\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

“I sostenitori e le donazioni calano anno per anno”

La Waldensian Review, il foglio di informazioni per i sostenitori dei valdesi in Inghilterra e specialmente nel mondo di lingua inglese, dice chiaramente che “i sostenitori e le donazioni calano anno dopo anno”, sollecitandone dall’estero. Infatti, “l’opera della Chiesa Valdese è vitale per la società italiana,materialmente e spiritualmente, ad esempio nell’accogliere volentieri migranti e rifugiati”. Non vengono citate altre funzioni svolte dalla Chiesa.

Queste poche righe si spiegano l’una con l’altra. Indipendentemente da come uno veda la questione migranti, se l’opera della Chiesa Valdese è quella di accoglierli, ci sono ben altre organizzazioni che lo fanno assai di più, a cominciare dalla Chiesa Cattolica, il cui attuale capo Jorge Bergoglio ne ha fatto il tema principale di quasi tutti i suoi discorsi.

A tal proposito, la Waldensian Review visibile nel sito reca in copertina la foto dell’incontro tra il moderatore Eugenio Bernardini e Jorge Bergoglio, ormai vecchia di tre anni, ma tuttora ritenuta la più rappresentativa della realtà valdese. Del resto, la comunicazione vaticana ha acquistato alcuni mega-manifesti, alti come palazzi in piazze di Roma per fare conoscere la sua missione “Portare Francesco nel mondo”.

Insomma: se il contributo della Chiesa Valdese alla società italiana è accogliere i migranti e diffondere l’immagine di Bergoglio, davvero non è strano che calino sostenitori e donazioni.

Dogmi del politicamente corretto nuova religione – Il migrante come incarnazione del sommo bene

Sappiamo bene che l’ideologia, che forse è religione, del politicamente corretto ha ampiamente spodestato la Bibbia nelle azioni della Chiesa Valdese istituzionale (come peraltro nella Chiesa Cattolica nell’era di Bergoglio). Del resto, vista la guerra dichiarata alla Scrittura, ci vorrà pure qualcosa per prenderne il posto!

E non ci si fa mancare nulla della “confessione di fede” del politicamente corretto. Innanzitutto la mistica “gender”, quella per cui l’omosessualità deve essere a tal punto equiparata all’unica sessualità che dà luogo alla riproduzione (guai a definirla “normale”! è peccato mortale!), da inventarsi la follia dei “figli di due madri” o “di due padri”, cosa tanto sensata quanto il triangolo a due lati, ma che bisogna accettare e difendere totalmente. In confronto i più strampalati dogmi religiosi appaiono ragionevoli.

Il politically correct poi vuole che ogni posizione in tema di fede sia accettabile, tranne quella cristiana. Sei ateo? benissimo! Buddista, induista, animista? molto chic! Musulmano? splendido! Cristiano? sospetto! Cristiano che crede veramente in Cristo “via, verità, vita”? Fondamentalista, bigotto! “Cristiano” che ritiene la Bibbia una serie di favolette? Sei dei nostri!

Altro dogma politicamente corretto è la fede cieca e assoluta in Darwin e nell’evoluzionismo, inteso quale meccanismo casuale che dalla molecola ha portato alla vita e alla specie umana, anche se nessuno è mai riuscito a spiegare una serie di cosette. Come si è passati dalla molecola al complicatissimo sistema della cellula, che sarebbe l’elemento promordiale della vita, con tanto di DNA, un vero e proprio linguaggio informatico di estrema complessità? Come può essersi formato casualmente l’occhio, il quale – ove manchi una delle sue parti, è perfettamente inutile? Perché non si è mai osservata in laboratorio la nascita, anche non casuale, di una nuova specie? Sciocchezzuole! Darwin è un dogma e  come tale non può essere messo in dubbio!

Poi c’è il riscaldamento globale causato dall’uomo che consente di mettere in atto pesanti politiche di controllo statali e sovrastatali. Anch’esso tutt’altro che provato scientificamente, ma da accettare come verità assoluta altrimenti si è colpevoli nientemeno che della distruzione del pianeta.

Ma il dogma del politicamente corretto di maggiore attualità è la migrazione umana vista come inevitabile e positiva e il migrante come una sorta di incarnazione del sommo bene. Emblematico dell’approccio a questo tema è l’uso del versetto “Vi sia una sola legge per il nativo del paese e per lo straniero” (Esodo 12:49), nel senso opposto a quello in cui è usato nella Bibbia. Su questa bella premessa, la falsificazione di un passo biblico si basa la mistica pro-migranti. Altra cosa è “Non opprimerai lo straniero” (Esodo 23:9), che va sempre ricordato, ma la migrazione di non cristiani, tra i quali molti hanno per loro stessa ammissione il proposito di imporre l’Islam, non può essere vista come sommo bene. E tanto meno può essere accettato il principio “Vi sia un solo pensiero per il Bergoglio e per il Valdese”.

 

…a chi prestate il vostro corpo? – Culto di domenica 6 maggio 2018

Un bullo viene da voi un giorno e vi dice: “Prestami la tua auto che con essa voglio commettere una rapina!”. Gliela prestereste? Questa situazione non è tanto diversa da quel che accade ad un cristiano che sente impellente in sé una voce che vorrebbe spingerlo a fare ciò che non è bene agli occhi di Dio. Sentite che cosa dice al riguardo l’Apostolo in Romani 6:12-14
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Paolo Castellina

Piaci a Dio? – Culto di domenica 29 aprile 2018

Oggi si vendono libri che parlano di “come piacere” ad un ragazzo… ad una ragazza, e persino “come piacere a tutti …in cinque minuti”! A nessuno sembra oggi interessare “come piacere a Dio”! Illusi che siamo: oggi noi viviamo in una società con sempre meno “timore di Dio”. Dio viene ignorato e pochi cercano di piacergli nel loro comportamento, salvo presumere di essere comunque “a posto” sulla base dei propri soggettivi criteri. Se ci si confronta, però, con la sua volontà rivelata, ci ritroveremo in disperato difetto. Grazie a Dio, però, affidandoci alla persona ed all’opera del Salvatore Gesù Cristo, possiamo trovare in lui la nostra accettabilità agli occhi di Dio. Non è allora più necessario cercare di piacere a Dio? Lo esamineremo brevemente attraverso il testo di Romani 6:1-11.
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Paolo Castellina

Un antenato da ripudiare – Culto di domenica 22 Aprile 2018

 In un mondo sempre più anonimo ed indistinto, alla ricerca della propria identità, vi è oggi chi intraprende estese ricerche per disegnare l’albero genealogico della propria famiglia. Chi sono i vostri antenati? Se andiamo indietro per progressione geometrica troveremo che discendiamo tutti da un’unica coppia, che la Bibbia chiama Adamo ed Eva. Non c’è da andarne fieri, però, vista l’eredità che ne abbiamo ricevuto per il loro sconsiderato comportamento. Grazie a Dio, però, oggi possiamo essere adottati in una nuova famiglia, dal carattere ed eredità totalmente diverse, quella del Signore e Salvatore Gesù Cristo, “secondo Adamo”. Sentiamo che cosa ci dice al riguardo il testo biblico di Romani 5:1-21.
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Paolo Castellina

La politica è sporca?

Un articolo del pastore Paolo Castellina, sempre attuale.

Tener viva la fede nella Risurrezione – Culto di Domenica 8 aprile 2018

Le “ricorrenze” non sono inutili. Il tradizionale “anno liturgico” della chiesa cristiana ci ripropone ogni anno, accompagnati dalle letture bibliche pertinenti, gli avvenimenti fondanti della nostra fede che s’incentrano sulla vita, morte e risurrezione del Signore e Salvatore Gesù Cristo. Ricorrenze tediose? No, la sostanza di quegli avvenimenti si deve radicare sempre meglio in noi. Ecco così che le domeniche del ciclo pasquale ci portano a riconsiderare la Risurrezione come dato fondante dell’intera fede biblica, indubbiamente da tenere viva in noi in tutta la sua pregnanza. Vediamo oggi in che modo, a partire da un testo di Giobbe!

Di cosa parliamo quando diciamo “Buona Pasqua”?

Secondo i calcoli più verosimili, il 9 aprile 2018 sarà il 1986esimo anniversario della crocifissione di Gesù di Nazaret, evento che gran parte delle chiese cristiane occidentali ricorda quest’anno venerdì 30 marzo, mentre le chiese ortodosse lo faranno il 6 aprile. Qual è il significato di quell’evento? Migliaia di libri sono stati scritti, ma qui voglio essere sintetico e uso le parole che Gesù stesso usò:

“ELÌ ELÌ, LEMÀ SABACTÀNI” Perché queste quattro parole spiegano che cos’è la Pasqua?

Sono riportate dall’evangelista Matteo al capitolo 27, versetto 46, traducendole poi con “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Per molti anni le avevo sentite definire “un mistero”, non perché espresse – anche nelle traduzioni italiane – in quella lingua arcana, ma perché – in base ad esse – dovremmo immaginare che il Figlio di Dio (tale viene ribadito essere appena otto versetti dopo), “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”, come dice il simbolo apostolico, si sarebbe sentito abbandonato e solo, disperato. Se Gesù Cristo è Dio, come può sentirsi abbandonato da Dio? E se la crocifissione, peraltro da lui più volte predetta, è la via per compiere la sua missione, perché dovrebbe sentirsi abbandonato? Una cosa è lo strazio indicibile di ciò che sta patendo, altra è la disperazione: di quanti màrtiri abbiamo letto che hanno affrontato torture e morte senza un cenno di incertezza? Queste parole sembrano invece una resa, proprio alla fine. Sono infatti le sue ultime. Poi, “avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito”. Ci fu un terremoto con altri fenomeni straordinari e il centurione, che era di guardia con i suoi uomini, disse: “Veramente costui era il figlio di Dio”. Che cosa l’ha convinto? Le parole di Gesù potevano – infatti – portare alla conclusione opposta. Forse il terremoto e gli altri fenomeni? Proveremo a rispondere.

In realtà, Gesù non poteva essere più chiaro ed eloquente, ad ascoltarlo bene. Non a caso l’evangelista Matteo, pur scrivendo in greco, riporta le parole come  pronunciate dal Messia nell’originaria lingua aramaica che si parlava all’epoca in quella terra. Anzi, le prime, “Elì, Elì”, sono in ebraico e le altre in aramaico. Perché? Perché si tratta di una citazione testuale. È l’inizio del Salmo 22, che nel testo ebraico è: “Elì elì lamà azavtani”. Nell’uso ebraico, e non solo, citare il primo verso vuol dire citare l’interno brano. Quello che per noi è “il Salmo 22” all’epoca veniva indicato, come tutti gli altri, in quel modo. Non è un uso solo ebraico e solo antico. Ad esempio, i sonetti di Dante, non hanno un titolo. Li citiamo con il primo verso: “Tanto gentile e tanto onesta pare”, “Amor che nella mente mi ragiona” e così via. La stessa cosa facciamo di solito con le arie delle opere liriche: “Che gelida manina”, “Di quella pira”, ecc. Gesù, dunque, pronuncia solo quelle quattro parole (il crocifisso spesso moriva per soffocamento e comunque respirava a stento), ma attraverso di esse intende richiamare l’intero Salmo e con esso ci dice l’incommensurabile significato di quel terribile momento. Dobbiamo dunque leggerlo per capire cosa intende davvero Gesù.

1 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché sei così lontano e non vieni a liberarmi, dando ascolto alle parole del mio gemito? 2 O DIO mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte non sto in silenzio. 3 Eppure tu sei il Santo, che dimori nelle lodi d’Israele.

Questa è la situazione in cui i presenti vedono Gesù. Per gli stessi discepoli la crocifissione è una sconfitta, la fine delle loro speranze. Dopo la morte del Messia si sentono sperduti, non capiscono tutto ciò che è avvenuto. Ad esempio, in Luca 24: 17-19 due discepoli incontrano, senza riconoscerlo, Gesù risorto: “Egli disse loro: «Che discorsi sono questi che vi scambiate l’un l’altro, cammin facendo? E perché siete mesti?». E uno di loro, di nome Cleopa, rispondendo, gli disse: «Sei tu l’unico forestiero in Gerusalemme, che non conosca le cose accadute in questi giorni? Le cose di Gesù Nazareno… noi speravamo fosse lui che avrebbe liberato Israele”…

Ma al Salmo 22 qualcosa di diverso emerge fin dal versetto 4:

4 I nostri padri hanno confidato in te; hanno confidato in te e tu li hai liberati. 5 Gridarono a te e furono liberati; confidarono in te e non furono delusi.

Nonostante la situazione presente, si sa che Dio veglia e porta salvezza. Eppure qui c’è un uomo solo, abbandonato e disprezzato:

6 Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini e disprezzato dal popolo. 7 Tutti quelli che mi vedono si fanno beffe di me, allungano il labbro e scuotono il capo, 8 dicendo: «Egli si è affidato all’Eterno; lo liberi dunque, lo soccorra, poiché lo gradisce».

In Matteo 27 leggiamo infatti che tutti, persino i ladroni crocifissi anch’essi, si fanno beffe di lui in quel modo. Gesù, usando un modo di dire italiano, è nudo “come un verme” sulla croce.

9 Certo, tu sei colui che mi hai tratto fuori dal grembo materno; mi hai fatto avere fiducia in te da quando riposavo sulle mammelle di mia madre. 10 Io fui affidato a te fin dalla mia nascita; tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre. 11 Non allontanarti da me, perché l’angoscia è vicina, e non c’è nessuno che mi aiuti. 12 Grandi tori mi hanno circondato, potenti tori di Bashan mi hanno attorniato; 13 essi aprono la loro gola contro di me, come un leone rapace e ruggente.

Le parole di Davide, l’autore del salmo, si adattano sia alla condizione di Gesù sia a quella di Davide stesso, nel momento in cui era perseguitato da Saul e solo. Finora una “coincidenza”. Ma vediamo ciò che segue:

14 Sono versato come acqua, e tutte le mie ossa sono slogate; il mio cuore è come cera che si scioglie in mezzo alle mie viscere. 15 Il mio vigore si è inaridito come un coccio d’argilla e la mia lingua è attaccata al mio palato; tu mi hai posto nella polvere della morte. 16 Poiché cani mi hanno circondato; uno stuolo di malfattori mi ha attorniato; mi hanno forato le mani e i piedi.

“Mi hanno forato le mani e i piedi”? Questo NON è Davide perseguitato da Saul! Certo, ne ha passate di brutte, ma le ossa slogate, il cuore che si scioglie come cera (ricordiamo l’acqua mista a sangue che esce dal fianco di Gesù – Giovanni 19:34), la polvere della morte e tutto il resto sono la condizione di un uomo crocifisso e di certo Davide non è mai stato crocifisso! Il seguito lo conferma:

17 Io posso contare tutte le mie ossa; essi mi guardano e mi osservano. 18 Spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica.

Non è una crocifissione qualsiasi, ma quella di Gesù! Un fatto previsto da secoli,  come Gesù ricorda a chi lo ascolta. E vuole dire: “Nel mio supplizio sembra che io sia abbandonato, ma è cosa già scritta da gran tempo per un altissimo fine. Ora capite il senso del Salmo 22?”

19 Ma tu, o Eterno, non allontanarti; tu che sei la mia forza, affrettati a soccorrermi. 20 Libera la mia vita dalla spada, l’unica mia vita dalla zampa del cane. 21 Salvami dalla gola del leone e dalle corna dei bufali. Tu mi hai risposto. 22 Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli; ti loderò in mezzo all’assemblea.

“Tu mi hai risposto”! Gesù sulla croce ci dice che il Padre gli ha risposto, per salvarlo dal cane, dal leone, dai bufali, cioè dagli aguzzini e dalla gente che si fa beffe di lui meno di una settimana dopo averlo trionfalmente accolto a Gerusalemme. Il Padre lo salva dai nostri peccati di cui sta pagando il riscatto. Ed esorta i presenti e coloro che sempre leggeranno le sue parole:

23 O voi che temete l’Eterno, lodatelo; e voi tutti, discendenti di Giacobbe glorificatelo; e voi tutti, o stirpe d’Israele, temetelo. 24 Perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione dell’afflitto, e non gli ha nascosto la sua faccia; ma quando ha gridato a lui, lo ha esaudito. 25 Il motivo della mia lode nella grande assemblea sei tu; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono. 26 I bisognosi mangeranno e saranno saziati; quelli che cercano l’Eterno lo loderanno; il vostro cuore vivrà in eterno.

Un messaggio a “tutti coloro che temono l’Eterno”, ebrei e non, cui segue un accento particolare per gli Israeliti. I versetti finali sono una affermazione di trionfo e di fede illimitati. Un potentissimo messaggio a tutta l’umanità.

27 Tutte le estremità della terra si ricorderanno dell’Eterno e si convertiranno a lui, e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno davanti a te. 28 Poiché all’Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni. 29 Tutti i ricchi della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendono nella polvere e che non possono mantenersi in vita s’inchineranno davanti a lui. 30 Una posterità lo servirà, si parlerà del Signore alla futura generazione. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia a un popolo che deve ancora nascere, e che egli stesso ha fatto.

Altro che sentirsi abbandonato dal Padre! È il messaggio della redenzione e della salvezza rivolto a tutte le famiglie delle nazioni! Una affermazione di potenza assoluta che viene da un uomo morente, apparentemente solo, straziato dal supplizio della croce, con il quale si intendeva togliere al condannato anche la dignità. Ma quell’uomo ci dice che Dio – proprio il contrario di averlo abbandonato – non solo salva lui, ma – per mezzo di lui – tutti i popoli, tutte le nazioni, tanto i ricchi quanto i poveri.

Quel che è certo e che Gesù, nelle sue ultime parole, afferma fede e trionfo, non sconfitta e sfiducia.

Non dimentichiamo che questo è un Salmo di Davide! E, se pure non fosse Davide l’autore dei salmi, come alcuni increduli argomentano, è comunque un testo conosciuto secoli prima di Cristo! Ma si adatta perfettamente a Gesù sulla croce. Come è possibile? È “come se” Davide avesse scritto il Salmo 22 perché Gesù potesse spiegarlo con le sue ultime umane forze negli istanti finali.

“Come se”? In realtà, a questo punto, pensare che Salmo 22 e crocifissione siano parte di un messaggio integrato e coerente non è un atto di fede, ma la spiegazione più ragionevole! Le ultime parole di Gesù sulla croce sono rivolte a noi, e sono un messaggio di salvezza. Incredibilmente, i tanti ebrei presenti – inclusi i seguaci di Gesù – pur istruiti nelle scritture, non la capiscono, nonostante citassero un brano a loro conosciuto, accecati da chissà quali sentimenti: la tristezza, la paura, per altri il timore di perdere qualche ruolo, di inimicarsi i Romani e così via.

Ma noi, riusciamo a capire il messaggio di Gesù, pagato con la sua vita? O siamo anche noi accecati da cento cose “più importanti” del nostro personale e unico salvatore?

E qui, dovremmo tornare a parlare del centurione che disse: “Veramente costui è figlio di Dio”. Ma lo faremo un’altra volta. Per oggi chiudiamo invitando chi ci legge a pensare alla grandezza delle cose di cui parliamo quando diciamo “Buona Pasqua”. La Pasqua di Resurrezione è un fatto immenso, immediato adempimento della parole finali del Salmo 22. Pasqua è libertà e gioia fin dalla sua istituzione a ricordo dell’uscita del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. E, specificamente, la parola ebraica “pesach” indica il “passare oltre” dell’angelo della morte davanti ad ogni casa di Ebrei, sulle cui porte – secondo le istruzioni impartite da Mosè – c’era il sangue dell’agnello ucciso per l’occasione. Gesù venne a Gerusalemme per celebrare quella Pasqua,  e fu lui stesso l’agnello sacrificale il cui sangue fa sì che la morte possa passare oltre anche a noi e il nostro cuore vivrà in eterno (versetto 26). Ci libera pertanto dalla morte e dalla schiavitù del peccato. Dalle due Pasque arriva un unico messaggio, non una ripetizione dello stesso messaggio, ma un unico messaggio integrato. Celebrando la “pasqua cristiana”, includiamo anche quella ebraica, sia nel significato sia nel fatto storico: senza l’uscita dal Paese d’Egitto non sarebbe esistito il popolo da cui doveva nascere Gesù.

Chi volesse seguirci ancora, per scoprire altri messaggi sorprendenti della Bibbia, ci scriva qui.

E… “Buona Pasqua”!

Lucio

Culto di Domenica delle Palme – 25 marzo 2018

Quella che chiamiamo “ La Domenica delle Palme” è la celebrazione che la comunità cristiana fa dell’episodio evangelico dell’ingresso trionfale di Gesù di Nazareth a Gerusalemme. Una folla speranzosa lo acclama come il leader che li avrebbe portati alla liberazione dal pesante giogo che li opprimeva. Di più, lo acclama come il Messia, il Cristo, il Salvatore, colui che finalmente avrebbe stabilito l’agognata shalom e le loro grida di osanna lo testimoniano.
Sarebbero stati delusi? Molti sì, perché Gesù non si sarebbe rivelato quel Messia che attendevano. Gesù di Nazareth, però, era e rimane l’unico e il vero Messia, il Salvatore del mondo, così come le antiche profezie di Israele lo preannunziano. La maniera in cui Gesù realizza la sua messianicità, la salvezza dal peccato e dalle sue conseguenze, spesso è diversa da quella che ci attendiamo, ma è la più efficace, l’autentica. Lo stesso racconto evangelico dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme è pregnante di riferimenti alle antiche Scritture di Israele il cui messaggio è inequivocabile e che non ci deve sfuggire, a partire dal significato stesso dell’esclamazione osanna! che risuona quel giorno dalla folla che lo acclama. Che vuol dire? Scopriamolo insieme dopo la lettura di questo episodio in Matteo 21:1-10.
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Paolo Castellina

La dichiarazione di Londra 2000 – Per l’unità biblica nella chiesa

Il secondo volume della raccolta “Dichiarazioni evangeliche” presenta questa dichiarazione praticamente sconosciuta nell’ambito italiano, dichiarazione che riteniamo di grande valore ed attualità. Essa è stata riportata all’attenzione da alcuni suoi detrattori che la ritengono “un triste documento da dimenticare” mentre noi la riteniamo un documento eccellente da valorizzare e da ben meditare proprio per non cadere nei fatali errori che essa denunzia.

La Dichiarazione di Londra è opera dell’Alleanza di Cristiani Riformati (Alliance of Reformation Christians, che doveva essere l’equivalente britannico dell’Alleanza degli evangelici confessanti americana [The Alliance of Confessing Evangelicals]). Essa nasce dalla convinzione di una de-formazione spirituale e dottrinale nell’ambito delle chiese dovuta, in termini generali, ai cambiamenti culturali subìti e non veramente affrontati. L’obiettivo è quello d’invitare a una ri-forma delle chiese nel XXI secolo sulla base di una rinnovata presa di coscienza della propria identità dottrinale.

Fra i firmatari fondatori: Matthew Barry (riformato battista), Peter Collins (presbiteriano), Ian Cook (evangelico anglicano), Peter Glover (Coordinatore, presbiteriano), Alan Howe (presbiteriano), Finlay McIvor (presbiteriano), Mark Myatt (evangelico anglicano), Nick Needham (riformato battista), Gary Nixon (riformato battista), John Palmer (riformato battista), Andrew Shrimpton (riformato battista).

Il problema evangelico

L’evangelicalismo di oggi ha in gran parte perso il suo coraggio teologico collettivo. L’evangelicalismo è infatti diventato così insicuro della sua identità che i nostri antenati spirituali avrebbero difficoltà a vedere una continuità tra il movimento moderno e la chiesa del loro tempo.
All’alba di un nuovo millennio, invitiamo gli evangelici a pentirsi del diffuso peccato di indifferentismo dottrinale e storico. Le etichette dovrebbero significare qualcosa. Invitiamo quindi coloro che portano l’etichetta “evangelico” ad affermare di nuovo la loro fede in accordo con la testimonianza delle Scritture [1] ed in continuità con la fede storica della chiesa.

La questione della verità

Questo indifferentismo ha portato ad un relativismo nella chiesa, per cui ella tollera una gamma sempre più sconcertante d’interpretazioni di ciò che significa essere evangelico. Il fatto tragico è che oggi un numero smodato di coloro che professano lealtà all’evangelicalismo storico sia stato contagiato dallo spirito pluralista del nostro tempo. Sembra che la verità non importi più veramente. E una indifferenza nei confronti della verità ha aperto la porta alla tolleranza dell’errore, perfino dell’eresia stessa, fra coloro che sostengono di dare importanza a questioni del genere. Nella storia, gli evangelici sono stati disposti ad impegnarsi per una visione precisa della verità biblica, e spesso a rischiare la vita di conseguenza. Oggi sembra che questa chiarezza e questo impegno siano mancanti.
Invitiamo perciò gli evangelici a ritornare alla tradizionale visione biblica che esiste una verità oggettiva; che c’è un’unica verità; che ogni cosa che è incompatibile con la verità è falsità; e che affermare la veridicità di una particolare dottrina non è arroganza spirituale, ma un dovere biblico.

Una visione per una Riforma

La chiesa dev’essere sempre impegnata nella propria riforma [2]. Molti evangelici tuttavia, pur professandosi riformati, tollerano allo stesso tempo dottrine e pratiche che portano la chiesa nella direzione opposta, la deformazione della chiesa. Di conseguenza, molti non hanno idea di ciò che significherebbe in pratica una riforma nella dottrina e nella vita. Questa dichiarazione quindi, è un tentativo d’articolare una visione per una tale riforma.
Invitiamo perciò gli evangelici ad affermare una visione per riforma che sia in accordo con la testimonianza delle Scritture e in continuità con la fede storica della chiesa. E’ una visione di una chiesa che è sia cattolica che riformata.

Con “cattolica” non intendiamo “cattolica romana”. Usiamo la parola “cattolica”  [3] qui nel suo senso originale di universale e non-settaria. Non implichiamo alcuna lealtà alla Chiesa di Roma o ad altre organizzazioni che, ironicamente, hanno assunto il titolo “cattolico”, ma hanno poi la pretesa settaria che la verità si trovi solamente al proprio interno. Affermiamo di essere non cattolici romani, ma veri cattolici, cioè, unendoci alla chiesa storica di tutti i tempi nella confessione delle verità custodite nei grandi credi cattolici della chiesa primitiva – il Credo niceno, la Formula calcedonense, e (nella chiesa occidentale) il Credo apostolico. Con riformato, intendiamo che confessiamo quelle dottrine riguardo all’autorità delle Scritture ed alla salvezza per sola grazia che i nostri padri riformati hanno riaffermato al tempo della Riforma.

Quattro affermazioni

1. Cattolico e Riformato

Gli evangelici devono essere sia cattolici che riformati nella loro teologia.
Innanzitutto, affermiamo di essere cattolici, nel senso vero della parola. Ci uniamo cioè alla chiesa storica nell’affermare che i contenuti dei grandi credi cattolici della chiesa primitiva esprimono veramente l’insegnamento delle Scritture: il Credo niceno, il Credo di Calcedonia, e (nella chiesa occidentale) il Credo apostolico. Qui troviamo quelle verità fondamentali quali la Trinità, la creazione, e l’incarnazione del Figlio eterno, la sua morte espiatoria, la risurrezione fisica (compresa come fatto storico), l’ascensione nel cielo e la seconda venuta.
Invitiamo perciò gli evangelici ad essere solidali con i Padri e Riformatori nella confessione di questi credi quali affermazioni fondanti della verità biblica [4].
Nell’affermare che siamo cattolici, sosteniamo anche che siamo riformati. Vale a dire, difendiamo il cosiddetto principio formale della Riforma, cioè l’autorità suprema, l’inerranza e la completa sufficienza della Bibbia per la dottrina e la vita della chiesa. Di conseguenza, respingiamo tutte le pretese di rivelazione extra-biblica autorevoli, sia nella tradizione ecclesiastica che fra uomini viventi (come papi, o presunti apostoli o profeti moderni). Respingiamo anche l’insegnamento di Barth e dei suoi seguaci moderni che la rivelazione non sia da identificarsi con le parole stesse delle Scritture. Inoltre, difendiamo il cosiddetto principio materiale della Riforma, cioè la giustificazione forense per sola grazia attraverso la sola fede in Gesù Cristo soltanto.
Affermiamo per di più che siamo agostiniani nella nostra dottrina dell’uomo e nella nostra dottrina della salvezza. Crediamo infatti che Agostino ed i suoi successori, inclusi i Riformatori, riflettono fedelmente l’insegnamento biblico riguardo alla totale incapacità spirituale dell’uomo decaduto di rispondere a Dio, all’elezione incondizionata di un popolo da salvare per la grazia di Dio Padre, al disegno dell’opera espiatoria del Figlio incarnato con lo scopo di acquistare sicuramente e certamente la salvezza di quel popolo, alla grazia monergistica dello Spirito Santo nella rigenerazione, ed alla perseveranza degli eletti. Respingiamo pertanto anche ogni forma di sinergismo o semi-pelagianismo secondo cui all’uomo viene riconosciuto un ruolo di cooperazione nella sua rigenerazione,  es. Arminianesimo. Respingiamo ugualmente qualsiasi ammorbidimento della soteriologia agostiniana, es. Amiraldismo (Calvinismo “a quattro punti”), e qualsiasi indurimento, es. Iper-calvinismo[5].
Riguardo a queste dottrine affermiamo, invece, i contenuti comuni delle più importanti confessioni di fede riformate quali i Trentanove articoli di religione (Anglicana), le Tre Forme di Unità (Riformata olandese), la Confessione di Westminster (Presbiteriana), la Dichiarazione di Savoia (Indipendente), e la Confessione Battista del 1689 (Battista). 
Invitiamo perciò gli evangelici nelle loro rispettive tradizioni a dichiarare la loro fedeltà alle proprie confessioni storiche quali affermazioni riassuntive della verità biblica.
L’idea di un’unica Chiesa Cattolica e Riformata – una maestosa corrente principale di ortodossia storica cristiana – è quindi parte integrante della nostra comprensione. Affermiamo che questa idea sia vera e fondante per qualsiasi prospettiva evangelica degna di questo nome. Insieme a questa affermazione, chiediamo che ci siano dei confini dottrinali ben-definiti e confessati, per paura che la nostra cattolicità percorra la “via larga” non-biblica di gran parte dell’evangelicalismo di oggi. Tuttavia, chiediamo parimenti d’evitare tutti i sentieri secondari di poca importanza (come, per esempio, una crociata perché tutte le chiese necessariamente cantino solo i Salmi, o adottino una particolare versione della Bibbia quale prova che il loro culto sia veramente riformato). Sarebbe una tragedia se la nostra comprensione di quel che è “riformato” fosse determinato da conflitti interni su questioni meno importanti.
Invitiamo perciò gli evangelici a fare attenzione e ad evitare i pericoli sia del Nuovo liberalismo all’interno dell’evangelicalismo, sia della rinascita del settarismo riformato.
2. La chiesa storica
I cattolici riformati affermano l’importanza della chiesa e della sua storia in ogni visione autentica dell’opera redentrice di Dio nello spazio e nel tempo. L’evangelicalismo è oggi infetto da una mortale amnesia nei confronti della chiesa storica. Il cristianesimo non ha tuttavia avuto inizio con la nostra conversione! Siamo invece stati presi ed inseriti nel corso della storia del popolo salvato di Dio. Non dobbiamo quindi interessarci di un cristianesimo che è separato dalla vita della chiesa.
Invitiamo perciò gli evangelici a ricollegarsi consapevolmente con la chiesa storica e a cercare d’esprimere la propria fede soprattutto in un contesto ecclesiale. Invitiamo in particolare gli evangelici a non impegnarsi semplicemente in qualche riforma disincarnata, ma in una riforma della chiesa.
Pensare “cristiano” significa, quindi, pensare “chiesa”. Ricollegarsi alla chiesa storica significa entrare a far parte e ad apprezzare la storia di una comunità che inizia con Adamo, si spiega nel racconto dell’Antico Testamento della nazione d’Israele, il popolo dell’alleanza, e si compie nell’incarnazione del Messia, nel suo dono dello Spirito e nella storia della Nuova chiesa dell’alleanza che continua fino ai giorni nostri. Nonostante gli effetti del peccato umano, visti nelle frequenti defezioni della chiesa dalla verità biblica, affermiamo che c’è sempre stata una continua successione di veri credenti in ogni generazione. Di conseguenza, respingiamo necessariamente la moderna antipatia evangelica verso ogni cosa che ha a che fare con la storia. Diffidiamo di nuove comprensioni bibliche che nascono all’interno di movimenti moderni poco legati all’ortodossia storica, fra cui menzioniamo ogni forma di pentecostalismo e dispensazionalismo.
Invitiamo perciò gli evangelici a fare propri e ad apprezzare tutto ciò che è nobile e vero nella storia visibile della chiesa cristiana, partendo dai primi Padri della chiesa, passando per i grandi personaggi del Medioevo e della Riforma fino a quelli di oggi, sia nei rami orientali che occidentali della chiesa, cioè ovunque è stata evidente la “corrente maestosa”. Invitiamo gli evangelici ad ascoltare attentamente i testimoni storici della nostra comunità, e, come i credenti della Berea [6], ad esaminare quotidianamente le Scritture per vedere se la loro testimonianza è vera.

3. Adorazione biblicamente informata

I cattolici riformati affermano la loro dedizione ad una forma d’adorazione centrata su Dio. L’adorazione non esiste in primo luogo per la benedizione dell’uomo, ma prima di tutto per glorificare Dio. Respingiamo quindi gran parte di ciò che oggi si fa passare per adorazione, con il suo ethos centrato sull’uomo e che mira a stimolare ed intrattenere gli “adoratori” in modo che possano sentirsi bene e benedetti. In modo specifico respingiamo lo spettacolo soggettivo e spesso disordinato dell’adorazione stile carismatico, con tutte le relative pratiche, come il presunto parlare in lingue, le profezie, le “uccisioni nello Spirito”, ecc. Affermiamo che in ogni cosa che facciamo nell’adorazione – le nostre preghiere e le nostre lodi, il nostro ascolto della Parola di Dio, la nostra partecipazione nella cena del Signore – il nostro scopo primario deve essere di riconoscere la gloria di Dio, a prescindere dal fatto che ci faccia sentire bene o meno.
Dicendo questo, sosteniamo anche che il Dio sul quale l’adorazione va centrata dev’essere il vero Dio delle Scritture – la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte in un’essenza. Pensiamo che sia ora di smettere di trattare la Trinità come un pezzo di teologia astratta, e invece permettere in modo consapevole alla realtà della Trinità di formare la nostra pratica dell’adorazione – informare le nostre preghiere, le nostre lodi, ed il nostro insegnamento. Non adoriamo qualche Dio unitario, o Gesù da solo; adoriamo Dio Padre, Dio Figlio, e Dio Spirito Santo, la santa Trinità, al di fuori di cui non c’è dio. La vera adorazione è e deve essere adorazione trinitaria.
Un’adorazione centrata su Dio sarà guidata da ciò che Dio dice nella sua Parola. Affermiamo quindi che un approccio biblico all’adorazione comporterà certi eventi specifici con una certa sequenza naturale. Questa struttura richiederà la confessione del peccato all’inizio del culto, mentre prendiamo coscienza della santità di Dio, e sarà accompagnata dalla rassicurazione del suo perdono; il canto dei salmi e degli inni con melodie riverenti; letture estese delle Scritture (preferibilmente tratte da entrambi i Testamenti) come un atto di adorazione in sé; esposizione biblica; preghiere di intercessione, e benedizioni. La cena del Signore è il modo più appropriato per concludere questo tempo di adorazione [7]. Affermiamo che sia desiderabile celebrare la cena del Signore frequentemente, e cioè settimanalmente, perché contribuisce alla completezza dell’adorazione biblica, e abbracciamo la storica convinzione riformata che la cena sia un mezzo di grazia per il quale il Cristo risorto pasce il suo popolo per lo Spirito Santo.
Affermiamo infine che la nostra adorazione deve trovare i modi per esprimere il principio del sacerdozio di tutti i credenti. Non veniamo al culto per guardare e ascoltare il ministro che adora al nostro posto, ma per offrire attivamente ed unitariamente la nostra adorazione a Dio quale popolo sacerdotale. I primi Padri della chiesa e i Riformatori espressero questo principio coinvolgendo i membri di chiesa nelle liturgie, e queste includevano elementi come la recita o il canto collettivi della preghiera del Signore e del Credo apostolico o niceno. Affermiamo che, nell’esercizio della loro libertà cristiana, le chiese oggi sono libere (benché non obbligate) a seguire questo stesso modello.
Invitiamo perciò gli evangelici ad abbracciare una teologia dell’adorazione che incoraggi l’organizzazione dei culti secondo una struttura fondata teologicamente e biblicamente e centrata sulla Trinità.

4. La signoria di Cristo

I cattolici riformati affermano la signoria di Cristo sull’intera vita umana e su tutta la cultura. Sebbene sia giusto separarsi dall’eresia e dall’incredulità nella vita della chiesa, respingiamo un atteggiamento sconsiderato di separatismo nei confronti del contesto sociale nel quale Dio ci ha posti. Il cristianesimo è molto di più della pia coltivazione della propria vita interiore. Cristo ha delle pretese non solo sugli affari privati dell’anima individuale, ma anche sugli affari pubblici della comunità, della nazione, e del mondo. In particolare, lamentiamo l’influenza fra gli evangelici di un dispensazionalismo pietista secondo il quale il mondo viene considerato irrimediabilmente malvagio (e quindi non meritevole dei nostri sforzi per influenzarlo), e secondo il quale l’unica speranza dovrebbe essere l’imminente rapimento dei santi.
Inoltre, affermiamo la necessità di un approccio cristocentrico e biblico verso ogni aspetto della vita umana, es. la politica, l’economia, la scienza, le arti. I cristiani devono essere come il sale e la luce nel mondo. Sosteniamo quindi la posizione che i cristiani devono sfidare e trasformare la società. Ciononostante, respingiamo ogni forma di legalismo secondo i quali la volontà di Cristo per le nazioni viene identificata in modo semplicistico con l’imposizione degli aspetti non-rituali della legge mosaica dell’Antico Testamento [8].
Invitiamo perciò gli evangelici nella nostra epoca pluralista a rendere testimonianza pubblica al diritto esclusivo di Cristo all’autorità su tutti gli aspetti della vita. Invitiamo gli evangelici a proclamare che tutte le persone e tutte le istituzioni devono piegare il ginocchio davanti a Lui.
Note
1. 2 Corinzi 13,8, Galati 4,16.
2. Per i riformatori del XVI secolo una chiesa fedele era ecclesia reformata sed semper reformanda, cioè una chiesa riformata, ma sempre bisognosa di riforma.
3. Dal greco katholikos, “riguardante la totalità” – con riferimento alla comunità dei veri credenti in tutto il mondo. E’ in questo senso che diciamo nel Credo, “Crediamo nella santa Chiesa Cattolica”.
4. Raccomandiamo che le chiese siano libere di adottare il Credo niceno o nella sua forma originale, senza la proposizione filioque, o nella sua successiva forma occidentale, con la proposizione filioque. Non tutti i teologi riformati hanno accettato la teologia implicata nella proposizione filioque, che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un’unica fonte nella Trinità ontologica. Questa è una questione che preferiremmo fosse discussa fra fratelli piuttosto di essere una causa di divisione.
5. Con “Iper-calvinismo” intendiamo il rifiuto della responsabilità da parte della chiesa di invitare tutti i peccatori indiscriminatamente a fidarsi di Cristo per la salvezza.
6. Atti 17,11.
7. Atti 20,7, 1Cor 11,18-20. Il culto nel giorno del Signore senza la cena del Signore può certamente essere lo stesso una vera adorazione, ma noi vorremmo suggerire che manchi di completezza senza la cena. Calvino sosteneva che si dovesse celebrare la cena del Signore “almeno una volta la settimana” (Istituzione della religione cristiana IV.17.43).
8. Riguardo a Israele e agli aspetti civili della legge mosaica la Confessione di Westminster dice, “Al popolo di Israele, come società civile, diede pure diverse leggi giudiziarie che non sono più in vigore da quando gli ebrei cessarono di essere una nazione. Nessuno è più ora tenuto alla loro osservanza, benché i loro principi generali di giustizia siano ancora validi in campo morale” (19.4). In altre parole, bisogna distinguere l’aspetto civile, politico e giudiziario della legge mosaica dal suo aspetto puramente morale. Il primo non è vincolante, o solo nella misura in cui possiamo discernere l’attuazione di un principio generale di giustizia che può avere qualche applicazione (forse in forma diversa) nella società odierna.

Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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