\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

Per una filosofia cristiana costruita sulla Bibbia

Il Sinodo ha approvato una risposta alla richiesta di perdono per gli atti inumani compiuti nei confronti dei valdesi nel giugno scorso da Papa Francesco. Nella risposta, here apprendiamo dal quotidiano Repubblica(poiché le comunicazioni ufficiali sono sempre

La Casa Valdese di Torre Pellice, see dove si svolge il Sinodo, ora inaccessible al pubblico

più scarse), si dice che nella richiesta del Papa “cogliamo… la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo”, ma questa nuova situazione “non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato con il sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro”.

Ci sono due cose da apprezzare in questa risposta: una è che si menziona Gesù come il “nostro Signore”, cosa che nella predicazione del culto di apertura non è avvenuta. L’altra è che il Sinodo non se l’è sentita di parlare a nome di coloro che hanno tutto rischiato e spesso perduto per la fede. Speriamo che la ragione sia che i suoi componenti non si sono sentiti degni di parlare al posto di quelle persone, la cui posizione verso la Parola di Dio era del tutto diversa dalla loro. Se così fosse, sarebbe un piccolo elemento di speranza. In realtà, la risposta sembra un po’ sfuggire alla richiesta: è ovvio che il pontefice non poteva che rivolgersi ai vivi che si ritengono, e giuridicamente sono, i successori di coloro che hanno sofferto nelle persecuzioni ed è ovvio che i morti non possono parlare. Infatti probabilmente si tratta solo di un compromesso tra il rifiuto del perdono, che

Atrocità sui bambini durante le persecuzioni

sarebbe apparso poco cristiano e, quel che è peggio, incomprensibile nel buonismo di oggi, e un perdono che potrebbe dispiacere a qualcuno, sia tra i valdesi della vieille roche (la “vecchia roccia” come si usava dire un tempo in riferimento a Isaia 51:1 “riguardate alla roccia onde siete stati tagliati”, che ancora campeggia nell’aula sinodale, da quattro anni diventata inaccessibile al pubblico e ai membri di chiesa) ancora sentimentalmente legati al ricordo dei martiri, sia soprattutto tra coloro che sono ostili al Vaticano più per le sue posizioni sui temi etici che per questioni teologiche, oramai di poco peso da quando nei fatti si è dimenticato il “sola Scriptura” che è il primo dei punti del dissenso protestante.

Ma la vera domanda non è se i perseguitati per la fede perdonerebbero alla chiesa di Roma gli atti compiuti contro di loro. Siamo portati a pensare di sì, visto che apertamente e attivamente perdonarono i duchi di Savoia che di solito erano il braccio armato di cui i papi si servivano.

La domanda è: quei martiri, che hanno affrontato la atrocità più feroci, non solo quelle perpetrate su di loro, ma sui loro figli e figlie, anche neonati, per non venire meno alla loro fede perdonerebbero la chiesa valdese di oggi per la quale la confessione di fede è un ingombro imbarazzante, per la quale quando la Scrittura è contraria alle ideologie, alle mode, alle pulsioni di oggi, va cambiata la Scrittura e non gli uomini e le donne di oggi?
del prof. Giovanni Borelli[1]

Molte persone, viagra soprattutto nell’ambiente evangelico italiano, resteranno perplesse a sentir parlare di “società evangelica di filosofia”. Qualcuna/o si appellerà, a sproposito, a Colossesi 2:8 per concludere che di filosofia non ce n’è bisogno. In realtà, le “società evangeliche di filosofia” sono un riferimento culturale ormai consolidato prevalentemente nel mondo anglosassone.

Non è improbabile che un certo mondo evangelico italiano, chiuso in una sorta di provinciale “splendido isolamento”, abbia finito per scambiare la propria negazione della realtà esterna, per una identità spiritualmente matura. I risultati di questa pseudo-identità sono o un rifiuto , frutto di un malcelato complesso di superiorità morale, della cultura tout-court o un’acritica accettazione dei “prodotti” culturali del momento che trasformano molti settori della galassia evangelica in protettorati delle correnti intellettuali maggiormente presenti nei mass-media.

I risultati sono decisamente sconfortanti sia in un caso, sia nell’altro. Nel primo si assiste ad una passiva ripetizione di stereotipi comportamentali, supportati da una continua citazione di versetti biblici, spesso poco pertinenti con le tesi e i comportamenti che dovrebbero suffragare, nell’altro la fede cristiana diventa la “ruota di scorta” di visioni del mondo non solo estranee all’Evangelo, ma – in molti casi – esplicitamente ostili all’Evangelo stesso.

I tragici avvenimenti che hanno connotato e denotato il XX secolo (i totalitarismi, lo stato-divinità, i campi di sterminio, i gulag, la politica come surrogato religioso ecc.), hanno portato molti studiosi e cultori delle cosiddette scienze umane, soprattutto fra i teologi e i filosofi attivi nell’Ebraismo (Jonas, Rubenstein, Berkovits), a parlare di “auto-alienazione di Dio nel tempo”, “impotenza divina”,”auto-limitazione divina”. In ultima analisi l’impotenza divina di fronte al male, sarebbe il segno più eclatante del fallimento di Dio!

Fallimento di Dio o dell’uomo? Buona parte del pensiero filosofico del XIX secolo aveva celebrato Prometeo, l’oltre-uomo (il superuomo), la fine della metafisica religiosa e contestualmente l’avvento dell’età della scienza e conseguente fine dei pregiudizi, superstizioni e relative infelicità. Il risveglio, temo, sia stato alquanto amaro e scioccante. Più che del fallimento di Dio, sarebbe più appropriato parlare di “bancarotta” dell’uomo!

La cultura contemporanea , d’altra parte, ha proseguito il suo cammino di demolizione sia di possibili punti di riferimento trans-soggetivo, sia della nozione stessa di “verità”, ridotta ad una successione di operazioni logiche passibili, tuttavia, di risultati contraddittori legati a singoli momenti.

In queste condizioni, l’elaborazione di teologie “aperte”, “liberali”, “progressiste”, perde sostanzialmente di significato in quanto il senso di questi concetti può al massimo valere per i singoli momenti e singole situazioni, essendo il soggetto conoscente ad un tempo prodotto della attività inconscia di un codice impersonale, o autore di scelte dovute ad esigenze contingenti legate per lo più ad un onnivoro “principio del piacere”.

Se questa analisi fosse corretta, ed io credo che lo sia, si dovrebbe cominciare a intravedere i compiti di una “società evangelica di filosofia”:

1) attraverso seminari, corsi,convegni, aiutare il credente evangelico ad orientarsi nella babele dei linguaggi oggiAggiungi un appuntamento per oggi di moda, acquisendo le armi intellettuali per difendere la propria fede;

2) saper “decostruire” i dogmi della tradizione cristiana ripercorrendo la “differenza” tra il linguaggio delle definizioni dogmatiche e quello della Bibbia, “differenza” che si situa sul terreno della filosofi. Questa “decostruzione” agevola la percezione della difficoltà e dell’impossibilità delle teologie cosiddette “liberali”, svelando le radici nichilistiche della cultura contemporanea;

3) lavorare ad una “filosofia della Bibbia”.

In breve: è possibile attingere dalla Bibbia una teoria della storia, un’antropologia, una dottrina di Dio – teologia – coerenti con i problemi della creazione, della caduta e del peccato, della promessa e della grazia?

La risposta positiva a questi quesiti, implica la concreta fattibilità di una filosofia cristiana costruita integralmente sulla Bibbia medesima.

L’eventuale “società” sarà localizzata in Germania o a Oberursel, presso Francoforte, o a Berlino.

Con l’aiuto di Dio si spera di poter tradurre parte dell’”Examen decretorum Concilii Tridentini” di Martin Chemnitz e di poter contare sull’aiuto di corrispondenti dall’Italia, nonché organizzare una serie di “workshop” riguardanti le teorie politiche di Machiavelli, Lutero e Calvino; la Riforma e la filosofia; la giustificazione per fede e il nichilismo; la teologia come scienza e il metodo storico-critico.

Invito le persone interessate, particolarmente quelle membri delle Chiese storiche nate dalla Riforma, i titolari di Case Editrici evangeliche egualmente interessati, a mettersi in contatto con me, all’indirizzo: giovanni-borelli@libero.it

Concludo con le parole del salmista: “Poiché in te io spero, o Eterno; tu risponderai, o Signore, Iddio mio” (Salmi 38:15).

Prof. Giovanni Borelli


[1] Giovanni Borelli è professore emerito di filosofia (l’ultima sua sede di servizio l’ISMA-Istituto di Scienze Militari Aeronautiche /Scuola Mil. Aer. G. Douhet Fdi irenze). È membro della Selbstaendige Evangelische Lutherische Kirche (Chiesa Evangelica Luterana Indipendente) dall’estate 2014 e vive a Oberursel in Germania.. A Oberursel continua le sue ricerche presso la Lutherische Theologische Hochschule (LthH) sui problemi delle modalità di trasmissione di un messaggio (oralità/scrittura) e la loro influenza sulle società e le religioni, il rapporto tra apologetica riformata (van Til) e lo strutturalimo, la teoria dell’agire significativo e l’impossibilità. Tenuto conto delle tendenze della filosofia contemporanea di praticare una qualsiasi forma di teologia si chiede se la cosiddetta teologia “liberale” sia veramente tale o non sia piuttosto una forma di ateismo mascherata. Effettua studi sull’agnosticismo religioso e il Movimento di Oxford (Pusey e Newman).

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Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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