\"NULLA SIA PIÙ FORTE DELLA VOSTRA FEDE\"

GIOSUÈ GIANAVELLO

​Navigando verso la meta sospinti dal “vento giusto” – Culto di domenica 21 maggio

Dove sta andando la storia umana? Verso un inarrestabile progresso? Verso il caos e l’autodistruzione? In corsi e ricorsi sempre uguali?  Da nessuna parte? No, la storia umana segue il corso stabilito da Dio e si muove verso gli obiettivi che Egli ha stabilito. Di questi piani Egli ne ha dato intelligenza al suo popolo. Ce ne parla il testo biblico di questa settimana: Giovanni 16:13-15.

Domenica 14 Maggio 2017 – Quinta Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 25 In che modo Cristo esegue il compito di Sacerdote?

Testi biblici: Atti 17:22-31; 1 Pietro 3:13-22; Giovanni 14:15-21; Salmi 66:7-18

Salmo da cantare: 66 [Popoli in coro, orsù lodate (Ginevrino).

Preghiera: Oh Dio, che hai preparato per coloro che ti amano cose che vanno ben oltre la nostra comprensione: riversa nel nostro cuore un tale amore verso di Te che noi, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, si ottenga ciò che Tu prometti, che va ben oltre a quanto noi si potrebbe desiderare; per Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, un solo Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Predicazione: Navigando verso la meta sospinti dal “vento giusto” (Giovanni 16:13-15)

Versione video: https://youtu.be/rQIH39viQuE

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Paolo Castellina

Chiesa Valdese e Metodista: le origini della crisi

di Giuseppe Rai

Giuseppe Rai ha già scritto su questo sito, sia pure sotto pseudonimo. Lo ringraziamo per questo nuovo contributo, questa volta con il suo nome, che pubblichiamo in diverse parti, data la sua lunghezza.

Non ci sono più dubbi ormai, dentro la Chiesa lo ammettono da più parti; la Chiesa Valdese (Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi) è in crisi! Una crisi che coinvolge diversi aspetti della vita ecclesiale, dei quali quello numerico, con un progressivo ed inarrestabile calo dei membri, è soltanto il più evidente, la punta dell’iceberg di una crisi molto più vasta e profonda.

Fino a pochi anni fa, di fronte ad un progressivo declino dei numeri, la risposta che l’establishment si e ci dava, era soltanto quella di “ignorare il problema” o tuttalpiù di consolarsi con il fatto che anche le altre Chiese (storiche) soffrivano dello stesso fenomeno; adesso però i numeri, i maledetti numeri (membri di Chiesa e contribuzioni) costringono tutti, a cominciare dai Pastori e dal resto dell’establishment, ad affrontare il problema, senza più nascondere la testa sotto la sabbia.

Che cos’è che non va nella Chiesa Valdese? Qual è la causa del suo progressivo “svuotamento”?

Dare una risposta non è facile, o meglio lo è, però così facendo si corre il rischio di banalizzare. Se sottoponessimo tutta la questione ad un gruppo di fedeli di un’altra Chiesa Cristiana, tra quelle che invece di essere in crisi sono in espansione, e nel giro di pochi giorni ci direbbero subito quali sono le cose che non vanno da noi, facendo un semplice confronto con la loro realtà.

Senza scomodare questi fratelli però, possiamo anche noi fare un’analisi interna per cercare le radici dei mali che ci affliggono.

Il nostro “male” non è cosa recente, ma ha origini lontane, almeno mezzo secolo, se non oltre, e se oggi si è cronicizzato, è solo perché durante gli ultimi cinquant’anni non si è voluto trovare una cura adeguata (poi vedremo anche il perché).

Cominciamo dal cd “Patto d’integrazione” di cui si è recentemente ricordato il quarantennale; Valdesi e Metodisti nel 1975 hanno deciso di trovare una via comune di testimoniare l’Evangelo in Italia. Durante le celebrazioni dell’anniversario si è più volte sottolineato come questo Patto abbia funzionato bene e come le sue origini siano state dettate dai molti punti di comunione che già allora legavano le due Chiese, Valdesi e Metodiste.

Non c’è dubbio che, al di là delle differenze teologiche delle due confessioni, che non pregiudicavano una comune azione di testimonianza, a giocare a favore del Patto sono state, da un lato la convergenza su molti temi etico-sociali e dall’altro la necessità di ottimizzare le forze (esigue) nella testimonianza. Questa seconda motivazione, però, denotava già allora la consapevolezza da parte dell’establishment delle due Chiese, dello stato di difficoltà che entrambe stavano attraversando già da diverso tempo (calo di vocazione e difficoltà di evangelizzare in una società sempre più laica e secolare). Unire le forze è quindi sembrata la soluzione più ovvia, ma purtroppo anche quella più “a buon mercato”, e come si sa, le soluzioni a buon mercato, o in termini biblici, quelle dettate dall’umano discernimento, che però non tengono veramente conto dell’opinione di Dio, produco molto spesso dei risultati deludenti, se non addirittura controproducenti a lungo andare.

(prima parte – continua)

Una predicazione che innesca una rivoluzione? – CULTO DI DOMENICA 14 MAGGIO 2017

La predicazione cristiana può suscitare in chi l’ascolta reazioni violente? Il più delle volte oggi, tutto quello che suscita sono spesso solo sbadigli ed attacchi di sonno per la noia di dover udire banalità inconcludenti che, in ogni caso, non turbano nessuno. Non così la predicazione fedele dell’Evangelo animata dallo Spirito Santo. È quello che succede dopo la predicazione di Stefano la cui risposta esaminiamo quest’oggi nel testo biblico di Atti 7:54-60.

Domenica 14 Maggio 2017 – Quinta Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 24. In che modo Cristo adempie al compito di Sacerdote?

Testi biblici: Atti 7:55-60; 1 Pietro 2:2-10; Giovanni 14:1-14; Salmi 31:1-5, 15-16

Salmo da cantare: 31 [Signor, fa' si ch'io non sia confuso (Ginevrino)].

Preghiera: Onnipotente Iddio, che vita eterna è conoscerti veramente: Concedici di conoscere Tuo figlio così perfettamente come via, verità e vita, che noi si possa perseveranti seguire i Suoi passi sulla via che conduce a vita eterna; per Gesù Cristo, Tuo figlio, nostro Signore, che vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, un solo Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Predicazione: Una predicazione che innesca una rivoluzione?

Versione video: https://youtu.be/AZtHJLWvYqg

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Paolo Castellina

Nuove sorprese dalla Bibbia, fin “dal principio” (6). Un messaggio dal Pentateuco, nascosto per più di 3mila anni

Come abbiamo detto nelle parti precedenti (la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta), esattamente all’inizio di Genesi e Esodo si trova la parola תורה , cioè “torah”, nome ebraico del Pentateuco, scritto nel modo normale, cioè da destra a sinistra, saltando 49 lettere dalla prima “t”, e – molto vicino all’inizio di Numeri e Deuteronomio, la si trova scritta a rovescio, saltando rispettivamente 49 e poi 48 lettere. Come avevamo già anticipato, in Levitico non si osserva questo fenomeno. Ma qualcuno ha cercato e cercato, come dice l’apostolo Paolo ha investigato le scritture, e nel terzo libro del Pentateuco ha trovato qualcos’altro. Ha trovato il nome di Dio nell’Antico Testamento, il “quadrilittero sacro”, quella parola, che si scrive יהוה , che gli Ebrei non leggono, dicendo invece

Il primo verso del Levitico. Nei cerchietti rossi, la parola “Yahwe”, con sette lettere di intervallo tra una lettera e l’altra

“Adonai”, cioè “il mio signore” quando la incontrano. Se pronunciata come si scrive dovrebbe essere “yahwe”, la stessa parola da cui i Testimoni di Geova prendono il nome. E dove si trova questa parola? Partendo dalla prima “y” del primo capitolo, poi saltando sette lettere ogni volta fino ad arrivare a alle quattro lettere della parola, come si vede nell’immagine qui a fianco. È evidente che l’intervallo di sette lettere è molto significativo. Sette è il numero biblico per eccellenza e 49, l’intervallo che si è riscontrato in Genesi, Esodo e Numeri, è sette volte sette. In Deuteronomio troviamo un intervallo di 48 lettere, ma questo vuol dire che ogni volta si deve leggere la quarantanovesima (7 volte 7).

Il messaggio è fortissimo: come proviamo a evidenziare nella figura qui a fianco, ci sono quattro dei cinque libri del Pentateuco convergono a indicare quello centrale. In altre parole al centro dell’insegnamento (questo è il significato proprio di “torah”, che molti traduttori rendono con “legge”; in entrambi i casi la cosa funziona benissimo), c’è Dio.

Vediamo quante probabilità ci sono che si tratti di un’ulteriore coincidenza. Proviamo ad essere il più severi possibile e diciamo che la parola “yahwe” che si trova in Levitico non è l’unica che possiamo immaginare, in quella posizione, anche se è difficile pensarne una più appropriata. Potrebbe forse esserci “elohim”, altra parola usata per indicare Dio, o un’altra parola ancora. E aggiungiamo che l’intervallo di 7 lettere è una possibilità in più rispetto a 49: in altre parole, se l’intervallo fosse stato di 49 lettere l’avremmo considerato lo stesso significativo. Nonostante questo, la probabilità che si verifichino le quattro particolarità che abbiamo visto nei precedenti capitoli in Genesi, Esodo, Numeri e Deuteronomio, e in più quella illustrata in questa parte a proposito del Levitico, è una su 3200 trilioni (una su 3.200.000.000.000.000). Che tu compri un solo biglietto della Lotteria d’Italia e vinca, e poi tu faccia la stessa cosa l’anno prossimo è 12 volte più probabile che accada rispetto a questo.

Insomma: NON È UN CASO. È chiaramente un fatto voluto. Rimasto nascosto migliaia di anni, finché un gruppo di studiosi l’ha scoperto circa 70 anni fa.

Nella prossima e ultima puntata vedremo quali sono le implicazioni di questo.

(sesta e penultima puntata)

Come Cristo o come tutti gli altri? – Culto di domenica 7 maggio 2017

 L’aspirazione ad “essere come tutti gli altri” è tipica di questo mondo.
Non è però quella del cristiano che, piuttosto, è quella di somigliare al Gesù, il Signore e Salvatore Gesù Cristo. È Lui il pastore che seguiamo fiduciosamente, perché seguire l’andazzo di questo mondo vuol dire andare in rovina, mentre seguire Gesù è salvezza.
Studieremo oggi l’argomento sulla base del testo biblico 1 Pietro 2:19-25. Lo faremo considerando (1) La perfezione della persona di Cristo; (2) In che senso Gesù deve essere nostro esempio; (3) Perché debba essere questo l’obiettivo della nostra vita; (4) alcune specifiche applicazioni, e (5) in che modo si possa assomigliare a Cristo.
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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14) (3a e ultima parte)

di Marco Soranno

(segue dalla seconda parte)

Il pericolo non consiste nel fatto che la luce si spenga. I Cristiani debbono guardarsi da certi comportamenti che danneggerebbero la testimonianza al mondo:

1] La luce non va nascosta. Il discepolo di Cristo non deve chiudersi nella propria intimità (cosa che rivela oscurità), con il pretesto di darsi alla contemplazione, poiché non è mai stato comandato da Gesù. Il Chiostro (sia esso mentale o materiale) non appartiene al discepolato dei seguaci di Cristo, i quali debbono illuminare il mondo con l’esempio piuttosto che con la fuga. Per quelli che hanno bramosia di allegorizzare tutto, l’immagine della città non è del tutto adatta all’idea delle opere. Ma bisogna tenere conto che: 1) non si tratta di un’allegoria, Gesù parla di una città che è visibile da lontano; 2) Gesù parla di una città, quindi non si riferisce alla città per eccellenza (Gerusalemme, città di Dio sul monte Sion) ma semplicemente a una città sita su un monte; 3) anticamente, per questioni igieniche, quanto per maggiore sicurezza contro i criminali, le città (e le borgate) della Palestina erano edificate sulla sommità o i fianchi della montagna,e dunque a motivo della loro posizione elevata non possono essere nascoste. La Chiesa è dunque destinata ad occupare nel mondo una posizione eminente affinché possa svolgere con efficacia la missione affidatagli.

Il moggio (il contenitore d’argilla per misurare il grano) simboleggia ciò che è mondano e rischia di offuscare la nostra testimonianza. La robusta mondanità è tipica di tanti sedicenti discepoli, convinti che il vanto d’essere “di Cristo” autorizzi a vivere secondo il mondo, senza il benché minimo rischio.

2] La luce non deve abbagliare. La nostra testimonianza non dev’essere aggressiva. Dinanzi le coscienze più deboli e incerte di fronte ai cambiamenti nei confronti delle tradizioni, occorre rispetto. Perché riscoprano la fede, le persone dovranno maturare alla luce e al calore dell’Evangelo.

L’irruenza e l’intolleranza nei confronti di chi vuol affrettare il cambiamento nelle persone che vengono a contatto con la fede (e la Chiesa) Evangelica, non è una cosa buona. Un simile agire è demagogico, non pedagogico! Si lusingano le anime deboli, piuttosto che fortificarle.

Ricordiamocelo: I frutti matureranno a tempo debito, dal seme fecondo della Parola di Dio. Questo deve motivare l’evangelizzazione senza cedere però alla nevrosi, all’ansia da prestazione.

3] Il Cristiano non brilla di luce propria: Non dobbiamo vantarci di noi stessi. La nostra teologia, tradizione e identità religiosa non sono la luce. Tutto ciò che rende passivo il discepolo, non dà gloria a Dio. A differenza del sale (che può diventare insipido), la luce non perde il proprio splendore ma ciò non giustifica indolenza, bensì piena aderenza all’Evangelo. Nessuna pretestuosa “illuminazione interiore” (esperienza emotiva separata dalla Parola) ma la piena adesione al Vangelo: Tale è il criterio per definire la luce del Signore dagli effimeri bagliori della religione.

Matteo usa l’espressione καλὰ ἔργα che possiamo rendere con azioni nobili, onorevoli, quindi tutti i discepoli devono essere operosi, concreti nel manifestare gli effetti dell’insegnamento di Gesù.

Matteo (a differenza di Paolo) considera indicativo e imperativo. Il suo Vangelo è tra i pochi libri del N.T. in cui l’onore al Signore Dio appaia così chiaramente come l’obiettivo di tutto l’agire cristiano. Quando la vera luce illumina gli uomini, essi sono esortati a farla risplendere (Isaia 60:1-3). La Chiesa è la comunità di fede che deve far brillare la luce (adesione al Vangelo di Cristo) mediante le opere. Ciò vuol dire che i cristiani sono luce del mondo, perché lasciano brillare le loro opere.

L’indicativo “voi siete la luce del mondo” è una richiesta che è necessario attuare tramite le azioni, senza fermarsi alle parole.

Il Vangelo ci parla di buone azioni e ciò si presta a due interpretazioni: 1) traducendo l’espressione ebraica ma’asìm tòvìm, si intendono le richieste di Dio (opere pie, elemosine) che non sono prescritte come Legge dalla Toràh; 2) dopo la scomparsa degli Apostoli, i teologi intesero le parole di Gesù come definizione della prassi cristiana (cf. Il Pastore di Erma, la 2° Lettera di Clemente). NB: Per noi evangelici, parlarne è tutt’atro che facile. La nostra teologia contesta le cosiddette opere meritorie, ma non esclude affatto le opere di fede. In altre parole, l’opera è conseguenza della fede, non sua premessa. Le buone opere dimostrano concretamente il nostro cambiamento di vita. Pertanto, l’essere luce del Signore è strettamente connesso al frutto di luce (Efesini 5:9). In tutto ciò consiste il servizio cristiano: le diaconie sono connesse all’evangelizzazione poiché l’esempio insegna, e quanti hanno pregiudizio contro il Cristianesimo, nel vedere le nostre buone opere, possono essere portati ad amare la verità.

Concludendo, questo brano del Vangelo allontana dalla sete di gloria che è propria dell’uomo (cf. Teodoro di Eraclea).

Impariamo così quanto i Cristiani debbano essere santi e spirituali, perché solo una vita conforme all’Evangelo dà senso al nostro chiamarci Cristiani. Dopo cinquecento anni, la Riforma conserva tutto il valore, poiché l’urgenza della Chiesa Riformata e non conformata, ci sprona a effondere una luce che nessuna tenebra intellettuale e morale potrà mai offuscare.

Amen.

 

 

Alle radici della nostra libertà – Culto di domenica 30 aprile 2017

La libertà è un valore molto importante. Insieme alla democrazia e ad altri valori, fa parte della cultura occidentale ed è fermamente radicata nella fede ebraica e cristiana. La difesa della libertà, però, non è soltanto qualcosa che riguardi l’azione politica e sociale. Dobbiamo essere noi stessi, interiormente e spiritualmente, persone libere. Questo è il dono di Cristo quando lo seguiamo consapevolmente e con impegno come suoi discepoli. È ciò che ci insegna la Parola di Dio nel testo biblico di questa settimana: 1 Pietro 1:18-21.

Domenica 30 Aprile 2017 – Terza Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

D/R 22 In che modo Cristo, essendo Figlio di Dio, divenne uomo?

Testi biblici: Atti 2:14a,36-41; 1 Pietro 1:17-23; Luca 24:13-35; Salmi 116:1-3, 10-17

Salmo da cantare: 116 [Amo l'Eterno, mio soccorritor (Ginevrino)].

Preghiera: O Dio, il cui beato Figlio hai fatto conoscere ai Suoi discepoli nello spezzare del pane: Apri gli occhi della nostra fede, affinché possiamo contemplarlo nella Sua opera redentrice; che vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, un solo Dio, ora e per sempre.

Predicazione: Alle radici della nostra libertà (1 Pietro 1:18-21).

Versione video: https://youtu.be/zZdUcFKAJmU

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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14) (2a parte)

di Marco Soranno

(Segue dalla prima parte)

Chi rappresenta la luce del mondo oggi? Vi sono denominazioni che proclamano di essere l’unica espressione legittima della luce del mondo, ma ciò è fuorviante, perché la metafora della luce è rivolta al gruppo dei discepoli, gruppo piccolo e perseguitato. Gesù coinvolge tutta la Chiesa, non soltanto quelli che da molti sono considerati “addetti ai lavori” (teologi, pastori e predicatori).

V’è un richiamo all’Antico Testamento, poiché Israele fu chiamato da Dio ad essere Luce delle nazioni (Isaia 42:6; 49:6). Allo stesso modo, la Chiesa è da Lui chiamata a svolgere il medesimo ruolo, perchè tutto il Corpo di Cristo attraverso le epoche (Universale) e in ogni luogo (Locale) illumina il mondo (i Cristiani non debbono coltivare soltanto tra loro la speranza in Gesù, altrimenti diventano una consorteria).

Come intendere la parola mondo? Non pochi tra noi ne fanno una applicazione che risulta drastica: tutto ciò che riguarda noi “non piace a Dio” ed è prossimo ad esser distrutto. Ma non è così, perché il mondo è oggetto dell’amore di Dio (Giovanni 3:16) e proprio per questo va evangelizzato, non “bannato”.

Le persone hanno bisogno d’essere illuminate per poter capire la loro condizione peccaminosa, dovuta alle tenebre che separano da Dio.

Il pronome voi è enfatico. Se il cristiano è fedele alla sua missione, avendo accettato Gesù come luce del mondo, diverrà riflettore di questa luce.

Occorre dire cosa significhi essere luce per noi, oggi:

1] La luce vince le tenebre: Non è uno slogan. La luce è da sempre simbolo della presenza di Dio, che ha suscitato la Chiesa affinché vinca le tenebre del peccato e dell’ignoranza, rettificando gli errori e annunciando l’Evangelo ai perduti, affinché si ritrovino. La missione della Chiesa viene meno se prevale la tendenza a sminuire la gravità del peccato, poiché ancora oggi vi sono quelli che mutano la luce in tenebre (Isaia 5:20). Parlare di tenebre che accecano l’umanità per molti sa di “medioevo”, eppure è una verità senza tempo, proprio come lo è la promessa di Dio di vincere le tenebre.

2] La luce serve per indicare la direzione: Nell’annunciare la Buona Notizia, siamo tutti coinvolti quale popolo di convertiti: Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende (Isaia 9:1).

L’Evangelo invita alla conversione, cioè al cambio di direzione/comportamento.

Nel condurre a Cristo gli altri, indichiamo loro la strada giusta da seguire. La via per guadagnare il Cielo? No, ma il modo di ricevere il Cielo dentro di noi. Il nostro stile di vita testimonia il cammino che si è intrapreso in Cristo, ma dobbiamo ricordarci che in quanto Cristiani, siamo guidati dalla Parola (Salmo 119:105), dal precetto e dall’insegnamento (Proverbi 6:23). Quindi la dottrina è importante.

3] La luce significa separazione: Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre (Genesi 1:4). In vista della nuova creazione (Matteo 19:28), Dio ci separa, o ci mette a parte, per uno scopo: appartenergli appieno. La luce di Cristo esorta a santità tutti quelli che Egli chiama (Romani 8:30). Ci separiamo dalle cose del mondo (1Giovanni 2:15) ma non compiamo una fuga dalla vita! dobbiamo viverla come dono anziché peso, a motivo della nuova umanità che abbiamo ricevuto in Gesù. Soltanto così, i cristiani non rimarranno al di sotto del livello morale indicato nel Sermone sul monte.

(seconda parte – continua)

Una speranza viva e producente – Culto di domenica 23 aprile 2017

Sono tanti i motivi per i quali nella nostra vita possiamo sentirci scoraggiati, demotivati, frustrati… C’è però un modo potente ed efficace per vederci restituire coraggio e motivazione. Non consolazioni a buon mercato, ma una forza potente: guardare con fiducia alla risurrezione del Signore Gesù Cristo dai morti e lasciare che essa ispiri, sostenga, rafforzi e motivi la nostra vita. È ciò che Dio vuole comunicarci questa Domenica attraverso il testo biblico di 1 Pietro 1:3-9. Vediamo.

Domenica 23 Aprile 2017 – Seconda Domenica di Pasqua

Confessione di fede: Catechismo minore di Westminster.

21. D. Chi è il Redentore degli eletti di Dio?

Testi biblici: Atti 2:14,22-32; 1 Pietro 1:3-9; Giovanni 20:19-31; Salmi 16

Salmo da cantare: Salmo 16 [Confido in Te (Ginevrino)].

Preghiera: Onnipotente ed eterno Iddio, che nel mistero pasquale hai stabilito il nuovo patto della riconciliazione: Concedi che tutti coloro che sono rinati nella comunione del Corpo di Cristo possano manifestare nella loro vita ciò che professano con la loro fede; per Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, un solo Dio, nei secoli del secoli. Amen.

Predicazione: Una speranza viva e producente (1 Pietro 1:3-9)

Versione video: https://youtu.be/Y3IFLwEl3bQ

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Paolo Castellina

“Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5:14)

di Marco Soranno

Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5:14-16).

Ho dunque considerato le parole di Gesù nella prospettiva di essere un Cristiano impegnato e membro della S.A.V., riconoscendoci espressione legittima della luce del mondo. Ovviamente, non riteniamo d’essere i soli a farlo, ma il nostro essere Cristiani Evangelici (Valdesi e non) desidera conformarsi sempre e comunque alle parole del Maestro.

Sin dalla nostra pubblica presa di posizione al Sinodo 2010, vogliamo illuminare il mondo ricordando che la Chiesa viene giudicata dalla Parola, da essa modellata per testimoniare alle genti la Signoria di Cristo, che venne come Colui che serve (Luca 22:27). Il servizio reso in Cristo comporta chiarezza senza compromesso, in quanto ci è a cuore il fine ultimo della fede, ovvero la salvezza delle anime (1Pietro 1:9).

§ Questa è la seconda metafora che Gesù usa per indicare ai Suoi la posizione che occupano nel mondo. Passare dalla metafora del sale a quella della luce è immediato. La salinità e la luminosità indicano quello che noi siamo nel Signore (Il sale agisce internamente, ma la luce esternamente).

La luce (insieme al sale) è la condizione di salvezza e richiesta d’azione; Esprime l’idea di chiarezza spirituale e d’ordine morale, risultando sinonimo di vita e felicità (essendo uno dei principali elementi creati da Dio) ma non è una forza divina.

Chiarire quest’aspetto è tutt’altro che marginale, poiché quasi tutti i libri del N.T. riportano il termine luce (lo fa particolarmente l’Apostolo Giovanni nei suoi scritti) non indicando l’opposizione di forze cosmiche ma l’apparizione del Verbo fattosi carne nel mondo storico degli uomini ottenebrati dal peccato.

Ma non è la luce che rivela Cristo, bensì il contrario: Io sono la luce del mondo (Giovanni 9:5); difatti, Gesù è la luce che porta giudizio sulle situazioni umane, e il Suo giudizio è motivato dall’amore. Quindi la vera luce che illumina ogni uomo (Giovanni 1:9) è il Cristo negli Evangeli non quello della religione che appesantisce le anime, poiché quando visse sulla terra, il nostro caro Salvatore provvedette luce spirituale circa i propositi e la volontà di Dio.

La luce non definisce solo Dio Padre e il Signore Gesù Cristo, ma tutti i credenti, i quali sono chiamati figli della luce (Giovanni 12:36; 1Tessalonicesi 5:5) e luce del Signore (Efesini 5:8) quindi ricevono l’ordine di camminare nella luce (Giovanni 3:21; Efesini 5:8; 1Giovanni 1:7) compiendo opere di verità e amando i fratelli (la Luce è un titolo distintivo di Gesù Cristo -Giovanni Battista non volle attribuirsela- e i discepoli uniti al Maestro risplendono della Sua luce).

Il verbo ἐστε è al tempo presente (indicativo e attivo) pertanto non Gesù non dice voi dovete essere oppure voi sarete. Il Cristiano non deve sforzarsi di raggiungere una simile condizione, poiché gli è propria dal momento in cui sperimenta la conversione e riceve lo Spirito Santo; Né l’ascesi né la mistica potranno renderci più luminosi se non v’è aderenza al Vangelo nel nostro stile di vita. La luce è Cristo in noi, non ciò che pensiamo di fare per Cristo, tenendo conto che lo faremo sempre imperfettamente (ma non per questo dobbiamo desistere dal farlo!).

(prima parte – continua)

Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
(Giovanni 15:18-20)

Traduttore

Così dice l'Eterno: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate in essa; così troverete riposo per le anime vostre». Ma essi rispondono: «Non cammineremo in essa».
(Geremia 6:16)

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