\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

CONFERENZA STAMPA – DECISIONE SINODALE SULLA FAMIGLIA (2° parte)

Le benedizioni sono state una bomba. Se due “si mettono insieme” è famiglia. Dal 1971 la famiglia è cambiata…

In attesa di vedere il famoso documento su famiglia e matrimonio approvato dal Sinodo, web side effects possiamo solo fare riferimento alla conferenza stampa del 30 agosto, tenuta dal pastore Giuseppe Platone con due membri dell’apposita commissione: il pastore Paolo Ribet, noto a questo sito (usate l’ottima casella di ricerca per saperne di più), e il pastore (nei ruoli della Chiesa Valdese, benché non consacrato da essa) Enrico Benedetto, neo professore di teologia pratica alla Facoltà di Roma.

Platone, che conduce la conferenza stampa, esordisce dicendo che “vecchi documenti degli anni ’70 sono apparsi vecchi”, riferendosi al Documento sul Matrimonio e sulla famiglia, approvato dal Sinodo del 1971, sulla base delle scritture e “coerente con secoli di storia”. Poi passa la parola a Paolo Ribet, coordinatore della Commissione su matrimonio, famiglia e coppie di fatto istituita dal Sinodo 2011 con un ordine del giorno apparentemente molto blando, che sembrava quasi un passaggio di moderazione dopo la fuga in avanti del 2010 quando si approvarono le benedizioni alle coppie dello stesso sesso.

Ribet parte con un’affermazione “esplosiva”: “la bomba che ha fatto deflagrare tutto è stata la decisione del Sinodo 2010 di autorizzare le chiese locali a celebrare le benedizioni delle coppie dello stesso sesso”. Ma non ci hanno detto in tutti i modi che la faccenda delle benedizioni era una faccenda di poca importanza, che non ha a che fare con i fondamenti della Chiesa e che noi sbagliavamo a sottolinearne la gravità? Ritengo “non sia un argomento su cui sta o cade la chiesa”, ci aveva scritto proprio Ribet nello spiegare perché aveva convintamente votato a favore della condanna sinodale a valdes.eu ? Ora invece è una “bomba che ha fatto deflagrare tutto”. Si dice che solo i cretini non cambiano mai idea e qui abbiamo certamente a che fare con intelletti raffinatissimi!

Ecco come prosegue:

Paolo Ribet: “Quella delle coppie dello stesso sesso era solo un elemento.”

Proprio quello che abbiamo detto noi: dove andremo a finire? Ma noi, secondo Lor Signori, facevamo dell’allarmismo strumentale.

Paolo Ribet: “Oggi abbiamo una serie di nuove forme di famiglia: giovani che si mettono insieme, senza chiedere il permesso, senza dire niente né in municipio né in chiesa, le famose coppie di fatto. Qui c’è non soltanto una nuova forma di famiglia, ma c’è la necessità di un ripensamento di un atteggiamento rispetto a ciò che c’è, tra virgolette “sul mercato”. Queste persone si mettono insieme, non chiedono di sposarsi perché evidentemente è il matrimonio quello che fa problema. Quello che dobbiamo capire è queste parole che noi oggi pronunciamo, che senso hanno oggi per noi: la parola “matrimonio”, la parola “famiglia”, le “nozze”, spesso per “matrimonio” di intendono in realtà le nozze,e via discorrendo. Cosa significa “genitorialità”. Tutti questi temi secondo me vanno oggi ripensati. Perché? Perché le stesse parole hanno nella società, nel sentire comune, significati diversi.”

Tre commenti.

  1. Definizione. Prima già definisce “famiglia” due persone “che si mettono insieme”, poi si chiede se oggi la parola “famiglia” ha un significato diverso! Secondo il Documento sulla famiglia della Chiesa, la famiglia sorge quando in un matrimonio c’è la presenza di figli, anche nati fuori dal matrimonio e naturalmente anche adottivi. Ovviamente, se si definisce “famiglia” qualsiasi tipo di aggregazione umana che comporti forme di coabitazione il Documento sinodale del 1971, diventa vecchio, diventa vecchia la Costituzione italiana, diventano vecchi i vocabolari della lingua italiana, e vecchissime le migliaia di passi biblici in cui si fa riferimento ai legami familiari. Questo è ciò che in logica si chiama “petizione di principio”, nel linguaggio corrente “partito preso”,ovvero “pregiudizio”. Tra l’altro, molte di quelle giovani coppie, non vorrebbero saperne di essere definiti “famiglia”.
  2. Dignità. Chiamare famiglia solo ciò che secondo il Documento del 1971 e la Costituzione italiana lo è non implica necessariamente giudizi negativi e tanto meno mancanza di rispetto per altri tipi di aggregazione. Implica solo tenere presente delle differenze oggettive. Due persone che “si mettono insieme” possono farlo con svariati atteggiamenti: dall’intendimento di essere uniti “finché morte non li separi” fino alla sistemazione temporanea di convenienza e altro ancora. Chi siamo noi per decidere che sono comunque “famiglia”? Ci sono legami personali nobilissimi che non sono famiglia. Non per questo sono meno stimabili.
  3. Realtà storica. È tristemente divertente vedere persone di cultura, che hanno studiato la storia, e la Bibbia in particolare, mostrare di credere che le forme di convivenza senza matrimonio siano nate dopo il 1971. Ma la parola “concubina”, nell’ebraico biblico ????? (vedi ad esempio Giudici 19), non è stata certo coniata negli ultimi 40 anni! L’omosessualità non è certo nata ieri e neppure i legami duraturi tra coppie dello stesso sesso.

Paolo Ribet: “Nella Chiesa Cattolica tutti questi argomenti sono chiamati sacramentaria, cioè si parte dal sacramento, dall’alto, e si scende nella realtà quotidiana, quindi il matrimonio è un sacramento, è definito in quel modo lì, quindi anche nella società deve essere così.

Per i protestanti il discorso è assolutamente inverso, come ci spiegherà il docente di teologia pratica. Da noi la teologia pratica (questi atteggiamenti di fronte alla realtà), nasce dal basso, cioè dal dato sociologico: che cos’è la famiglia, che cos’è il matrimonio e via discorrendo, e come si pone la chiesa, o come si pone la teologia, la Bibbia, eccetera di fronte a questi temi. Nel nostro documento abbiamo tentato di fare esattamente questo. In una prima parte capire a che punto siamo come chiesa (abbiamo citato un documento del ’71, quindi è invecchiato) e dove sta andando la società. Questi sono due capitoli da cui partire per la riflessione.”

Tutte le volte che non si sa bene come giustificare una certa posizione, si tira in ballo la Chiesa Cattolica, implicando che se noi diciamo qualcosa di diverso, abbiamo senz’altro ragione. In questo caso andrebbe precisato che per noi il matrimonio non è un sacramento perché non riteniamo che nella Bibbia esso sia istituito come tale, e su ciò non c’è alcun problema. Ma anche il “non uccidere” non è un sacramento, anche il “non dire falsa testimonianza”, il “non rubare” non sono sacramenti, né lo è l’amore per il prossimo. Eppure speriamo che parlando di queste cose non si parta dal dato sociologico! Non è che se si scopre che molti uccidono, rubano, testimoniano il falso e odiano il prossimo, la Chiesa allora accetta questi comportamenti, poi si va a vedere se per caso la Bibbia dice qualcosa al riguardo, e in ogni caso la si interpreta alla luce del fatto che oggi la si vede in modo diverso e non si può essere troppo categorici. Pensiamo che neppure Paolo Ribet la pensi in questo modo.

Pastore Platone: “Sempre stati per patti transitori”. Professor Benedetto: “Usciamo da buono e cattivo. L’Evangelo è questo”

La conferenza stampa del 30 agosto è tutt’oggi, cost dopo otto giorni, l’unico indizio per conoscere la decisione del Sinodo su (o piuttosto contro) famiglia e matrimonio.

Questo secondo intervento conclude l’esposizione da parte dei membri della commissione sulla traumatica decisione. Dopo ci sono solo due domande con relative brevi risposte. Ci si aspetterebbe perciò dal professor Benedetto, che pur non essendo valdese è professore di teologia pratica presso la Facoltà di teologia Valdese di Roma, piena chiarezza sui contenuti della decisione e sui suoi presupposti biblici. Per questo riportiamo il suo intervento integralmente (di Paolo Ribet abbiamo omesso un paio di frasi di collegamento): per quanto possa parere strano ha detto precisamente queste cose, parola per parola e in tutta serietà. Non c’è da stupirsi se certi studenti di teologia hanno idee un po’ confuse alla fine dei loro studi.

Giuseppe Platone (moderatore della conferenza stampa): “Sarà interessante vedere come le chiese locali reagiranno, discuteranno su questo documento corposo che ha prodotto la commissione, di cui fa parte anche il professor Benedetto…. Io però vorrei chiedere un’altra cosa al professor Benedetto. Noi protestanti non siamo anche figli di un divorzio, di una separazione. Ragioniamo anche di questo, perché alla fine non abbiamo mai avuto un’idea così fissista del matrimonio, siamo piuttosto persone che addivengono a dei patti, che sono transitori, che non sono indissolubili. Sciogliamo un po’ questa materia, professore.”

Enrico Benedetto: “Siamo più e meno che figli di un divorzio: siamo nati divorziando, cosa che non è data dal diritto di famiglia italiano e di altri paesi. Non abbiamo avuto bisogno di giungere al diciottesimo anno di età, contrarre matrimonio e subito divorziare, vale a dire: è stato uno dei rari casi di eresia riuscita, di separazione non promessa all’annientamento. È stata promessa a anatemi. È stata promessa a maledizioni, ma non solo c’è stata sopravvivenza, ma c’è stata vita, anzi direi che la separazione è stata condizione di vita come in fondo succede nel mondo biologico cellulare. Una cellula cresce dividendosi e separandosi. La divisione è un fattore costitutivo e costruttivo della vita. Si passa, anche nel racconto del libro della Genesi da forme di vita monocellulare o oligocellulare a organismi complessi. E visto che Martin Lutero, ammesso sia stato lui il primo protestante, cosa di cui dubito, non era il frutto di un babbo protestante e di una mamma protestante e ha esordito divorziando, forse tutto questo, che è un patrimonio, e non una tara spero, semimillenario – il 2017 non è lontano e si celebrerà spesso, spero, guardando il futuro e non il passato o il presente, il mezzo millennio della riforma protestante – in tutto questo tempo alcune cose si sono potute dire e si sono potute fare, dalla definizione del pensiero puritano del matrimonio come conversazione, vale a dire la capacità di parlare e di parlarsi, paritaria, evidentemente, perché se una conversazione è unilaterale è un monologo e non un dialogo. Tutto ciò detto in tempi in cui il matrimonio era valido nella misura in cui la sposa soggiaceva alla concupiscenza del marito, era valido al momento in cui c’era una nuova vita. Il pensiero protestante ha detto che la fecondità del matrimonio può essere grande in assenza di figli epoca o nulla in presenza di figli perché il gioco è il gioco della relazione. Non è il gioco della vidimazione, non è la ginecologicità della vita matrimoniale, è altro. Aggiungerei che in una prospettiva protestante il matrimonio non esiste se non come contratto civile. Per la chiesa esistono gli sposi. E quando ero, e lo sono tuttora, pastore, oltralpe, in Francia, tenevo molto al titolo della liturgia nuziale della nostra chiesa, Chiesa Riformata di Francia fino a qualche mese fa, oggi Chiesa Protestante Unita, vale a dire: “benedizione di una coppia in occasione del matrimonio”. Il matrimonio non è benedicibile perché non si benedice un contratto. Se lo si benedice si fa di questo contratto, perdutamente umano, il calco divino di una istituzione terrena, imperfetta, transeunte e perfettibile. Non si benedicono neanche gli sposi fifty fifty, si benedice questo improbabile essere comune che gli sposi, direi ogni persona che si ami alla luce di una promessa e di un accordo, intrattengono fra loro. È il terzo uomo, la coppia: non sono più io pur essendo io, non sono più solo io pur essendo solo io, la benedizione sta nel trait d’union. È lì che c’è bisogno di Dio, la benedizione cristiana è un triangolo, non nel senso del vaudeville e del gossip, è convocare Dio in presenza dell’uomo, perché cara te, mia sposa, caro te, mio sposo da soli non ce la facciamo, chiamiamo dio ad essere presente nella nostra vita. Questo ci dà un savoir faire e anche un saper essere che nei corsi e nei ricorsi della storia, nelle separazioni di cui è ricca la storia protestante perché ci siamo, abbiamo esordito con il divorzio dalla chiesa Cattolica Apostolica Romana ma abbiamo mantenuto l’allenamento e la forma per così dire, divorziando, continuando un po’ a divorziare, a separarci al nostro interno, eppure a tenere un legame. Che cosa si potrebbe dire della Chiesa Cattolica? Si potrebbe dire che le famiglie sono tante e la casa è una sola, San Pietro per semplificare. Che cosa si potrebbe dire in ambito protestante? Che le case dono diverse ma la famiglia è una sola. C’è una grande familiarità. È importante il termine “familiarità” rispetto alla famiglia. C’è anche in un sinodo. Questo non solo impedisce ma consente anche di litigare e dove c’è familiarità ci sono spazi e tempi non per un compromesso, ma per una non penalizzazione del diverso. Non abbiamo bisogno della copia conforme, non deteniamo un archetipo, e quindi come nelle impronte digitali, non chiediamo a ciascuno, nubendo, nubenda, di due sessi, di un sesso, di mettere il ditino per verificare che l’impronta coincida allo stesso modo. Possiamo permetterci una diversità che non è dispersione, che non è condanna. Possiamo, nella vita decostruita e destrutturata che è diventata la nostra, pensare una ricomposizione che non è un compromesso, che richiede arte, c’è la parola composizione, è una bella cucina, che metta speranza (ha detto proprio così! Nota della Redazione), e che non dica: “Tu, tu, tu: no buono. Tu buono”. Magari il “buono”, il matrimonio con figli è una prigione e un inferno. Usciamo dal buono e dal cattivo, proviamo a vivere con uno sguardo di benevolenza, che è lo sguardo del Vangelo, le situazioni di vita, che non sempre ci è dato scegliere, che incontriamo. Investiamo ciò che incontriamo di un impulso che non sia un impulso giudicante. L’Evangelo, se non è questo, ma che cosa sarà mai?.”

C’è da rimanere stupefatti! TRA POCHE ORE PUBBLICHEREMO UN COMMENTO.

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Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

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Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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