Sulla lettera del pastore Marottoli

 Per ridere

Ho letto con sincero interesse la risposta del pastore Marottoli: pur nella sua pregevole brevità, la trovo straordinariamente paradigmatica sia nello spirito sia nel contenuto sia nella forma e pertanto ci permette di fare una diagnosi di assoluta certezza. Sulla base dei sintomi che emergono con tanta chiarezza, direi che non ci sono dubbi: il pastore Marottoli è un caso inequivocabile di “pastore valdese del ventunesimo secolo”.

I caratteri più evidenti della sindrome (insieme di sintomi – lo dico per chi, come lui, dimostra poca dimestichezza con gli studi umanistici) sono:

Ossessione per il genere: la stucchevole e pedante ricerca del maschile e del femminile di ogni sostantivo “cari e – immagino si possa dire – care”. Basta avere il coraggio di leggere Riforma o di ascoltare qualche discorso di questi teologi dell’accoglienza per sentire fiumi di “tutti e tutte” di “cittadini e cittadine” di “lavoratori e lavoratrici” e via di questo passo, in attesa di arrivare a constatare che al culto c’erano quattro “gatti e gatte”. Ci avete fatto caso? Tanta ossessione per citare sempre i due generi di ogni sostantivo sfocia poi nella loro commistione randomizzata quando si tratta metterli insieme: originale, non c’è che dire.
Uso unilaterale e disinvolto della Scrittura: a parte la banalità del “sono tante le parole della Scrittura sacra che potrebbero essere menzionate” (tutte le parole delle Sacre Scritture possono essere menzionate), l’uso di versetti in contesti assolutamente diversi è degno dei più abborracciati testimoni di Geova.

– Concetto delirante del sé: “non tentare il Signore Dio tuo”, che (cerchiamo di dirglielo con tatto) non è il pastore Marottoli ma un certo Gesù di Nazareth.

Preparazione approssimativa: come già detto dalla Redazione (perché non Redaziono?), διαβάλλω è un verbo e non ci si rivolge ad un verbo di solito ma, probabilmente, anche la grammatica greca va interpretata.
Disprezzo del diverso: proprio così, vi chiamo cari (e care, ovviamente) ma vi mando al diavolo perché non siete come me e dite cose che non mi fanno comodo.

Altero atteggiamento nei confronti degli interlocutori (e interlocutrici): quel “distinti saluti” mi piace da matti; cosa esprime? La distinzione di chi? Forse vuole marcare (fraternamente) il suo distacco, la sua distanza, da noi “cattivi” o è lui che vuole distinguersi? Purtroppo non si distingue affatto: quelli come lui sono moltissimi, avrebbe dovuto dire “omologati saluti”.

Questo per sorridere un po’ dal momento che non è davvero possibile prendere sul serio tutte queste facezie.

Fabrizio Malan, Torino

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