che implica che gli autori materiale del Libro dei Libri siano dei falsari. Ad esempio: la profezia di Gesù sulla distruzione del Tempio, “non sarà qui lasciata pietra sopra pietra” (Matteo 24:2) avveratasi meno di quaranta anni dopo? Semplice, dicono: è stata scritta dopo l’anno 70. Insomma: è un falso. Giungono dunque a dire che il libro di Geremia sarebbe stato scritto dopo il 1948? No, ma dicono che si riferisce al ritorno da Babilonia e che, naturalmente, è stato scritto dopo di esso. Ora, dire che “paese di Settentrione” si riferisce alla Mesopotamia, sembra un’idiozia, trovandosi perfettamente a Oriente della Terra d’Israele, e probabilmente lo è. Ma, dopo aver studiato qualche anno alla Facoltà di Teologia, forse lo si trova una perla di filologia biblica o comunque si capisce che dire qualcosa di diverso è cercarsi rogne. Ma, coma mai si parla anche “di tutti gli altri paesi“? E come mai altrove si dice che torneranno “da’ quattro canti della terra” (Isaia 11:12)? O ancora: “Non temere, perché io sono con te; farò venire la tua progenie dall’est e ti radunerò dall’ovest.  Dirò al settentrione: “Restituiscili”, e al mezzogiorno: “Non trattenerli” (Isaia 43:5-6). Si parla sempre di Babilonia? Ma i biblisti valdesi non sono i soli ad avere questo atteggiamento. Nel libro, edito dalla valdese Claudiana, L’ebraicità di Gesù, che raccoglie studi di insigni accademici, basta arrivare alla terza pagina del primo articolo per leggere la reazione di Harvey Cox, professore alla prestigiosa Harvard Divinity School, fondata dai puritani del Massachusetts, di fronte a un “predicatore cristiano evangelico indipendente” che prende un po’ troppo sul serio le profezie bibliche, che egli stesso definisce simili a quelle lette nel commentario di una Bibbia “donatami da ragazzo in premio per la mia encomiabile condotta alla scuola domenicale”. Ecco la reazione dell’insigne teologo, sicuramente generoso di quegli inviti alla tolleranza, all’accettazione del diverso ecc. ecc. a cui siamo ben abituati: “Fui assalito dal curioso impulso di aggredire e strangolare la mia nuova e indesiderata conoscenza(…)”. E ritiene la cosa talmente normale da inserirla in un dotto libro!

No. La cosa particolare dei Valdesi riguardo agli Ebrei è che, per quanto ne sappiamo, non hanno mai partecipato a quella mostruosità dell’odio anti-ebraico su pretese basi cristiane. È un fatto unico tra le denominazioni cristiane storiche, mentre ovviamente è assai comune tra quelle più recenti, che spesso sentono un legame particolare con gli Ebrei, non solo quelli della Bibbia, ma anche quelli vivi oggi. Il coinvolgimento di cattolici e ortodossi nell’antisemitismo è stato pesante, anche se – grazie a Dio – non costante. Persino l’invocazione “contro i perfidi giudei” del Venerdì Santo è stata abolita solo ai tempi di Papa Giovanni XXIII (1958-1963).

Ma purtroppo il mondo protestante è tutt’altro che e sente da questa macchia. Le pagine di Lutero contro gli ebrei sono agghiaccianti: “In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità”. Orrore e bestemmia! Ma è solo l’inizio di una serie di dettagliati inviti a perseguitare il popolo d’Israele, con tanto di citazioni bibliche, incluso l’Antico Testamento. Non a caso il libro da cui queste frasi sono tratte, Von den Jüden und jren Lügen (“Sugli Ebrei e le loro menzogne”), ebbe diverse riedizioni nella Germania nazista: conteneva un compendio e quasi un manuale dell’odio antiebraico utilissimo per i seguaci di Hitler. Ma noi Valdesi, non siamo “luterani” in quanto abbiamo aderito al ramo della Riforma più vicino a Giovanni Calvino, forse il meno anti-ebraico tra i riformatori. Eppure, nel commentario al libro di Daniele scrisse: “Ho conversato a lungo con molti ebrei: non ho mai visto una goccia di pietà o un granello di verità o di onestà.” In altri scritti, che non abbiamo avuto mnodo di controllare alle fonti, ma sono riportati da vari studiosi, definì gli ebrei “cani profani” che “stupidamente divorano tutte le ricchezze della terra con la loro sfrenata avidità”. Come se non bastasse, avrebbe aggiunto che per “la loro corrotta e inflessibile ostinazione meritano di essere oppressi senza fine o misura e che muoiano nella loro miseria senza la pietà di alcuno”.

Ebbene, per quanto ne sappiamo, i Valdesi non hanno di questi orrendi precedenti. Si potrà facilmente dire che i Valdesi non hanno avuto molto a che fare con gli Ebrei, di certo non numerosi o piuttosto assenti nelle vallate alpine. Ma noi credenti sappiamo anche che nulla accade per caso e quando ogni giorno preghiamo secondo l’insegnamento di Gesù chiedendo di “non esporci alla tentazione”, ricordiamo che la Grazia di Dio non è solo perdono dei peccati ma può anche essere non avere opportunità di commetterli.

Tutto ciò non può certo costituire un motivo di vano vanto, ma piuttosto un’ulteriore chiamata, una ulteriore responsabilità. Forse anche in questo i Valdesi hanno una missione particolare che è nostro dovere non lasciare cadere.

Di certo, assieme ai punti non specifici dei Valdesi ma comunque importanti che abbiamo citato prima, , questa particolarità dovrebbe dissuadere dall’assumere, proprio in questi tempi, proprio noi che ci definivamo Israël del Alpes, un atteggiamento anti-ebraico, magari sotto la forma di ostilità a Israele. Ostilità che abbiamo visto più volte espressa da esponenti valdesi, in particolare sugli organi di informazione, conseguenza dell’adesione acritica a certe specifiche posizioni politiche che includono appunto lo schierarsi contro lo Stato d’Israele e sotto sotto contro gli Ebrei in generale. Ma finora abbiamo avuto la grazia di non vedere tali posizioni espresse ufficialmente. Preghiamo perché questo non avvenga in futuro e perché la Chiesa Valdese torni a testimoniare fedelmente la chiamata di Dio.

Leonista 
di Leonista

In questi giorni si svolgono numerose manifestazioni per la Giornata della Memoria, rx nel ricordo della Shoah, no rx lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazionalsocialista tedesco e dei suoi alleati. Una ricorrenza certamente non religiosa, viagra sale ma civile. Eppure noi Valdesi abbiamo qualcosa di speciale da ricordare oggi, che mai si dice.

Non ci riferiamo a come e quanto i valdesi delle Valli, e non solo, aiutarono ebrei ai loro persecutori e dunque scampare dagli arresti e dunque dalla morte. Vi sono diversi valdesi tra i “Giusti fra le Nazioni”, cioè fra coloro che si sono distinti in questo nobile impegno: il pastore, poi senatore, Tullio Vinay, Silvia Avondet Malan, le coppie di coniugi Michel e Leontine Avondet, Alfredo e Maria Avondet Comba. Sono ricordati, con un albero e naturalmente con i loro nomi, nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni di Gerusalemme, un luogo di grande suggestione, accanto allo Yad Vashem, che ricorda la Shoah, e al cimitero di guerra con i caduti nelle guerre combattute dallo Stato d’Israele per sopravvivere. Ma sono stati tanti i valdesi che hanno rischiato per dare rifugio agli ebrei. In quel periodo accaddero tanti episodi che andrebbero rievocati con maggiore orgoglio. Accadde anche che degli ebrei morti per cause naturali nelle Valli venissero seppelliti facendoli passare per valdesi, con il pastore che – per così dire – svolgeva le funzioni del rabbino al cimitero leggendo alcuni passi dell’Antico Testamento, cioè della Torah. Accadde che una valdese sposata a un ebreo che cambiava spesso nascondiglio e a volte passava da lei, ai tedeschi e ai fascisti che lo cercavano rispondesse che lo stava cercando anche lei perché da anni l’aveva mollata per un’altra. O che un direttore di banca desse rifugio ai beni degli ebrei consentendo loro di aprire libretti di risparmio al portatore, intestati a nomi di alberi. Si tratta di cose indimenticabili, ma non uniche dei valdesi. Anche altri hanno compiuto questi nobili atti.

Non ci riferiamo neppure al fatto che Ezechiele 37, la profezia delle ossa secche, sembra la descrizione dei cadaveri ammonticchiati nei campi di sterminio: “Il Signore… mi posò in una campagna ch’era piena d’ossa… erano in grandissimo numero”. Né al fatto che dopo la Shoah, e in parte a causa di essa, ci fu la grande aliyah, la “salita”, cioè il ritorno degli Ebrei nella terra d’Israele, compimento di tante profezie dell’Antico Testamento (chi le ha contate dice che sono centonovantatre). Un solo esempio fra i tanti: “i giorni vengono, dice il Signore, che non si dirà più: l’Iddio vivente, il quale ha tratti i figliuoli d’Israele fuor de paese d’Egitto; ma: il Signore vivente, che ha tratti i figliuoli d’Israele fuor del paese di Settentrione, e di tutti gli altri paesi, ne’ quali egli li aveva scacciati; ed io li ricondurrò alla lor terra, che io diedi a’ padri loro” (Geremia 16:14-15).  Questa è una cosa importantissima, ma lo è per tutti coloro che leggono la Bibbia. Dovrebbe esserlo dunque anche per i Valdesi, le cui guide “spirituali” tendono invece a spiegare le profezie bibliche che si avverano con il fatto che sono state scritte dopo che il fatto si è avverato, il che implica che gli autori materiale del Libro dei Libri siano dei falsari. Ad esempio: la profezia di Gesù sulla distruzione del Tempio, “non sarà qui lasciata pietra sopra pietra” (Matteo 24:2) avveratasi meno di quaranta anni dopo? Semplice, dicono: è stata scritta dopo l’anno 70. Insomma: è un falso. Giungono dunque a dire che il libro di Geremia sarebbe stato scritto dopo il 1948? No, ma dicono che si riferisce al ritorno da Babilonia e che, naturalmente, è stato scritto dopo di esso. Ora, dire che “paese di Settentrione” si riferisce alla Mesopotamia, sembra un’idiozia, trovandosi perfettamente a Oriente della Terra d’Israele, e probabilmente lo è. Ma, dopo aver studiato qualche anno alla Facoltà di Teologia, forse lo si trova una perla di filologia biblica o comunque si capisce che dire qualcosa di diverso è cercarsi rogne. Ma, coma mai si parla anche “di tutti gli altri paesi“? E come mai altrove si dice che torneranno “da’ quattro canti della terra” (Isaia 11:12)? O ancora: “Non temere, perché io sono con te; farò venire la tua progenie dall’est e ti radunerò dall’ovest.  Dirò al settentrione: “Restituiscili”, e al mezzogiorno: “Non trattenerli” (Isaia 43:5-6). Si parla sempre di Babilonia? Ma i biblisti valdesi non sono i soli ad avere questo atteggiamento. Nel libro, edito dalla valdese Claudiana, L’ebraicità di Gesù, che raccoglie studi di insigni accademici, basta arrivare alla terza pagina del primo articolo per leggere la reazione di Harvey Cox, professore alla prestigiosa Harvard Divinity School, fondata dai puritani del Massachusetts, di fronte a un “predicatore cristiano evangelico indipendente” che prende un po’ troppo sul serio le profezie bibliche, che egli stesso definisce simili a quelle lette nel commentario di una Bibbia “donatami da ragazzo in premio per la mia encomiabile condotta alla scuola domenicale”. Ecco la reazione dell’insigne teologo, sicuramente generoso di quegli inviti alla tolleranza, all’accettazione del diverso ecc. ecc. a cui siamo ben abituati: “Fui assalito dal curioso impulso di aggredire e strangolare la mia nuova e indesiderata conoscenza(…)”. E ritiene la cosa talmente normale da inserirla in un dotto libro!

No. La cosa particolare dei Valdesi riguardo agli Ebrei è che, per quanto ne sappiamo, non hanno mai partecipato a quella mostruosità dell’odio anti-ebraico su pretese basi cristiane. È un fatto unico tra le denominazioni cristiane storiche, mentre ovviamente è assai comune tra quelle più recenti, che spesso sentono un legame particolare con gli Ebrei, non solo quelli della Bibbia, ma anche quelli vivi oggi. Il coinvolgimento di cattolici e ortodossi nell’antisemitismo è stato pesante, anche se – grazie a Dio – non costante. Persino l’invocazione “contro i perfidi giudei” del Venerdì Santo è stata abolita solo ai tempi di Papa Giovanni XXIII (1958-1963).

Ma purtroppo il mondo protestante è tutt’altro che e sente da questa macchia. Le pagine di Lutero contro gli ebrei sono agghiaccianti: “In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità”. Orrore e bestemmia! Ma è solo l’inizio di una serie di dettagliati inviti a perseguitare il popolo d’Israele, con tanto di citazioni bibliche, incluso l’Antico Testamento. Non a caso il libro da cui queste frasi sono tratte, Von den Jüden und jren Lügen (“Sugli Ebrei e le loro menzogne”), ebbe diverse riedizioni nella Germania nazista: conteneva un compendio e quasi un manuale dell’odio antiebraico utilissimo per i seguaci di Hitler. Ma noi Valdesi, non siamo “luterani” in quanto abbiamo aderito al ramo della Riforma più vicino a Giovanni Calvino, forse il meno anti-ebraico tra i riformatori. Eppure, nel commentario al libro di Daniele scrisse: “Ho conversato a lungo con molti ebrei: non ho mai visto una goccia di pietà o un granello di verità o di onestà.” In altri scritti, che non abbiamo avuto mnodo di controllare alle fonti, ma sono riportati da vari studiosi, definì gli ebrei “cani profani” che “stupidamente divorano tutte le ricchezze della terra con la loro sfrenata avidità”. Come se non bastasse, avrebbe aggiunto che per “la loro corrotta e inflessibile ostinazione meritano di essere oppressi senza fine o misura e che muoiano nella loro miseria senza la pietà di alcuno”.

Ebbene, per quanto ne sappiamo, i Valdesi non hanno di questi orrendi precedenti. Si potrà facilmente dire che i Valdesi non hanno avuto molto a che fare con gli Ebrei, di certo non numerosi o piuttosto assenti nelle vallate alpine. Ma noi credenti sappiamo anche che nulla accade per caso e quando ogni giorno preghiamo secondo l’insegnamento di Gesù chiedendo di “non esporci alla tentazione”, ricordiamo che la Grazia di Dio non è solo perdono dei peccati ma può anche essere non avere opportunità di commetterli.

Tutto ciò non può certo costituire un motivo di vano vanto, ma piuttosto un’ulteriore chiamata, una ulteriore responsabilità. Forse anche in questo i Valdesi hanno una missione particolare che è nostro dovere non lasciare cadere.

Di certo, assieme ai punti non specifici dei Valdesi ma comunque importanti che abbiamo citato prima, , questa particolarità dovrebbe dissuadere dall’assumere, proprio in questi tempi, proprio noi che ci definivamo Israël del Alpes, un atteggiamento anti-ebraico, magari sotto la forma di ostilità a Israele. Ostilità che abbiamo visto più volte espressa da esponenti valdesi, in particolare sugli organi di informazione, conseguenza dell’adesione acritica a certe specifiche posizioni politiche che includono appunto lo schierarsi contro lo Stato d’Israele e sotto sotto contro gli Ebrei in generale. Ma finora abbiamo avuto la grazia di non vedere tali posizioni espresse ufficialmente. Preghiamo perché questo non avvenga in futuro e perché la Chiesa Valdese torni a testimoniare fedelmente la chiamata di Dio.
di Leonista

In questi giorni si svolgono numerose manifestazioni per la Giornata della Memoria, rx nel ricordo della Shoah, no rx lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazionalsocialista tedesco e dei suoi alleati. Una ricorrenza certamente non religiosa, viagra sale ma civile. Eppure noi Valdesi abbiamo qualcosa di speciale da ricordare oggi, che mai si dice.

Non ci riferiamo a come e quanto i valdesi delle Valli, e non solo, aiutarono ebrei ai loro persecutori e dunque scampare dagli arresti e dunque dalla morte. Vi sono diversi valdesi tra i “Giusti fra le Nazioni”, cioè fra coloro che si sono distinti in questo nobile impegno: il pastore, poi senatore, Tullio Vinay, Silvia Avondet Malan, le coppie di coniugi Michel e Leontine Avondet, Alfredo e Maria Avondet Comba. Sono ricordati, con un albero e naturalmente con i loro nomi, nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni di Gerusalemme, un luogo di grande suggestione, accanto allo Yad Vashem, che ricorda la Shoah, e al cimitero di guerra con i caduti nelle guerre combattute dallo Stato d’Israele per sopravvivere. Ma sono stati tanti i valdesi che hanno rischiato per dare rifugio agli ebrei. In quel periodo accaddero tanti episodi che andrebbero rievocati con maggiore orgoglio. Accadde anche che degli ebrei morti per cause naturali nelle Valli venissero seppelliti facendoli passare per valdesi, con il pastore che – per così dire – svolgeva le funzioni del rabbino al cimitero leggendo alcuni passi dell’Antico Testamento, cioè della Torah. Accadde che una valdese sposata a un ebreo che cambiava spesso nascondiglio e a volte passava da lei, ai tedeschi e ai fascisti che lo cercavano rispondesse che lo stava cercando anche lei perché da anni l’aveva mollata per un’altra. O che un direttore di banca desse rifugio ai beni degli ebrei consentendo loro di aprire libretti di risparmio al portatore, intestati a nomi di alberi. Si tratta di cose indimenticabili, ma non uniche dei valdesi. Anche altri hanno compiuto questi nobili atti.

Non ci riferiamo neppure al fatto che Ezechiele 37, la profezia delle ossa secche, sembra la descrizione dei cadaveri ammonticchiati nei campi di sterminio: “Il Signore… mi posò in una campagna ch’era piena d’ossa… erano in grandissimo numero”. Né al fatto che dopo la Shoah, e in parte a causa di essa, ci fu la grande aliyah, la “salita”, cioè il ritorno degli Ebrei nella terra d’Israele, compimento di tante profezie dell’Antico Testamento (chi le ha contate dice che sono centonovantatre). Un solo esempio fra i tanti: “i giorni vengono, dice il Signore, che non si dirà più: l’Iddio vivente, il quale ha tratti i figliuoli d’Israele fuor de paese d’Egitto; ma: il Signore vivente, che ha tratti i figliuoli d’Israele fuor del paese di Settentrione, e di tutti gli altri paesi, ne’ quali egli li aveva scacciati; ed io li ricondurrò alla lor terra, che io diedi a’ padri loro” (Geremia 16:14-15).  Questa è una cosa importantissima, ma lo è per tutti coloro che leggono la Bibbia. Dovrebbe esserlo dunque anche per i Valdesi, le cui guide “spirituali” tendono invece a spiegare le profezie bibliche che si avverano con il fatto che sono state scritte dopo che il fatto si è avverato, il che implica che gli autori materiale del Libro dei Libri siano dei falsari. Ad esempio: la profezia di Gesù sulla distruzione del Tempio, “non sarà qui lasciata pietra sopra pietra” (Matteo 24:2) avveratasi meno di quaranta anni dopo? Semplice, dicono: è stata scritta dopo l’anno 70. Insomma: è un falso. Giungono dunque a dire che il libro di Geremia sarebbe stato scritto dopo il 1948? No, ma dicono che si riferisce al ritorno da Babilonia e che, naturalmente, è stato scritto dopo di esso. Ora, dire che “paese di Settentrione” si riferisce alla Mesopotamia, sembra un’idiozia, trovandosi perfettamente a Oriente della Terra d’Israele, e probabilmente lo è. Ma, dopo aver studiato qualche anno alla Facoltà di Teologia, forse lo si trova una perla di filologia biblica o comunque si capisce che dire qualcosa di diverso è cercarsi rogne. Ma, coma mai si parla anche “di tutti gli altri paesi“? E come mai altrove si dice che torneranno “da’ quattro canti della terra” (Isaia 11:12)? O ancora: “Non temere, perché io sono con te; farò venire la tua progenie dall’est e ti radunerò dall’ovest.  Dirò al settentrione: “Restituiscili”, e al mezzogiorno: “Non trattenerli” (Isaia 43:5-6). Si parla sempre di Babilonia? Ma i biblisti valdesi non sono i soli ad avere questo atteggiamento. Nel libro, edito dalla valdese Claudiana, L’ebraicità di Gesù, che raccoglie studi di insigni accademici, basta arrivare alla terza pagina del primo articolo per leggere la reazione di Harvey Cox, professore alla prestigiosa Harvard Divinity School, fondata dai puritani del Massachusetts, di fronte a un “predicatore cristiano evangelico indipendente” che prende un po’ troppo sul serio le profezie bibliche, che egli stesso definisce simili a quelle lette nel commentario di una Bibbia “donatami da ragazzo in premio per la mia encomiabile condotta alla scuola domenicale”. Ecco la reazione dell’insigne teologo, sicuramente generoso di quegli inviti alla tolleranza, all’accettazione del diverso ecc. ecc. a cui siamo ben abituati: “Fui assalito dal curioso impulso di aggredire e strangolare la mia nuova e indesiderata conoscenza(…)”. E ritiene la cosa talmente normale da inserirla in un dotto libro!

No. La cosa particolare dei Valdesi riguardo agli Ebrei è che, per quanto ne sappiamo, non hanno mai partecipato a quella mostruosità dell’odio anti-ebraico su pretese basi cristiane. È un fatto unico tra le denominazioni cristiane storiche, mentre ovviamente è assai comune tra quelle più recenti, che spesso sentono un legame particolare con gli Ebrei, non solo quelli della Bibbia, ma anche quelli vivi oggi. Il coinvolgimento di cattolici e ortodossi nell’antisemitismo è stato pesante, anche se – grazie a Dio – non costante. Persino l’invocazione “contro i perfidi giudei” del Venerdì Santo è stata abolita solo ai tempi di Papa Giovanni XXIII (1958-1963).

Ma purtroppo il mondo protestante è tutt’altro che e sente da questa macchia. Le pagine di Lutero contro gli ebrei sono agghiaccianti: “In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità”. Orrore e bestemmia! Ma è solo l’inizio di una serie di dettagliati inviti a perseguitare il popolo d’Israele, con tanto di citazioni bibliche, incluso l’Antico Testamento. Non a caso il libro da cui queste frasi sono tratte, Von den Jüden und jren Lügen (“Sugli Ebrei e le loro menzogne”), ebbe diverse riedizioni nella Germania nazista: conteneva un compendio e quasi un manuale dell’odio antiebraico utilissimo per i seguaci di Hitler. Ma noi Valdesi, non siamo “luterani” in quanto abbiamo aderito al ramo della Riforma più vicino a Giovanni Calvino, forse il meno anti-ebraico tra i riformatori. Eppure, nel commentario al libro di Daniele scrisse: “Ho conversato a lungo con molti ebrei: non ho mai visto una goccia di pietà o un granello di verità o di onestà.” In altri scritti, che non abbiamo avuto mnodo di controllare alle fonti, ma sono riportati da vari studiosi, definì gli ebrei “cani profani” che “stupidamente divorano tutte le ricchezze della terra con la loro sfrenata avidità”. Come se non bastasse, avrebbe aggiunto che per “la loro corrotta e inflessibile ostinazione meritano di essere oppressi senza fine o misura e che muoiano nella loro miseria senza la pietà di alcuno”.

Ebbene, per quanto ne sappiamo, i Valdesi non hanno di questi orrendi precedenti. Si potrà facilmente dire che i Valdesi non hanno avuto molto a che fare con gli Ebrei, di certo non numerosi o piuttosto assenti nelle vallate alpine. Ma noi credenti sappiamo anche che nulla accade per caso e quando ogni giorno preghiamo secondo l’insegnamento di Gesù chiedendo di “non esporci alla tentazione”, ricordiamo che la Grazia di Dio non è solo perdono dei peccati ma può anche essere non avere opportunità di commetterli.

Tutto ciò non può certo costituire un motivo di vano vanto, ma piuttosto un’ulteriore chiamata, una ulteriore responsabilità. Forse anche in questo i Valdesi hanno una missione particolare che è nostro dovere non lasciare cadere.

Di certo, assieme ai punti non specifici dei Valdesi ma comunque importanti che abbiamo citato prima, , questa particolarità dovrebbe dissuadere dall’assumere, proprio in questi tempi, proprio noi che ci definivamo Israël del Alpes, un atteggiamento anti-ebraico, magari sotto la forma di ostilità a Israele. Ostilità che abbiamo visto più volte espressa da esponenti valdesi, in particolare sugli organi di informazione, conseguenza dell’adesione acritica a certe specifiche posizioni politiche che includono appunto lo schierarsi contro lo Stato d’Israele e sotto sotto contro gli Ebrei in generale. Ma finora abbiamo avuto la grazia di non vedere tali posizioni espresse ufficialmente. Preghiamo perché questo non avvenga in futuro e perché la Chiesa Valdese torni a testimoniare fedelmente la chiamata di Dio.

(Anche se non sono più valdesi)

In questi giorni si parla ancora molto degli ospedali ex valdesi. La Regione Piemonte li ha assorbiti nel 2003.

Nel 2003, health sulla Chiesa Valdese - il cui bilancio annuale è circa 6 milioni di euro, ask di cui meno di 4 provenienti dalle contribuzioni (il dato è curiosamente non pubblicato sul sito ufficiale ma noto) - gravava un debito di decine di milioni di euro prodotto dagli ospedali di Torino, order Torre Pellice e Pomaretto. Alla fine si è trattato di circa 60 milioni, rispetto al quale un precedente moderatore aveva presentato alle banche come garanzia l’intero patrimonio immobiliare della Chiesa.

Il moderatore del 2003, Gianni Genre, di fronte alla totale mancanza di prospettive di rientro da quel debito colossale, era sul punto di essere costretto a presentare i libri contabili in tribunale per la procedura fallimentare. Se l’avesse fatto, e la legge glielo imponeva:

- il patrimonio immobiliare dell’Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste sarebbe passato per intero in mano alle banche creditrici, dalla Casa Valdese di Torre Pellice a tutti i templi, ai siti storici valdesi, se di proprietà, oltre naturalmente agli ospedali; si sarebbe salvato qualcosa solo se, a giudizio delle banche stesse, il valore complessivo del patrimonio immobiliare (ci fu una stima di 16 milioni, probabilmente bassa, ma non irrealistica) fosse stato superiore all’enorme debito, e c’è parecchio da dubitarne, ; in caso contrario, oltre a perdere gli immobili, ci saremmo trovati anche gravati da un debito residuo di qualche milione; in altre parole, culti in case private o al bar, pastori in case in affitto perché i presbiteri sarebbero passati alle banche e ancora debiti da pagare;

- i 550 dipendenti sarebbero rimasti senza lavoro;

- gli istituti sarebbero stati chiusi senza eccezione.

Tutto questo non accadde perché, dopo una trattativa tra Chiesa e Regione, mediata da Giorgio Mathieu, dal senatore Lucio Malan e dall’allora consigliere regionale Emilio Bolla, che avevano buoni rapporti con il presidente della Giunta Regionale, Enzo Ghigo, ci fu da parte di quest’ultimo l’impegno ad ottenere l’approvazione di una legge regionale che accollasse l’intero debito alla Regione e assorbisse strutture e personale nella sanità pubblica. Le banche, sulla sola parola di Ghigo, allentarono la presa, vedendo prospettive concrete di veder rientrare i soldi da loro prestati, e andò esattamente come il presidente Ghigo aveva promesso. La legge regionale, alla fine, fu votata da tutte le forze politiche e il moderatore Genre le ringraziò pubblicamente tutte , anche quelle che avevano affisso manifesti che parlavano di “accordo avvelenato”.

Sulla questione ci furono due visioni contrapposte.

Molti, anche sul settimanale Riformacriticarono aspramente l’accordo, e in particolare la Regione, Mathieu, Malan e Bolla - rei di aver privato la Chiesa dei suoi ospedali, le cui difficoltà economiche – sostenevano – erano dovute proprio alla Regione che negli anni precedenti non avrebbe pagato il giusto. I Democratici di Sinistra della Valle affissero manifesti che denunciavano “l’accordo avvelenato”.

Altri, principalmente Mathieu e Malan, sostennero che invece l’amministrazione degli ospedali era stata quanto meno carente e che la Regione, che tutt’al più aveva fatto resistenza alla richiesta di innalzamento di certe tariffe, ma, ben lungi dall’essere causa dei guai, aveva salvato la Chiesa da un disastro prodotto da altri. Chiesero con insistenza che fosse fatta chiarezza sull’accaduto con una inchiesta che accertasse la verità, affinché ciascuno si assumesse le sue responsabilità, alla luce dei fatti, della progressione del debito, non certo nato nel 2003, della congruità o meno delle tariffe, dell’appropriatezza o meno delle numerose assunzioni e dei contratti con i services privati. La cosa certa, dicevano, era che si era sfiorato la perdita di ogni bene materiale della Chiesa, per cui era indispensabile sapere la verità.

Il tutto finì nella relazione di una commissione sinodale, presieduta dal pastore Giorgio Tourn, nella quale – come ebbe a dire Lucio Malan – l’unica cifra presente era la data. Un po’ strano visto che il problema era di soldi, di assunzioni, di debiti, di condizioni contrattuali.

In questo sito proveremo, con l’aiuto di tutti coloro che vorranno prestarcelo, a fare un po’ di chiarezza, apertissimi a tutti coloro che hanno elementi concreti di chiarezza, qualunque sia la conclusione alla quale essi portano. Per secoli i nostri padri e le nostre madri hanno salvaguardato anche materialmente la Chiesa, in situazioni tra il difficile e il disperato. Si è rischiato di distruggere tutto in pochi anni. 
E’ talmente noto e radicato il principio democratico sul quale si regge la Chiesa Valdese che non c’è neppure bisogno di nominarlo.

Certo che, web però, check se ciascuno fa quel che gli pare, abortion non rispettando le regole e le procedure decisionali, il principio democratico diventa vano e si passa all’anarchia. Se, poi, chi fa quel che gli pare ha posizioni di autorità e usa la tecnica del fatto compiuto, dall’anarchia si sfocia nell’autoritarismo.

Meglio perciò attenersi alla Disciplina Valdese:

“Il Sinodo è l’assemblea generale che esprime l’unità di tutte le chiese. Nello svolgimento delle sue attività agisce nell’obbedienza alla Parola di Dio, come assemblea di credenti che ricerca la guida dello Spirito Santo. Esso è la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria, legislativa, giurisdizionale e di governo.” (art. 27).
E’ talmente noto e radicato il principio democratico sul quale si regge la Chiesa Valdese che non c’è neppure bisogno di nominarlo.

Certo che, viagra approved però, prostate se ciascuno fa quel che gli pare, non rispettando le regole e le procedure decisionali, il principio democratico diventa vano e si passa all’anarchia. Se, poi, chi fa quel che gli pare ha posizioni di autorità e usa la tecnica del fatto compiuto, dall’anarchia si sfocia nell’autoritarismo.

Meglio perciò attenersi alla Disciplina Valdese:

“Il Sinodo è l’assemblea generale che esprime l’unità di tutte le chiese. Nello svolgimento delle sue attività agisce nell’obbedienza alla Parola di Dio, come assemblea di credenti che ricerca la guida dello Spirito Santo. Esso è la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria, legislativa, giurisdizionale e di governo.” (art. 27).
E’ talmente noto e radicato il principio democratico sul quale si regge la Chiesa Valdese che non c’è neppure bisogno di nominarlo.

Certo che, symptoms però, order se ciascuno fa quel che gli pare, tadalafil non rispettando le regole e le procedure decisionali, il principio democratico diventa vano e si passa all’anarchia. Se, poi, chi fa quel che gli pare ha posizioni di autorità e usa la tecnica del fatto compiuto, dall’anarchia si sfocia nell’autoritarismo.

Meglio perciò attenersi alla Disciplina Valdese:

“Il Sinodo è l’assemblea generale che esprime l’unità di tutte le chiese. Nello svolgimento delle sue attività agisce nell’obbedienza alla Parola di Dio, come assemblea di credenti che ricerca la guida dello Spirito Santo. Esso è la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria, legislativa, giurisdizionale e di governo.” (art. 27).
di Paolo Castellina

A tutt’oggi, what is ed le chiese cristiane - specialmente nell’ambito della tradizione riformata conservatrice - al fine di attenersi al “modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13) e per la diffusione dell’Evangelo, see fanno uso di un potente strumento: i loro documenti confessionali. La Riforma protestante del XVI secolo ha rappresentato uno storico punto di rottura nella chiesa medievale, information pills costringendo un terzo dell’Europa a “ritornare a scuola” per verificare e riformulare il contenuto della testimonianza cristiana verso il resto del mondo. Quella scuola erano le Sacre Scritture, nuovamente investigate con diligenza da pastori-studiosi, consacrati sulla base di una rinnovata conoscenza delle lingue bibliche come pure della rivalutazione degli antichi Padri della chiesa - in primo luogo Agostino. Era per questo che essi consideravano sé stessi “veri cattolici” (o cattolici riformati), non intendendo costituire nuovi raggruppamenti ecclesiastici (ai quali poi sono stati costretti per la fortissima resistenza a ogni seria riforma da parte delle gerarchie ecclesiastiche), ma per ristabilire la tradizione apostolica.

Era necessario definire sé stessi con tali Confessioni di Fede di fronte alle accuse da parte delle gerarchie romane di avere abbandonato la vera chiesa per seguire insegnamenti ereticali. Ecco, così, che essi si impegnano in un’attenta opera esegetica, in spirito di preghiera, attraverso tutte le Sacre Scritture, al fine di affermare in modo coerente i lineamenti sia della dottrina sia dei doveri del cristiano. Molti sinodi del XVI e XVII secolo svolgono il loro compito fondati stabilmente sulla Parola di Dio, in linea con i credo tradizionali dei primi cinque secoli della storia del cristianesimo.

I risultati della loro opera sono pubblicati in un adeguato arco di tempo (dalle prime confessioni di fede riformate fra il 1520 e il 1530 alla Confessione di fede di Westminster del 1640). Questi canoni fanno solidamente appello ai chiari insegnamenti delle Sacre Scritture. La Bibbia era la loro pietra di paragone. Per tutti loro implicito era quanto afferma esplicitamente la Confessione degli scozzesi del 1560, vale a dire che se chiunque avesse potuto loro dimostrare di non essere in accordo con le Sacre Scritture, essi sarebbero ben stati disposti a rivedere le loro affermazioni. Sempre rispettando la chiesa storica, essi chiaramente affermavano che le Sacre Scritture dovessero sempre avere l’ultima parola perché, come si esprime la Confessione di fede di Westminster, ” Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore” (25:5).

Da questo crogiolo di controversie derivano così diverse confessioni di fede che, con generale brevità e chiarezza, esprimono i lineamenti principali dell’insegnamento delle Sacre Scritture sulla salvezza e su una vita gradita a Dio. Proprio perché radicate stabilmente nelle Scritture, queste confessioni di fede conservano il valore di guidare noi oggi tanto quanto l’avevano fatto per i nostri antenati nella fede secoli fa. E’ una misericordia per la chiesa moderna non aver reinventato la ruota… Attraverso i credo e le confessioni di fede noi rimaniamo nella salute e sicurezza della “comunione dei santi”.

La continuità dottrinale si contrappone al relativismo della moderna cultura secolarizzata occidentale, secondo la quale le verità antiche sarebbero state superate dalla nostra presunta “maggiore intelligenza”. Questo relativismo suggerisce che al posto delle antiche verità noi si debba seguire febbrilmente il continuo flusso e riflusso dele ultime mode intellettuali. Il relativismo aggressivo della nostra cultura, inoltre, non si è fermato alle porte delle chiese. Non raramente, infatti, il riferirsi con apprezzamento ai nostri canoni confessionali suscita shock e sorpresa e, in alcuni casi, aperta protesta non in poche chiese evangeliche e denominazioni, non solo di tendenza neo-liberale.

Molti evangelici oggi, per evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede (che sono basate sulle affermazioni sovrannaturali della Bibbia) e per non offendere il relativismo dominante della nostra cultura (che si oppone al soprannaturalismo), fanno uso di una sorta di interpretazione “nominalista” del canoni confessionali. Un’interpretazione “nominalista” significa evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede basate sulla Scrittura per aderire ad esse solo formalmente, facendo poi uso di sofisticati ragionamenti per far loro dire cose diverse o per giustificare in vario modo il loro fattivo allontanamento da esse, affermando cose che siano meno offensive per la cultura secolare.

Esempio di questo è il modo in cui gli evoluzionisti teisti si ingaggino in una sorta di “casuistica gesuitica” per forzare i primi tre capitoli della Genesi a dire precisamente ciò che essi presuppongono – che vi fosse il peccato prima della Caduta di Adamo e che la vita si sia gradualmente sviluppata per puro caso.
Il grande valore dell’insegnamento della Confessione di fede di Westminster sulla Creazione, per esempio, è che nel seguirlo, noi non cadremo preda dei paradigmi filosofici dello scientismo (che è diverso dalla scienza empirica, pienamente compatibile con gli insegnamenti della Genesi). Qui i canoni confessionali possono aiutarci molto (se ci atteniamo ad essi realisticamente piuttosto che evitare nominalisticamente il loro significato): essi dicono chiaramente alla chiesa ciò che la Bibbia ha sempre detto sulla Creazione piuttosto che condurci alla ricerca senza speranza della verità tipica delle filosofie post-illuministe. Essi aiutano la chiesa a vedere che approcci come l’evoluzionismo teista non provengono dalla Bibbia ma da qualche altra parte e che devono essere identificati come tali. La loro preziosa testimonianza ci aiuta a continuare a poggiare i nostri piedi sulla roccia stabile della Bibbia che, nonostante l’offensiva a tutto campo che subisce dal mondo secolarizzato, è l’unico luogo in cui troveremo coerenza intellettuale di verità nel contesto della Parola e dello Spirito, il solo che sia vivificante e trasformante per tutto il pensiero e la cultura.
A tutt’oggi, generic le chiese cristiane, specialmente nell’ambito della tradizione riformata conservatrice, al fine di attenersi al “modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13) e per la diffusione dell’Evangelo, fanno uso di un potente strumento – i loro documenti confessionali. La Riforma protestante del XVI secolo ha rappresentato uno storico punto di rottura nella chiesa medievale costringendo un terzo dell’Europa a “ritornare a scuola” per verificare e riformulare il contenuto della testimonianza cristiana verso il resto del mondo. Quella scuola erano le Sacre Scritture, nuovamente investigate con diligenza da pastori-studiosi consacrati sulla base di una rinnovata conoscenza delle lingue bibliche come pure della rivalutazione degli antichi Padri della chiesa, in primo luogo Agostino. Era per questo che essi consideravano sé stessi “veri cattolici” (o cattolici riformati), non intendendo costituire nuovi raggruppamenti ecclesiastici (ai quali poi sono stati costretti per la fortissima resistenza ad ogni seria riforma da parte delle gerarchie ecclesiastiche) ma per ristabilire la tradizione apostolica.   
Era necessario definire sé stessi con tali confessioni di fede di fronte alle accuse da parte delle gerarchie romane di avere abbandonato la vera chiesa per seguire insegnamenti ereticali. Ecco così che essi si impegnano in un’attenta opera esegetica, in spirito di preghiera, attraverso tutte le Sacre Scritture, al fine di affermare in modo coerente i lineamenti sia della dottrina come dei doveri del cristiano. Molti sinodi del XVI e XVII secolo svolgono il loro compito fondati stabilmente sulla Parola di Dio in linea con i credo tradizionali dei primi cinque secoli della storia del cristianesimo.
I risultati della loro opera sono pubblicati in un adeguato arco di tempo (dalle prime confessioni di fede riformate fra il 1520 e il 1530 alla Confessione di fede di Westminster del 1640). Questi canoni fanno solidamente appello ai chiari insegnamenti delle Sacre Scritture. La Bibbia era la loro pietra di paragone. Per tutti loro implicito era quanto afferma esplicitamente la Confessione degli scozzesi del 1560, vale a dire che se chiunque avesse potuto loro dimostrare di non essere in accordo con le Sacre Scritture, essi sarebbero ben stati disposti a rivedere le loro affermazioni. Sempre rispettando la chiesa storica, essi chiaramente affermavano che le Sacre Scritture dovessero sempre avere l’ultima parola perché, come si esprime la Confessione di fede di Westminster, ” Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore” (25:5).
Da questo crogiolo di controversie derivano così diverse confessioni di fede che, con generale brevità e chiarezza, esprimono i lineamenti principali dell’insegnamento delle Sacre Scritture sulla salvezza e su una vita gradita a Dio. Proprio perché radicate stabilmente nelle Scritture, queste confessioni di fede conservano il valore di guidare noi oggi tanto quanto l’avevano fatto per i nostri antenati nella fede secoli fa. E’ una misericordia per la chiesa moderna non aver reinventato la ruota… Attraverso i credo e le confessioni di fede noi rimaniamo nella salute e sicurezza della “comunione dei santi”.
La continuità dottrinale si contrappone al relativismo della moderna cultura secolarizzata occidentale, secondo la quale le verità antiche sarebbero state superate dalla nostra presunta “maggiore intelligenza”. Questo relativismo suggerisce che al posto delle antiche verità noi si debba seguire febbrilmente il continuo flusso e riflusso dele ultime mode intellettuali. Il relativismo aggressivo della nostra cultura, inoltre, non si è fermato alle porte delle chiese. Non raramente, infatti, il riferirsi con apprezzamento ai nostri canoni confessionali suscita shock e sorpresa e, in alcuni casi, aperta protesta non in poche chiese evangeliche e denominazioni, non solo di tendenza neo-liberale.
Molti evangelici oggi, per evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede (che sono basate sulle affermazioni sovrannaturali della Bibbia) e per non offendere il relativismo dominante della nostra cultura (che si oppone al soprannaturalismo), fanno uso di una sorta di interpretazione “nominalista” del canoni confessionali. Un’interpretazione “nominalista” significa evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede basate sulla Scrittura per aderire ad esse solo formalmente, facendo poi uso di sofisticati ragionamenti per far loro dire cose diverse o per giustificare in vario modo il loro fattivo allontanamento da esse, affermando cose che siano meno offensive per la cultura secolare.
Esempio di questo è il modo in cui gli evoluzionisti teisti si ingaggino in una sorta di “casuistica gesuitica” per forzare i primi tre capitoli della Genesi a dire precisamente ciò che essi presuppongono – che vi fosse il peccato prima della Caduta di Adamo e che la vita si sia gradualmente sviluppata per puro caso.
Il grande valore dell’insegnamento della Confessione di fede di Westminster sulla Creazione, per esempio, è che nel seguirlo, noi non cadremo preda dei paradigmi filosofici dello scientismo (che è diverso dalla scienza empirica, pienamente compatibile con gli insegnamenti della Genesi). Qui i canoni confessionali possono aiutarci molto (se ci atteniamo ad essi realisticamente piuttosto che evitare nominalisticamente il loro significato): essi dicono chiaramente alla chiesa ciò che la Bibbia ha sempre detto sulla Creazione piuttosto che condurci alla ricerca senza speranza della verità tipica delle filosofie post-illuministe. Essi aiutano la chiesa a vedere che approcci come l’evoluzionismo teista non provengono dalla Bibbia ma da qualche altra parte e che devono essere identificati come tali. La loro preziosa testimonianza ci aiuta a continuare a poggiare i nostri piedi sulla roccia stabile della Bibbia che, nonostante l’offensiva a tutto campo che subisce dal mondo secolarizzato, è l’unico luogo in cui troveremo coerenza intellettuale di verità nel contesto della Parola e dello Spirito, il solo che sia vivificante e trasformante per tutto il pensiero e la cultura.

Paolo Castellina
di Paolo Castellina

A tutt’oggi, page le chiese cristiane - specialmente nell’ambito della tradizione riformata conservatrice - al fine di attenersi al “modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13) e per la diffusione dell’Evangelo, price fanno uso di un potente strumento: i loro documenti confessionali. La Riforma protestante del XVI secolo ha rappresentato uno storico punto di rottura nella chiesa medievale, cheap costringendo un terzo dell’Europa a “ritornare a scuola” per verificare e riformulare il contenuto della testimonianza cristiana verso il resto del mondo. Quella scuola erano le Sacre Scritture, nuovamente investigate con diligenza da pastori-studiosi, consacrati sulla base di una rinnovata conoscenza delle lingue bibliche come pure della rivalutazione degli antichi Padri della chiesa - in primo luogo Agostino. Era per questo che essi consideravano sé stessi “veri cattolici” (o cattolici riformati), non intendendo costituire nuovi raggruppamenti ecclesiastici (ai quali poi sono stati costretti per la fortissima resistenza a ogni seria riforma da parte delle gerarchie ecclesiastiche), ma per ristabilire la tradizione apostolica.

Era necessario definire sé stessi con tali Confessioni di Fede di fronte alle accuse da parte delle gerarchie romane di avere abbandonato la vera chiesa per seguire insegnamenti ereticali. Ecco, così, che essi si impegnano in un’attenta opera esegetica, in spirito di preghiera, attraverso tutte le Sacre Scritture, al fine di affermare in modo coerente i lineamenti sia della dottrina sia dei doveri del cristiano. Molti sinodi del XVI e XVII secolo svolgono il loro compito fondati stabilmente sulla Parola di Dio, in linea con i credo tradizionali dei primi cinque secoli della storia del cristianesimo.

I risultati della loro opera sono pubblicati in un adeguato arco di tempo (dalle prime confessioni di fede riformate fra il 1520 e il 1530 alla Confessione di fede di Westminster del 1640). Questi canoni fanno solidamente appello ai chiari insegnamenti delle Sacre Scritture. La Bibbia era la loro pietra di paragone. Per tutti loro implicito era quanto afferma esplicitamente la Confessione degli scozzesi del 1560, vale a dire che se chiunque avesse potuto loro dimostrare di non essere in accordo con le Sacre Scritture, essi sarebbero ben stati disposti a rivedere le loro affermazioni. Sempre rispettando la chiesa storica, essi chiaramente affermavano che le Sacre Scritture dovessero sempre avere l’ultima parola perché, come si esprime la Confessione di fede di Westminster, ” Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore” (25:5).

Da questo crogiolo di controversie derivano così diverse confessioni di fede che, con generale brevità e chiarezza, esprimono i lineamenti principali dell’insegnamento delle Sacre Scritture sulla salvezza e su una vita gradita a Dio. Proprio perché radicate stabilmente nelle Scritture, queste confessioni di fede conservano il valore di guidare noi oggi tanto quanto l’avevano fatto per i nostri antenati nella fede secoli fa. E’ una misericordia per la chiesa moderna non aver reinventato la ruota… Attraverso i credo e le confessioni di fede noi rimaniamo nella salute e sicurezza della “comunione dei santi”.

La continuità dottrinale si contrappone al relativismo della moderna cultura secolarizzata occidentale, secondo la quale le verità antiche sarebbero state superate dalla nostra presunta “maggiore intelligenza”. Questo relativismo suggerisce che al posto delle antiche verità noi si debba seguire febbrilmente il continuo flusso e riflusso dele ultime mode intellettuali. Il relativismo aggressivo della nostra cultura, inoltre, non si è fermato alle porte delle chiese. Non raramente, infatti, il riferirsi con apprezzamento ai nostri canoni confessionali suscita shock e sorpresa e, in alcuni casi, aperta protesta non in poche chiese evangeliche e denominazioni, non solo di tendenza neo-liberale.

Molti evangelici oggi, per evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede (che sono basate sulle affermazioni sovrannaturali della Bibbia) e per non offendere il relativismo dominante della nostra cultura (che si oppone al soprannaturalismo), fanno uso di una sorta di interpretazione “nominalista” del canoni confessionali. Un’interpretazione “nominalista” significa evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede basate sulla Scrittura per aderire ad esse solo formalmente, facendo poi uso di sofisticati ragionamenti per far loro dire cose diverse o per giustificare in vario modo il loro fattivo allontanamento da esse, affermando cose che siano meno offensive per la cultura secolare.

Esempio di questo è il modo in cui gli evoluzionisti teisti si ingaggino in una sorta di “casuistica gesuitica” per forzare i primi tre capitoli della Genesi a dire precisamente ciò che essi presuppongono – che vi fosse il peccato prima della Caduta di Adamo e che la vita si sia gradualmente sviluppata per puro caso.
Il grande valore dell’insegnamento della Confessione di fede di Westminster sulla Creazione, per esempio, è che nel seguirlo, noi non cadremo preda dei paradigmi filosofici dello scientismo (che è diverso dalla scienza empirica, pienamente compatibile con gli insegnamenti della Genesi). Qui i canoni confessionali possono aiutarci molto (se ci atteniamo ad essi realisticamente piuttosto che evitare nominalisticamente il loro significato): essi dicono chiaramente alla chiesa ciò che la Bibbia ha sempre detto sulla Creazione piuttosto che condurci alla ricerca senza speranza della verità tipica delle filosofie post-illuministe. Essi aiutano la chiesa a vedere che approcci come l’evoluzionismo teista non provengono dalla Bibbia ma da qualche altra parte e che devono essere identificati come tali. La loro preziosa testimonianza ci aiuta a continuare a poggiare i nostri piedi sulla roccia stabile della Bibbia che, nonostante l’offensiva a tutto campo che subisce dal mondo secolarizzato, è l’unico luogo in cui troveremo coerenza intellettuale di verità nel contesto della Parola e dello Spirito, il solo che sia vivificante e trasformante per tutto il pensiero e la cultura.
di Paolo Castellina

A tutt’oggi, page le chiese cristiane - specialmente nell’ambito della tradizione riformata conservatrice - al fine di attenersi al “modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13) e per la diffusione dell’Evangelo, price fanno uso di un potente strumento: i loro documenti confessionali. La Riforma protestante del XVI secolo ha rappresentato uno storico punto di rottura nella chiesa medievale, cheap costringendo un terzo dell’Europa a “ritornare a scuola” per verificare e riformulare il contenuto della testimonianza cristiana verso il resto del mondo. Quella scuola erano le Sacre Scritture, nuovamente investigate con diligenza da pastori-studiosi, consacrati sulla base di una rinnovata conoscenza delle lingue bibliche come pure della rivalutazione degli antichi Padri della chiesa - in primo luogo Agostino. Era per questo che essi consideravano sé stessi “veri cattolici” (o cattolici riformati), non intendendo costituire nuovi raggruppamenti ecclesiastici (ai quali poi sono stati costretti per la fortissima resistenza a ogni seria riforma da parte delle gerarchie ecclesiastiche), ma per ristabilire la tradizione apostolica.

Era necessario definire sé stessi con tali Confessioni di Fede di fronte alle accuse da parte delle gerarchie romane di avere abbandonato la vera chiesa per seguire insegnamenti ereticali. Ecco, così, che essi si impegnano in un’attenta opera esegetica, in spirito di preghiera, attraverso tutte le Sacre Scritture, al fine di affermare in modo coerente i lineamenti sia della dottrina sia dei doveri del cristiano. Molti sinodi del XVI e XVII secolo svolgono il loro compito fondati stabilmente sulla Parola di Dio, in linea con i credo tradizionali dei primi cinque secoli della storia del cristianesimo.

I risultati della loro opera sono pubblicati in un adeguato arco di tempo (dalle prime confessioni di fede riformate fra il 1520 e il 1530 alla Confessione di fede di Westminster del 1640). Questi canoni fanno solidamente appello ai chiari insegnamenti delle Sacre Scritture. La Bibbia era la loro pietra di paragone. Per tutti loro implicito era quanto afferma esplicitamente la Confessione degli scozzesi del 1560, vale a dire che se chiunque avesse potuto loro dimostrare di non essere in accordo con le Sacre Scritture, essi sarebbero ben stati disposti a rivedere le loro affermazioni. Sempre rispettando la chiesa storica, essi chiaramente affermavano che le Sacre Scritture dovessero sempre avere l’ultima parola perché, come si esprime la Confessione di fede di Westminster, ” Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore” (25:5).

Da questo crogiolo di controversie derivano così diverse confessioni di fede che, con generale brevità e chiarezza, esprimono i lineamenti principali dell’insegnamento delle Sacre Scritture sulla salvezza e su una vita gradita a Dio. Proprio perché radicate stabilmente nelle Scritture, queste confessioni di fede conservano il valore di guidare noi oggi tanto quanto l’avevano fatto per i nostri antenati nella fede secoli fa. E’ una misericordia per la chiesa moderna non aver reinventato la ruota… Attraverso i credo e le confessioni di fede noi rimaniamo nella salute e sicurezza della “comunione dei santi”.

La continuità dottrinale si contrappone al relativismo della moderna cultura secolarizzata occidentale, secondo la quale le verità antiche sarebbero state superate dalla nostra presunta “maggiore intelligenza”. Questo relativismo suggerisce che al posto delle antiche verità noi si debba seguire febbrilmente il continuo flusso e riflusso dele ultime mode intellettuali. Il relativismo aggressivo della nostra cultura, inoltre, non si è fermato alle porte delle chiese. Non raramente, infatti, il riferirsi con apprezzamento ai nostri canoni confessionali suscita shock e sorpresa e, in alcuni casi, aperta protesta non in poche chiese evangeliche e denominazioni, non solo di tendenza neo-liberale.

Molti evangelici oggi, per evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede (che sono basate sulle affermazioni sovrannaturali della Bibbia) e per non offendere il relativismo dominante della nostra cultura (che si oppone al soprannaturalismo), fanno uso di una sorta di interpretazione “nominalista” del canoni confessionali. Un’interpretazione “nominalista” significa evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede basate sulla Scrittura per aderire ad esse solo formalmente, facendo poi uso di sofisticati ragionamenti per far loro dire cose diverse o per giustificare in vario modo il loro fattivo allontanamento da esse, affermando cose che siano meno offensive per la cultura secolare.

Esempio di questo è il modo in cui gli evoluzionisti teisti si ingaggino in una sorta di “casuistica gesuitica” per forzare i primi tre capitoli della Genesi a dire precisamente ciò che essi presuppongono – che vi fosse il peccato prima della Caduta di Adamo e che la vita si sia gradualmente sviluppata per puro caso.
Il grande valore dell’insegnamento della Confessione di fede di Westminster sulla Creazione, per esempio, è che nel seguirlo, noi non cadremo preda dei paradigmi filosofici dello scientismo (che è diverso dalla scienza empirica, pienamente compatibile con gli insegnamenti della Genesi). Qui i canoni confessionali possono aiutarci molto (se ci atteniamo ad essi realisticamente piuttosto che evitare nominalisticamente il loro significato): essi dicono chiaramente alla chiesa ciò che la Bibbia ha sempre detto sulla Creazione piuttosto che condurci alla ricerca senza speranza della verità tipica delle filosofie post-illuministe. Essi aiutano la chiesa a vedere che approcci come l’evoluzionismo teista non provengono dalla Bibbia ma da qualche altra parte e che devono essere identificati come tali. La loro preziosa testimonianza ci aiuta a continuare a poggiare i nostri piedi sulla roccia stabile della Bibbia che, nonostante l’offensiva a tutto campo che subisce dal mondo secolarizzato, è l’unico luogo in cui troveremo coerenza intellettuale di verità nel contesto della Parola e dello Spirito, il solo che sia vivificante e trasformante per tutto il pensiero e la cultura.
Intervento del deputato Dott. William McCrea (Partito democratico unionista dell’Irlanda del Nord) alla Camera dei Comuni alle 16:58 del 5 febbraio 2013 in occasione della presentazione della proposta di legge del Governo del Regno Unito sull’estensione del matrimonio civile a persone dello stesso sesso. Il dott. McCrea è pure pastore della Chiesa presbiteriana libera (FPC). L’originale di questo discorso può essere trovato nella trascrizione dei discorsi del Parlamento inglese.

“Prendo la parola per esprimere la mia opposizione al Disegno di Legge presentato dal Governo di Sua Maestà e che implica la ridefinizione del concetto di matrimonio. So che molte persone, price dentro e fuori la Camera, drugs preferirebbero su questi argomenti una gara di insulti dentro e intorno al Parlamento, doctor ma credo che la questione di cui stiamo discutendo meriti un dibattito onesto e considerato. Ci sono importanti conseguenze che saranno avvertite quando molti membri della Camera dei Comuni non saranno più qui.

Confido che i sostenitori di questo progetto di legge comprendano e tengano conto del fatto che coloro che vi si oppongono lo fanno sulla base di genuine persuasioni di fede e convinzioni personali, molte delle quali apprese fin da piccoli sulle ginocchia della loro madre. La maggior parte delle persone, a tutt’oggi, considera il Regno Unito come un Paese cristiano. Per alcuni questo è occasione di imbarazzo, mentre altri ringraziano Dio che il nostro Paese ancora conservi un po’ di luce dell’Evangelo e goda di libertà di pensiero e di parola. Ogni giorno, onorevoli membri del Parlamento si riuniscono in questa Casa per udire leggere le Sacre Scritture e per offrire le loro preghiere a Dio, chiedendo con umiltà la benedizione di Dio sulla nostra Regina, il suo Governo e le nostre deliberazioni. Noi, nel compito di guidare il nostro popolo, ancora riconosciamo la sovranità di Dio, l’autorità della Sua Parola ed il nostro bisogno di una saggezza di gran lunga superiore alla nostra. Purtroppo, dopo aver fatto oggi proprio questo, stiamo voltando le spalle agli insegnamenti di quello stesso Libro e mettendo la nostra [presunta] saggezza e conoscenza al di sopra della sapienza divina.

È vero che menzionare le Sacre Scritture nei dibattiti di questa Camera spesso comporta disprezzo, risa, scherno, isolamento ed intolleranza, ma le Sacre Scritture ci rammentano che Dio ha detto che non è bene che l’uomo fosse solo, così portò Eva ad Adamo. Per migliaia di anni, in quasi tutte le culture, il matrimonio è stato definito come un’unione per tutta la vita fra un uomo ed una donna. Il matrimonio è un’istituzione data da Dio per il bene di tutta l’umanità di ogni tempo, ed è stato il fondamento della famiglia e della società. Oggi, però, il nostro Governo, intende spazzare via una definizione che ha servito per secoli la nostra nazione, per imporre nuovi standard e valori a tutta la società, a prescindere dal credo religioso e convinzioni personali. Sicuramente la libertà religiosa e la libertà di coscienza non possono essere messe da parte per un capriccio, semplicemente perché i partiti politici credono, così facendo, di ottenere un qualche vantaggio elettorale.

Recentemente siamo stati testimoni, di persone che, in tutto il Regno Unito stanno soffrendo persecuzione per avere liberamente espresso il proprio sostegno al matrimonio tradizionale. La scorsa settimana abbiamo persino avuto una discussione in Aula in cui l’onorevole Leigh di Gainsborough ha menzionato espressamente i casi di Adrian Smith e Lillian Ladele, e non dobbiamo dimenticare Arthur McGeorge, la Dr Angela McCaskill, il Dr Beales Bill, e Peter e Hazel Bull. Queste ed altre persone come loro hanno dovuto affrontare la sospensione dal loro impiego, una drammatica perdita di guadagno, retrocessione nella carriera, azioni disciplinari e udienze in tribunale solo perché hanno osato esprimere la loro fede nel matrimonio tradizionale. Ridefinire il matrimonio comporterà serie conseguenze, ben oltre quelle intese da questo progetto di legge…

Recentemente sono stato testimone di intolleranza contro  il Cristianesimo. Mentre non si osa parlare contro alter figure religiose, il prezioso nome del Signore Gesù è spesso calpestato nel fango. Molti guardano alla nostra nazione e si chiedono cosa le stia accadendo… Quando il ministro è venuto a presentare il suo disegno di legge, le è stato chiesto che cosa sarebbe stato deu diritti degli insegnanti che non sostengono i matrimoni dello stesso sesso nelle aule, le è stato chiesto se sarebbero stati licenziati. I genitori hanno il diritto di ritirare i loro figli dalle lezioni che fanno propria la nuova definizione di matrimonio? Quale sarà la posizione delle organizzazioni caritatevoli che sostengono il matrimonio tradizionale? Che tutele si possono attendere?”

Interruzione di  un altro deputato (pratica normale al parlamento di Londra), Jeffrey M. Donaldson: ”Il pastore della Chiesa della Santa Trinità, Brompton, ha chiesto agli uffici del ministero se i corsi prematrimoniali gestiti per conto dei comuni dalle chiese avranno conseguenze da questa nuova legge. È chiaro perciò che la legge influisce davvero sull’attività delle chiese e il loro concetto di matrimonio.”  

McCrea riprende il suo intervento: “Quale sarà la posizione delle organizzazioni giovanili delle chiese la cui esistenza dipende da fondi pubblici? Si vedranno negare i fondi? Questa legge non è forse la parte sottile di un cuneo che ci porterà lungo un sentiero che porterà ministri dell’Evangelo ad essere trascinati davanti ai tribunali a discolparsi e forse in prigione? Mandiamo soldati nel mondo a combattere per la libertà, ma siamo prossimi a perdere la nostra. Quel patto, datoci da Dio, del matrimonio, così come definito da Dio, non è nostro perché lo ridefiniamo, è nostro per difenderlo. Benché il ministro per le donne e le pari opportunità ha cercato di attenuare i timori espressi, ma sappiamo che non ci è riuscito. Come ho affermato,  mi aspetto conseguenze non volute… Forse i ministri di culto non saranno imprigionati , ma quell giorno potrebbe arrivare in seguito. Il giorno della persecuzione in questo paese, grazie a Dio, non è giunto, ma potrebbe venire.”

Chissà se qualche pastore o dirigente valdese avrebbe qualcosa da dire su questo discorso? Sembra comunque più facile sentire parlare di concetti biblici sulla famiglia al Parlamento britannico che al Sinodo Valdese. 

Related Posts

2 Responses to “UN DEPUTATO PROTESTANTE AL PARLAMENTO DI LONDRA: DAL MATRIMONIO GAY, GRAVI PERICOLI PER LA LIBERTÀ RELIGIOSA”

  1. Luca Zacchi scrive:

    Grazie per la traduzione dell’articolo.

  2. Valentina scrive:

    Amate il prossimo come voi stessi. Il matrimonio è l’unione di due persone libere, capaci di intendere e di volere, che si amano vicendevolmente e che vogliono formare una famiglia. Questo è il matrimonio, per troppi anni è stato vissuto come un contratto tra famiglie, come un dovere e un imposizione, oggi si è più che mai cristiani nell’affermare che tutti siamo uguali e l’amore è il mezzo più grande di espressione di Dio. Cos’è il matrimonio ”tradizionale”? Aprire un libro di storia ci insegnerebbe tanto, di certo riempirsi la bocca di parole e di passi biblici per mascherare odio e paura no.

Leave a Reply

*

Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

Link Consigliati

                 

Visitatori 2010 : 43.446

Visitatori 2011 : 81.694

Visitatori 2012(fino a al 13 Novembre) : 85.636

Statistiche visitatori dal 14-11-2012

  • 2026518Totale Visitatori:
  • 630Oggi:
  • 642Ieri:
  • 6369Ultimi 7 giorni:
  • 13416Questo mese:

Visitatori Online

Articoli Recenti