\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

Come Cristo o come tutti gli altri? – Culto di domenica 7 maggio 2017

 L’aspirazione ad “essere come tutti gli altri” è tipica di questo mondo.
Non è però quella del cristiano che, piuttosto, è quella di somigliare al Gesù, il Signore e Salvatore Gesù Cristo. È Lui il pastore che seguiamo fiduciosamente, perché seguire l’andazzo di questo mondo vuol dire andare in rovina, mentre seguire Gesù è salvezza.
Studieremo oggi l’argomento sulla base del testo biblico 1 Pietro 2:19-25. Lo faremo considerando (1) La perfezione della persona di Cristo; (2) In che senso Gesù deve essere nostro esempio; (3) Perché debba essere questo l’obiettivo della nostra vita; (4) alcune specifiche applicazioni, e (5) in che modo si possa assomigliare a Cristo.
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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14) (3a e ultima parte)

di Marco Soranno

(segue dalla seconda parte)

Il pericolo non consiste nel fatto che la luce si spenga. I Cristiani debbono guardarsi da certi comportamenti che danneggerebbero la testimonianza al mondo:

1] La luce non va nascosta. Il discepolo di Cristo non deve chiudersi nella propria intimità (cosa che rivela oscurità), con il pretesto di darsi alla contemplazione, poiché non è mai stato comandato da Gesù. Il Chiostro (sia esso mentale o materiale) non appartiene al discepolato dei seguaci di Cristo, i quali debbono illuminare il mondo con l’esempio piuttosto che con la fuga. Per quelli che hanno bramosia di allegorizzare tutto, l’immagine della città non è del tutto adatta all’idea delle opere. Ma bisogna tenere conto che: 1) non si tratta di un’allegoria, Gesù parla di una città che è visibile da lontano; 2) Gesù parla di una città, quindi non si riferisce alla città per eccellenza (Gerusalemme, città di Dio sul monte Sion) ma semplicemente a una città sita su un monte; 3) anticamente, per questioni igieniche, quanto per maggiore sicurezza contro i criminali, le città (e le borgate) della Palestina erano edificate sulla sommità o i fianchi della montagna,e dunque a motivo della loro posizione elevata non possono essere nascoste. La Chiesa è dunque destinata ad occupare nel mondo una posizione eminente affinché possa svolgere con efficacia la missione affidatagli.

Il moggio (il contenitore d’argilla per misurare il grano) simboleggia ciò che è mondano e rischia di offuscare la nostra testimonianza. La robusta mondanità è tipica di tanti sedicenti discepoli, convinti che il vanto d’essere “di Cristo” autorizzi a vivere secondo il mondo, senza il benché minimo rischio.

2] La luce non deve abbagliare. La nostra testimonianza non dev’essere aggressiva. Dinanzi le coscienze più deboli e incerte di fronte ai cambiamenti nei confronti delle tradizioni, occorre rispetto. Perché riscoprano la fede, le persone dovranno maturare alla luce e al calore dell’Evangelo.

L’irruenza e l’intolleranza nei confronti di chi vuol affrettare il cambiamento nelle persone che vengono a contatto con la fede (e la Chiesa) Evangelica, non è una cosa buona. Un simile agire è demagogico, non pedagogico! Si lusingano le anime deboli, piuttosto che fortificarle.

Ricordiamocelo: I frutti matureranno a tempo debito, dal seme fecondo della Parola di Dio. Questo deve motivare l’evangelizzazione senza cedere però alla nevrosi, all’ansia da prestazione.

3] Il Cristiano non brilla di luce propria: Non dobbiamo vantarci di noi stessi. La nostra teologia, tradizione e identità religiosa non sono la luce. Tutto ciò che rende passivo il discepolo, non dà gloria a Dio. A differenza del sale (che può diventare insipido), la luce non perde il proprio splendore ma ciò non giustifica indolenza, bensì piena aderenza all’Evangelo. Nessuna pretestuosa “illuminazione interiore” (esperienza emotiva separata dalla Parola) ma la piena adesione al Vangelo: Tale è il criterio per definire la luce del Signore dagli effimeri bagliori della religione.

Matteo usa l’espressione καλὰ ἔργα che possiamo rendere con azioni nobili, onorevoli, quindi tutti i discepoli devono essere operosi, concreti nel manifestare gli effetti dell’insegnamento di Gesù.

Matteo (a differenza di Paolo) considera indicativo e imperativo. Il suo Vangelo è tra i pochi libri del N.T. in cui l’onore al Signore Dio appaia così chiaramente come l’obiettivo di tutto l’agire cristiano. Quando la vera luce illumina gli uomini, essi sono esortati a farla risplendere (Isaia 60:1-3). La Chiesa è la comunità di fede che deve far brillare la luce (adesione al Vangelo di Cristo) mediante le opere. Ciò vuol dire che i cristiani sono luce del mondo, perché lasciano brillare le loro opere.

L’indicativo “voi siete la luce del mondo” è una richiesta che è necessario attuare tramite le azioni, senza fermarsi alle parole.

Il Vangelo ci parla di buone azioni e ciò si presta a due interpretazioni: 1) traducendo l’espressione ebraica ma’asìm tòvìm, si intendono le richieste di Dio (opere pie, elemosine) che non sono prescritte come Legge dalla Toràh; 2) dopo la scomparsa degli Apostoli, i teologi intesero le parole di Gesù come definizione della prassi cristiana (cf. Il Pastore di Erma, la 2° Lettera di Clemente). NB: Per noi evangelici, parlarne è tutt’atro che facile. La nostra teologia contesta le cosiddette opere meritorie, ma non esclude affatto le opere di fede. In altre parole, l’opera è conseguenza della fede, non sua premessa. Le buone opere dimostrano concretamente il nostro cambiamento di vita. Pertanto, l’essere luce del Signore è strettamente connesso al frutto di luce (Efesini 5:9). In tutto ciò consiste il servizio cristiano: le diaconie sono connesse all’evangelizzazione poiché l’esempio insegna, e quanti hanno pregiudizio contro il Cristianesimo, nel vedere le nostre buone opere, possono essere portati ad amare la verità.

Concludendo, questo brano del Vangelo allontana dalla sete di gloria che è propria dell’uomo (cf. Teodoro di Eraclea).

Impariamo così quanto i Cristiani debbano essere santi e spirituali, perché solo una vita conforme all’Evangelo dà senso al nostro chiamarci Cristiani. Dopo cinquecento anni, la Riforma conserva tutto il valore, poiché l’urgenza della Chiesa Riformata e non conformata, ci sprona a effondere una luce che nessuna tenebra intellettuale e morale potrà mai offuscare.

Amen.

 

 

Alle radici della nostra libertà – Culto di domenica 30 aprile 2017

La libertà è un valore molto importante. Insieme alla democrazia e ad altri valori, fa parte della cultura occidentale ed è fermamente radicata nella fede ebraica e cristiana. La difesa della libertà, però, non è soltanto qualcosa che riguardi l’azione politica e sociale. Dobbiamo essere noi stessi, interiormente e spiritualmente, persone libere. Questo è il dono di Cristo quando lo seguiamo consapevolmente e con impegno come suoi discepoli. È ciò che ci insegna la Parola di Dio nel testo biblico di questa settimana: 1 Pietro 1:18-21.

Domenica 30 Aprile 2017 – Terza Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 22 In che modo Cristo, essendo Figlio di Dio, divenne uomo?

Testi biblici: Atti 2:14a,36-41; 1 Pietro 1:17-23; Luca 24:13-35; Salmi 116:1-3, 10-17

Salmo da cantare: 116 [Amo l'Eterno, mio soccorritor (Ginevrino)].

Preghiera: O Dio, il cui beato Figlio hai fatto conoscere ai Suoi discepoli nello spezzare del pane: Apri gli occhi della nostra fede, affinché possiamo contemplarlo nella Sua opera redentrice; che vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, un solo Dio, ora e per sempre.

Predicazione: Alle radici della nostra libertà (1 Pietro 1:18-21).

Versione video: https://youtu.be/zZdUcFKAJmU

Collegamenti:

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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14) (2a parte)

di Marco Soranno

(Segue dalla prima parte)

Chi rappresenta la luce del mondo oggi? Vi sono denominazioni che proclamano di essere l’unica espressione legittima della luce del mondo, ma ciò è fuorviante, perché la metafora della luce è rivolta al gruppo dei discepoli, gruppo piccolo e perseguitato. Gesù coinvolge tutta la Chiesa, non soltanto quelli che da molti sono considerati “addetti ai lavori” (teologi, pastori e predicatori).

V’è un richiamo all’Antico Testamento, poiché Israele fu chiamato da Dio ad essere Luce delle nazioni (Isaia 42:6; 49:6). Allo stesso modo, la Chiesa è da Lui chiamata a svolgere il medesimo ruolo, perchè tutto il Corpo di Cristo attraverso le epoche (Universale) e in ogni luogo (Locale) illumina il mondo (i Cristiani non debbono coltivare soltanto tra loro la speranza in Gesù, altrimenti diventano una consorteria).

Come intendere la parola mondo? Non pochi tra noi ne fanno una applicazione che risulta drastica: tutto ciò che riguarda noi “non piace a Dio” ed è prossimo ad esser distrutto. Ma non è così, perché il mondo è oggetto dell’amore di Dio (Giovanni 3:16) e proprio per questo va evangelizzato, non “bannato”.

Le persone hanno bisogno d’essere illuminate per poter capire la loro condizione peccaminosa, dovuta alle tenebre che separano da Dio.

Il pronome voi è enfatico. Se il cristiano è fedele alla sua missione, avendo accettato Gesù come luce del mondo, diverrà riflettore di questa luce.

Occorre dire cosa significhi essere luce per noi, oggi:

1] La luce vince le tenebre: Non è uno slogan. La luce è da sempre simbolo della presenza di Dio, che ha suscitato la Chiesa affinché vinca le tenebre del peccato e dell’ignoranza, rettificando gli errori e annunciando l’Evangelo ai perduti, affinché si ritrovino. La missione della Chiesa viene meno se prevale la tendenza a sminuire la gravità del peccato, poiché ancora oggi vi sono quelli che mutano la luce in tenebre (Isaia 5:20). Parlare di tenebre che accecano l’umanità per molti sa di “medioevo”, eppure è una verità senza tempo, proprio come lo è la promessa di Dio di vincere le tenebre.

2] La luce serve per indicare la direzione: Nell’annunciare la Buona Notizia, siamo tutti coinvolti quale popolo di convertiti: Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende (Isaia 9:1).

L’Evangelo invita alla conversione, cioè al cambio di direzione/comportamento.

Nel condurre a Cristo gli altri, indichiamo loro la strada giusta da seguire. La via per guadagnare il Cielo? No, ma il modo di ricevere il Cielo dentro di noi. Il nostro stile di vita testimonia il cammino che si è intrapreso in Cristo, ma dobbiamo ricordarci che in quanto Cristiani, siamo guidati dalla Parola (Salmo 119:105), dal precetto e dall’insegnamento (Proverbi 6:23). Quindi la dottrina è importante.

3] La luce significa separazione: Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre (Genesi 1:4). In vista della nuova creazione (Matteo 19:28), Dio ci separa, o ci mette a parte, per uno scopo: appartenergli appieno. La luce di Cristo esorta a santità tutti quelli che Egli chiama (Romani 8:30). Ci separiamo dalle cose del mondo (1Giovanni 2:15) ma non compiamo una fuga dalla vita! dobbiamo viverla come dono anziché peso, a motivo della nuova umanità che abbiamo ricevuto in Gesù. Soltanto così, i cristiani non rimarranno al di sotto del livello morale indicato nel Sermone sul monte.

(seconda parte – continua)

Una speranza viva e producente – Culto di domenica 23 aprile 2017

Sono tanti i motivi per i quali nella nostra vita possiamo sentirci scoraggiati, demotivati, frustrati… C’è però un modo potente ed efficace per vederci restituire coraggio e motivazione. Non consolazioni a buon mercato, ma una forza potente: guardare con fiducia alla risurrezione del Signore Gesù Cristo dai morti e lasciare che essa ispiri, sostenga, rafforzi e motivi la nostra vita. È ciò che Dio vuole comunicarci questa Domenica attraverso il testo biblico di 1 Pietro 1:3-9. Vediamo.

Domenica 23 Aprile 2017 – Seconda Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

21. D. Chi è il Redentore degli eletti di Dio?

Testi biblici: Atti 2:14,22-32; 1 Pietro 1:3-9; Giovanni 20:19-31; Salmi 16

Salmo da cantare: Salmo 16 [Confido in Te (Ginevrino)].

Preghiera: Onnipotente ed eterno Iddio, che nel mistero pasquale hai stabilito il nuovo patto della riconciliazione: Concedi che tutti coloro che sono rinati nella comunione del Corpo di Cristo possano manifestare nella loro vita ciò che professano con la loro fede; per Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, un solo Dio, nei secoli del secoli. Amen.

Predicazione: Una speranza viva e producente (1 Pietro 1:3-9)

Versione video: https://youtu.be/Y3IFLwEl3bQ

Collegamenti:

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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14)

di Marco Soranno

Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5:14-16).

Ho dunque considerato le parole di Gesù nella prospettiva di essere un Cristiano impegnato e membro della S.A.V., riconoscendoci espressione legittima della luce del mondo. Ovviamente, non riteniamo d’essere i soli a farlo, ma il nostro essere Cristiani Evangelici (Valdesi e non) desidera conformarsi sempre e comunque alle parole del Maestro.

Sin dalla nostra pubblica presa di posizione al Sinodo 2010, vogliamo illuminare il mondo ricordando che la Chiesa viene giudicata dalla Parola, da essa modellata per testimoniare alle genti la Signoria di Cristo, che venne come Colui che serve (Luca 22:27). Il servizio reso in Cristo comporta chiarezza senza compromesso, in quanto ci è a cuore il fine ultimo della fede, ovvero la salvezza delle anime (1Pietro 1:9).

§ Questa è la seconda metafora che Gesù usa per indicare ai Suoi la posizione che occupano nel mondo. Passare dalla metafora del sale a quella della luce è immediato. La salinità e la luminosità indicano quello che noi siamo nel Signore (Il sale agisce internamente, ma la luce esternamente).

La luce (insieme al sale) è la condizione di salvezza e richiesta d’azione; Esprime l’idea di chiarezza spirituale e d’ordine morale, risultando sinonimo di vita e felicità (essendo uno dei principali elementi creati da Dio) ma non è una forza divina.

Chiarire quest’aspetto è tutt’altro che marginale, poiché quasi tutti i libri del N.T. riportano il termine luce (lo fa particolarmente l’Apostolo Giovanni nei suoi scritti) non indicando l’opposizione di forze cosmiche ma l’apparizione del Verbo fattosi carne nel mondo storico degli uomini ottenebrati dal peccato.

Ma non è la luce che rivela Cristo, bensì il contrario: Io sono la luce del mondo (Giovanni 9:5); difatti, Gesù è la luce che porta giudizio sulle situazioni umane, e il Suo giudizio è motivato dall’amore. Quindi la vera luce che illumina ogni uomo (Giovanni 1:9) è il Cristo negli Evangeli non quello della religione che appesantisce le anime, poiché quando visse sulla terra, il nostro caro Salvatore provvedette luce spirituale circa i propositi e la volontà di Dio.

La luce non definisce solo Dio Padre e il Signore Gesù Cristo, ma tutti i credenti, i quali sono chiamati figli della luce (Giovanni 12:36; 1Tessalonicesi 5:5) e luce del Signore (Efesini 5:8) quindi ricevono l’ordine di camminare nella luce (Giovanni 3:21; Efesini 5:8; 1Giovanni 1:7) compiendo opere di verità e amando i fratelli (la Luce è un titolo distintivo di Gesù Cristo -Giovanni Battista non volle attribuirsela- e i discepoli uniti al Maestro risplendono della Sua luce).

Il verbo ἐστε è al tempo presente (indicativo e attivo) pertanto non Gesù non dice voi dovete essere oppure voi sarete. Il Cristiano non deve sforzarsi di raggiungere una simile condizione, poiché gli è propria dal momento in cui sperimenta la conversione e riceve lo Spirito Santo; Né l’ascesi né la mistica potranno renderci più luminosi se non v’è aderenza al Vangelo nel nostro stile di vita. La luce è Cristo in noi, non ciò che pensiamo di fare per Cristo, tenendo conto che lo faremo sempre imperfettamente (ma non per questo dobbiamo desistere dal farlo!).

(prima parte – continua)

Nuove sorprese dalla Bibbia, fin “dal principio” (5). Anche in Deuteronomio c’è la parola “Torah” criptata.

Dopo aver trovato la parola Torah criptata, saltando 49 lettere ogni volta, nei libri di Genesi (prima e seconda parte) e Esodo e poi, sempre con l’intervallo di 49 lettere ma all’incontrario, anche in Numeri.

È ora naturale andare a vedere che succede all’inizio del libro del Deuteronomio, il quinto e ultimo del Pentateuco, della Torah. Innanzitutto, partendo dalla prima “t” e saltando 49 lettere non si ottiene la parola “torah”, né nel normale ordine delle lettere, né in quello inverso. Ma, saltandone 48, e dunque usando la quarantanovesima, questo accade, di nuovo con la parola scritta al contrario, come in Numeri. Ma questo non accade partendo dalla prima lettera “he” ma dalla diciannovesima, che si trova al versetto 5.

Viene allora da chiedersi se tale occorrenza possa essersi verificata per caso.

I primi dieci versetti del Deuteronomio. Nel rettangolo verde c’è la parola “hadvarim” (“le parole”), che è il titolo ebraico del libro. Le 38 lettere “he” di questi versi sono sottolineate in arancione. Nei cerchi rossi, con 48 lettere di intervallo, le quattro lettere che formano la parola “torah”.

Vediamo. Di lettere “he”, nei primi dieci versetti (diciamo dieci perché partiamo dal versetto 5, dunque raddoppiamo l’ambito della ricerca  per avere un margine adeguato) ce ne sono 38. È dunque normale che, a una certa distanza da questa “he” si trovi una “r”: è più probabile che ciò succeda anziché no: ci sono 38 possibilità su 22 lettere. Se poi aggiungiamo che il numero di lettere da saltare non è quello che abbiamo verificato in Genesi, Esodo e Numeri, ma uno in meno, le possibilità si triplicano, perché poteva essere lo stesso numero, uno in più o uno in meno. Abbiamo così 114 possibilità su 22 lettere: dunque è del tutto normale che questo accada. Ma il fatto è che, dopo altrettante lettere troviamo la “o” e dopo altre 48 lettere troviamo la “t”. Fatti i conti, verifichiamo che c’è una sola possibilità su 93 che, partendo da una delle 38 “he” dei primi dieci versetti e saltando o 48, o 49 o 50 lettere si arrivi a formare la parola “torah”. Dunque tutt’altro che scontato. Ma le probabilità che questo accada insieme, cioè nella stessa Bibbia nella quale si è verificato quanto abbiamo letto a proposito di Genesi, Esodo e Deuteronomio, sono solo 1 su 1 trilione e 775 miliardi. Pensiamo che ogni giorno affidiamo la sicurezza della nostra carta Bancomat a un codice di sicurezza di cinque cifre, con tre tentativi a disposizione. Ebbene, ci sono le stesse probabilità di indovinare il PIN di tre Bancomat di seguito rispetto a questa serie di “coincidenze”.

In realtà, poi, la “he” del quinto versetto da cui si parte, è tutt’altro una “he” qualsiasi. Si tratta dell’articolo (che in ebraico è composto di una sola lettera, una “he” appunto) di quale parola? Della parola “torah”! Altra bella “coincidenza”, no? Quanto al passaggio dal salto di 49 lettere al salto di 48 lettere, si può dire che corrisponde ad utilizzare la 50a e la 49a lettera. Due numeri contenuti nel precetto del giubileo: passano sette “settimane” di anni (in ebraico “settimana” si dice “shavua”, una variazione del numero sette, “sheva”, senza quel concetto di giorni, “-mane”, contenuto nella parola italiana), cioè 49, e poi il 50° è l’anno giubilare. Queste considerazioni aumenterebbero di un centinaio di volte l’improbabilità che tutto questo sia casuale. Ma noi ci accontentiamo che ci sia 1 probabilità su 1,8 trilioni, in attesa di vedere la cosa più straordinaria: quella che si verifica nel Levitico, il libro centrale della Torah.

(quinta parte – continua)

Vincere il terrore della morte e aprirsi alla vita con Gesù – Culto della domenica di Pasqua 2017

Viviamo più che mai nell’ambito di una cultura della morte. Assassini di ogni tipo minacciano la nostra esistenza. Non si tratta solo dei terroristi devoti alle loro divinità di morte, ma di una cultura che riesce a giustificare la soppressione della vita ad ogni fase dell’esistenza. Il Salvatore Gesù Cristo, però, incarna il Dio della vita, promuove la vita e ci apre prospettive di vita. Egli può “liberare tutti quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la loro vita” (Ebrei 2:15). L’annuncio della risurrezione di Cristo rimane l’unico a “fare differenza”.

Domenica 16 Aprile 2017 – Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 20 Dio ha lasciato che tutto il genere umano perisse in stato di peccato e di miseria?

Testi biblici: Atti 10:34-43; Geremia 31:1-6; Colossesi 3:1-4; or Atti 10:34-43; Giovanni 20:1-18; Matteo 28:1-10; Salmi 118:1-2, 14-24

Salmo da cantare: Salmo 118

Preghiera: O Dio, che per la nostra redenzione hai dato il Tuo unigenito Figlio alla morte in croce, e che con la Sua gloriosa risurrezione ci hai liberato dalla potenza del nostro nemico; Concedici in tal modo di morire ogni giorno al peccato, affinché possiamo vivere con Lui nella gioia della Sua risurrezione; per Gesù Cristo, Tuo Figlio, nostro Signiore, che vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, ora e per sempre. Amen.

Predicazione: Vincere il terrore della morte e aprirsi alla vita con Gesù

Versione video: https://youtu.be/D3_rgAWmTIQ

Collegamenti:

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Paolo Castellina

Nuove sorprese dalla Bibbia, fin “dal principio” (4). Anche in Numeri c’è la parola “Torah”, ma…

Nelle precedenti puntate abbiamo visto che partendo dalla prima “t” del libro della Genesi e dalla prima “t” dell’Esodo, saltando 49 lettere ogni volta si trovano le altre tre lettere che formano la parola “torah” che – per l’appunto – è il nome ebraico del Pentateuco. Abbiamo visto che c’è una possibilità su 22 milioni (precisamente 1 su 22.754.776) che si tratti di un caso.

Ora, lasciamo da parte il Levitico, dove questo non accade, e andiamo a vedere il quarto libro del Pentateuco, Numeri. Neanche qui si trova – in quel modo – la parola “torah”, ma qualcuno non si è perso d’animo e ha provato a cercarlo scritto all’incontrario, cioè “ah-rot” (“ah” si scrive in ebraico con una sola lettera, cioèה , che si chiama “he”. In ebraico: הרות anziché תורה. Con la prima lettera ה non si trova nulla, ma con la quarta lettera ה ci siamo davvero:

I primi tre versetti del libro dei Numeri. Nel rettangolo verde la parola “bemidbar”, il nome ebraico del libro. Nei quadrati gialli le lettere “he” del primo versetto, da cui non si compone la parola “torah”. Nei cerchietti rossi le quattro lettere che formano, saltando 49 lettere dall’una all’altra, la parola “torah”, al contrario.

saltando ogni volta 49 lettere troviamo nuovamente la parola “torah” sia pure scritta a rovescio. Perché, mentre questa particolarità in Genesi e Esodo si verifica alla prima lettera, in Numeri la troviamo alla quarta? Non lo sappiamo. Forse perché, visto che la Torah è “insegnamento”, l’insegnamento è che si deve cercare a fondo, “addirittura” più di tre volte, tenendo presente che il numero 3 nella Bibbia è spesso segno di completezza.

Il punto è: può essere un caso che all’inizio di Numeri di trova la parola “torah”, sia pure a rovescio, partendo da una delle “he del primo versetto? Vediamo: che da una delle 6 lettere “he” del primo versetto, saltando le solite 49 lettere, si trovi una “r”, c’è una probabilità su 3 e 2/3. Molto poco: potrebbe facilmente essere del tutto casuale. Però, le probabilità che, oltre a questo, dopo altre 49 lettere ci sia una lettera “o”, sono solo una su 80, e che poi, dopo altre 49 lettere ci sia proprio la “t”, fino a formare la parola “torah”, sono solo 1 su 1774. Un fatto notevole ma non eccezionale. Ma che questo avvenga casualmente dopo che è già successo in Genesi e Esodo ha una probabilità pari a 1 su 38 miliardi, numero che possiamo dimezzare visto che, poiché abbiamo considerato la parola “torah” sia scritta nel modo normale, sia all’incontrario. Insomma una probabilità su 19 miliardi. All’incirca le stesse probabilità che al Superenalotto vengano estratti gli stessi 6 numeri, nello stesso ordine, per due volte di seguito.

(quarta parte – continua)

Servire. Con fiduciosa determinazione – Culto di domenica 9 aprile 2017 – Domenica delle Palme

Lo “stile di vita” del cristiano, ad imitazione di quello di Gesù Cristo, è quello di servire con dedizione e amore, disinteressatametnte e senza vergogna. E’ l’ooposto di quanto la natura umana è disposta a fare, ed è per questo che Gesù la cambia. In che modo e perché Gesù si è posto al servizio e rigenerazione dell’umanità, compiendo così le antiche profezie? In che modo e perché siamo chiamati a seguirne il modello? Lo vediamo questa settimana sulla base del testo di Isaia 50:4-11

Domenica 9 Aprile 2017 – Domenica delle Palme

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 19 Qual è miseria di quello stato in cui è decaduto l’Uomo?

Testi biblici: Isaia 50:4-9a; Filippesi 2:5-11; Matteo 26:14- 27:66; o Matteo 27:11-54; Salmi 31:9-16

Salmo da cantare: Salmo 31 [Signor, fa' si ch'io non sia confuso (Ginevrino)].

Preghiera:Onnipotente ed eterno Iddio, nel Tuo tenero amore per le creature umane hai mandato tuo Figlio, il nostro Salvatore Gesù Cristo per prendere su di Sé la nostra natura e per soffrire la morte in croce, dandoci l’esempio della Sua grande umiltà; misericordiosamente concedici di poter camminare sulla via della sua sofferenza, e di condividere pure la Sua risurrezione; per Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Predicazione: Servire con fiduciosa determinazione

Versione video: https://youtu.be/SleHhrTMzow

Collegamenti:

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Paolo Castellina

Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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