\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

CONFERENZA STAMPA – DECISIONE SINODALE SULLA FAMIGLIA (4° parte)

L’Avvenire, online il giornale dei Vescovi, link chiede: “Perché non avete invitato i dissenzienti?” – Pastore Platone: “Non c’era il tempo” – Quando c’è il tempo?

Terminato anche l’intervento del professor Benedetto, ancora non si è capito che cosa abbia deciso il Sinodo sulla famiglia, se non che vuole modificare il Documento del 1971 – ritenuto “obsoleto”. Meno ancora sappiamo quali siano le basi bibliche di quella decisione. Ricordiamo infatti che, in base all’articolo 27 della Disciplina Valdese, il Sinodo è sì “la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria”. Ma quello stesso articolo, nel comma precedente, dice che il Sinodo “nello svolgimento delle sue attività agisce nell’obbedienza alla Parola di Dio”. Se non lo fa, evidentemente, non ha più quella “massima autorità”. Nonostante questo, il pastore Giuseppe Platone (moderatore della conferenza stampa) nel riprendere la parola dice: “Come avete visto la riflessione è estremamente interessante e coinvolgente anche perché non si ferma appunto sul terreno sociale, sociologico, ma produce anche una riflessione teologica, che ha una sua radice biblica” .

Come già detto, i due “teologi” la Bibbia l’hanno appena appena menzionata ma, a quanto pare, ciò sembra bastare! Del resto, lo schema di ragionamento dei “nuovi teologi” sembra essere questo: uno tira fuori un’opinione e, purché sia allineata con determinate correnti politico-culturali, essa è approvata dalla nomenklatura della chiesa. Questa è la parte “sociologica”. La parte “teologica” consiste nel dire che quella opinione è sostenuta dalla Bibbia o addirittura “biblica al cento per cento”. Di solito questo basta e avanza (ed è quello che hanno fatto qui i teologi Ribet e Benedetto). Se si vuole proprio andare per il sottile, si cita qualche versetto sull’amore per il prossimo, o il fatto che Gesù frequentava anche coloro che la società del tempo emarginava, ed ecco che si acclama la “radice biblica”!

A questo punto, Platone dà la parola ai giornalisti presenti che vogliano porre domande “sul tema delle tante e diverse famiglie e della loro interpretazione e della loro realtà”. Anche su questo sarebbe stato interessante saperne di più dai due intervenuti ma, a parte qualche gioco di parole sulla “separazione”, nulla è stato detto. Comunque, resta il dogma (fintantoché non è spiegato tale resta) delle “tante famiglie”.

La prima domanda viene da Marco Rostan, che scrive su Riforma. “Si torna a parlare e sperimentare forme di convivenza: come ci sono i gruppi di acquisto solidale, ci sono dei tentativi di co-housing. Allora, nella storia della Chiesa Valdese ci sono alcuni esempi di tentativi di convivenza di famiglie allargate, penso ai gruppi residenti in centri come Agape, Riesi e delle comuni. Io ho fatto parte di due comuni, una a Roma, tre famiglie, e una a Cinisello Balsamo che gestiva una scuola popolare, soprattutto, insieme ad altre attività, formata da una ventina di persone, famiglie singoli, bambini eccetera. Queste comuni non erano intese come alcune comuni post-sessantottine, specialmente in Germania, ‘superamento della famiglia borghese’ e tutte quelle balle lì, ma erano dei tentativi diversi. Tra l’altro, non delle comuni introverse ma avevano delle attività comuni. Mi domando come mai nella Chiesa Valdese di queste esperienze si è riflettuto poco, e mi domando se in qualche forma sarebbero delle esperienze che potrebbero essere presenti nelle discussioni sulla famiglia.”

Rostan ha ragione: se “famiglia” e qualsiasi tipo di aggregazione umana, le “comuni”, anche quelle del “superamento della famiglia borghese” (cioè quelle del “libero amore”), e persino i gruppi che temporaneamente risiedono ad Agape o Riesi, sono anch’essi famiglia. Si tratterebbe tutt’al più di stabilire dei tempi minimi di convivenza per ottenere il nome di “famiglia”. Ad esempio, il gruppo di persone che stanno sullo stesso autobus sono una “famiglia” o no? Sarà meglio dire di sì per evitare di essere considerati retrogradi o di volere imporre agli altri il proprio concetto di famiglia…

Assai più scomode le domande di Donatella Coalova, inviata del quotidiano Avvenire, di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana cattolica. Ecco che cosa ha detto: “C’è una domanda che vorrei farvi con quel senso molto vivo di fraternità ed affetto che io ho per i protestanti, ma che dà anche voce a una preoccupazione che ho nel cuore. Ebbene, io ricordo con quel senso molto vivo di entusiasmo e di gioia che c’era stato quando si era giunti al documento sui matrimoni misti che era stato approvato in forma ufficiale sia dalla Chiesa  Cattolica che dalle Chiese Valdesi e Metodiste e avevo visto tutta l’emozione che aveva vissuto in particolare monsignor Giachetti (all’epoca vescovo di Pinerolo, Nota della Redazione) che era stato uno dei membri della Chiesa Cattolica che avevano seguito tutto l’iter per giungere a questo documento. Quindi momenti di grande gioia e di entusiasmo quando poi si era arrivati ad avere finalmente questo testo comune. Allora io mi chiedo questo: se verrà fatto nel giro di alcuni anni, adesso voi lavorate per stendere un documento che in qualche modo sostituirà il documento del 1971, che viene definito obsoleto, e che sarà un testo immagino che avrà un valore di regolamento per la vostra chiesa. Io mi chiedo: ci saranno delle conseguenze sul testo, sulle intese che già erano state raggiunte per quello che riguardava i matrimoni interconfessionali?

E poi, al di là di questo aspetto specifico, di questo specifico documento io mi chiedo in generale quali saranno le conseguenze per quello che riguarda i rapporti ecumenici con la Chiesa Cattolica, ovviamente sono questioni grosse che creeranno e che già hanno creato delle difficoltà non soltanto con la CC, ma anche con altre chiese.

E poi un’altra domanda. Molto fraternamente, vorrei permettermi di dire: all’interno della vostra chiesa sono presenti delle sfumature diverse, anche prese di posizione su queste questioni. Non sarebbe bello in una conferenza stampa come questa che ci fosse presente una persona che ha delle posizioni totalmente diverse rispetto alle vostre? Perché comunque all’interno della vostra chiesa c’è un dibattito che è molto vivo. Per esempio, poteva esserci qui presente un pastore africano o comunque una persona che ha posizioni diverse. Questo avrebbe fatto vedere la ricchezza appunto di atteggiamenti che c’è all’interno della vostra chiesa e penso che questo avrebbe sottolineato una volta di più quel rispetto per le minoranze che sono presenti su determinate questioni.”

Su quest’ultima fastidiosa domanda, il pastore Platone preferisce non affidare la risposta agli altri e replica subito: “Se non ci sono altre domande credo che possiamo passare alle risposte. Però volevo dire Anche_a_loro_non_piace_il_dissensouna cosa come uno degli organizzatori della conferenza stampa a proposito dell’ultimo interrogativo, circa il fatto che non ci sono altri esponenti. Attenzione: questo non è un convegno di studio, è un quarto d’ora di question time sul tema: ‘il Sinodo invia alle chiese locali un documento circa i nuovi volti delle famiglie’, chiamiamolo così. Qui ci sono due estensori del documento, altri sette o otto non ci sono perché… Quindi non è che vogliamo fare un dibattito sul vedere tutte le posizioni. Non ne avremmo il tempo. Comunque è molto interessante il fatto di sapere, lo sappiamo anche noi, che ci sono posizioni anche diverse. Guai se non fosse così.”

Lo sappiamo anche noi” che non tutti sono d’accordo, dice Platone. Eppure, alle centinaia di migliaia di lettori dell’Espresso, pochi mesi fa aveva detto il contrario. Dopo aver celebrato il matrimonio/benedizione di Ciro e Guido il giornalista del settimanale gli domandava: “Ci sono state reazioni negative ‘tra i vostri’ ?”. Lui rispondeva: “Qualche difficoltà solo nel mondo pentecostale: sono più fermi al dettato biblico dell’omosessualità come peccato”. Ora, di fronte alla domanda di Donatella Coalova, rovescia la versione: “nessun dissenso”, addirittura “lo sappiamo anche noi” dice, e persino “Guai se non fosse così”. Non soffermiamoci su questo, perché c’è di peggio.

Vogliono far credere alla garbatissima giornalista che è solo perché c’è poco tempo che non danno spazio ai dissenzienti! La realtà è che di solito non ammettono neppure che il dissenso esiste! Quando lo individuano, altro che dibattito, vogliono fare “rieducazione” come per i criminali psicopatici. “Io credo che la discussione dell’anno scorso abbia insegnato che veramente le nostre chiese, le nostre donne, i nostri uomini andavano rieducati alla lettura della Bibbia” disse la pastora Di Carlo durante il Sinodo 2011. Giustamente la giornalista dell’Avvenire dice che la presenza di dissenzienti “avrebbe sottolineato una volta di più quel rispetto per le minoranze”. Se il rispetto per le minoranze vi fosse, la presenza di un dissenziente l’avrebbe “sottolineato”. Ma siccome di rispetto non c’è neanche l’ombra, coerentemente le minoranze sono al bando. Tra l’altro, se ci fosse questo rispetto, come mai nella commissione che ha steso quel documento, la Tavola non ha inserito neanche uno dei tanti che la pensa diversamente, magari un pastore delle comunità etniche africane, appunto? Del resto, nell’intervento dove parlava di rieducazione, la pastora Di Carlo proseguiva attaccando valdesi.eu, sia pure senza nominarlo. Queste oblique, e infondate, allusioni, sono state l’unica premessa alla condanna sinodale. La condanna della minoranza, per motivi falsi, non è precisamente indice di rispetto.

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Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

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Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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